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Da “Parabole mediatiche” a “Testimoni digitali”: l’impegno della Chiesa italiana

S. E. Mons. Mariano Crociata,Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, 22 aprile 2010

 

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La scrittura mi evoca in primo luogo
non i romanzi, la poesia, la tradizione letteraria,
ma l’uomo […].
Scrivo perché non posso sopportare la realtà
se non trasformandola […].
Scrivo non per raccontare una storia
bensì per costruirla [1].
 
 
 
        Sono, queste, parole pronunciate tre anni fa dallo scrittore turco Orhan Pamuk a Stoccolma, quando gli venne conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Vorrei farle mie per darvi il benvenuto più cordiale e per dirvi da subito perché la Chiesa italiana – otto anni dopo Parabole mediatiche – ha promosso Testimoni digitali: più che le nuove tecnologie, ci sta a cuore l’uomo, la persona umana nella sua interezza e nel dipanarsi della sua storia; e se ci misuriamo con esse, lo facciamo nella consapevolezza di quanto concorrano a tratteggiare le coordinate della storia e della cultura, fino a diventare l’ambiente in cui ci muoviamo e come l’aria che respiriamo.
 
Comunicazione, forma esistenziale
 
        Ancora una volta – sulla scorta dell’esperienza maturata nel IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona – con questo appuntamento intendiamo portare l’attenzione sulla vita quotidiana del nostro popolo, quale «luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio»[2].
        Gli ambiti fondamentali intorno ai quali si dispiega l’esistenza umana restano l’orizzonte di una pastorale rinnovata – più vicina alla sensibilità odierna –, la chiave per evitare il ripiegamento asfittico, il terreno per una adeguata comunicazione del mistero di Dio e quindi per una testimonianza missionaria. Sono ambiti fortemente trasformati dalla cultura che nasce dal sistema mediatico, che ha fatto della comunicazione la forma esistenziale per eccellenza.
Ecco, dunque:
-          l’ambito della vita affettiva, che chiama ciascuno a mettersi in gioco nel testimoniare con costanza, resistenza e fedeltà la possibilità di relazioni profonde e durature, anche in un tempo che “sposa” la revocabilità degli impegni assunti e pretende di interpretare la vita come una sequenza ininterrotta di nuovi inizi[3];
-          la dimensione del lavoro e della festa, dimensione resa ancora più attuale dalla crisi economica, dalla precarietà e dalla disoccupazione: elementi che espongono al rischio di vedere calpestati diritti inalienabili;
-          l’ambito delle molteplici espressioni della fragilità umana, che sono ferite nel corpo e nello spirito sulle quali versare l’olio della consolazione e della speranza, del riconoscimento, della cooperazione e della solidarietà;
-          ancora: l’ambito educativo, che impegna a formazione permanente, nella mediazione tra i mille linguaggi e le sollecitazioni a cui oggi ciascuno è esposto ed un progetto culturale che dia conto della ragionevolezza, della bontà e della bellezza della vita cristiana;
-          infine, non può rimanerci estranea nemmeno la sfera sociale e politica, oggi particolarmente evanescente, almeno quanto a capacità di imprimere una direzione, che vada oltre la temporanea soluzione di emergenze o di problemi immediati. Un contributo propositivo in tal senso siamo certi che verrà anche dalla prossima Settimana Sociale, che ci vedrà riuniti in ottobre a Reggio Calabria, quali Cattolici nell’Italia di oggi.
        La sollecitudine per il bene dell’uomo e della società è dunque alla base di questo nostro convenire da tutto il Paese per riflettere insieme sulle frontiere aperte dalla tecnologia digitale. Non è nostra intenzione – lo ribadisce chiaramente lo stesso Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che celebreremo il prossimo 16 maggio – «occupare il web», quanto piuttosto offrire anche in questo contesto la nostra testimonianza per alimentare la cultura e quindi contribuire alla costruzione del futuro del Paese.
 
Un patrimonio, anche nell’era digitale
 
        Nell’intervento al quale ho fatto riferimento in apertura, il Premio Nobel racconta di quando suo padre gli affidò una valigetta piena di scritti e taccuini, chiedendogli di leggerli soltanto una volta che lui fosse scomparso, per verificare se vi fosse stato qualcosa degno di essere pubblicato. A quella valigia Pamuk trova con difficoltà un posto nel suo studio: lo scrittore ammette di aver provato risentimento, invidia e paura davanti all’eventualità che essa avesse potuto realmente contenere qualcosa di buono: troppa era la distanza che avvertiva tra l’esperienza di navigante e girovago del padre e invece la propria fatica a scrivere, che gli aveva richiesto tante privazioni, a partire dalla solitudine di chi si vede costretto a «restare in disparte e ben lontano da ogni centro»[4], nel chiuso di una stanza, dove i testi nascono dalla ricerca interiore e paziente, pari a quando «si scava un pozzo con un ago»[5].
        Mi è piaciuta questa sincerità disarmante. Mi è piaciuta e nel contempo mi ha portato a chiedermi: come evitare di incappare nello stesso rischio a fronte dei naviganti di oggi, la cui valigetta – dal contenuto ricco e misterioso – è “zippata” in un palmare, in un iPad, in un cellulare che è ormai ben altro da un semplice telefono portatile? Cosa fare, dunque, per capire che non si tratta di demonizzare il nuovo, né al contrario di considerare obsoleto o inutile il patrimonio di cultura che ci portiamo sulle spalle, bensì di valorizzare lo straordinario potenziale costituito dalle nuove tecnologie, impegnandoci a «introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo ed informativo i valori su cui poggia la nostra vita»[6]?
 
Un decennio trascorso non invano
 
        Nel rispondere a questa sfida è necessario innanzitutto riconoscere quanto è stato fatto nel decennio appena concluso, i cui Orientamenti pastorali – non a caso incentrati sul Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia – sottolineavano proprio le «nuove opportunità di conoscenza, scambio e partecipazione», che «accompagnano le innovazioni tecnologiche nell’ambito delle comunicazioni sociali».
        La cultura nella quale siamo immersi – osserva il documento, riprendendo l’enciclica Redemptoris missio – «nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici»[7].
       Con tale sensibilità abbiamo attraversato il decennio, ripetendoci che la pervasività dei media impone di saper «coniugare tutti gli ambiti della vita ecclesiale con questa nuova realtà sociale e culturale»[8]. Nel quadro di questa rinnovata attenzione formativa ha trovato collocazione la stessa pubblicazione del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa[9].
        Fin dalle prime righe, il direttorio si proponeva di «aiutare le comunità ecclesiali a prendere coscienza del ruolo dei media nella nostra società; far maturare una competenza relativa alla conoscenza, al giudizio, alla utilizzazione dei media per la missione della Chiesa; sviluppare alcune idee circa i punti nevralgici della pastorale delle comunicazioni sociali (comprensione dei media come cultura e non solo come mezzi, ecc.); offrire una piattaforma comune per i piani pastorali che ciascuna diocesi è chiamata a realizzare»[10].
        Quelle intenzioni hanno saputo declinarsi in scelte precise. Il decennio che ci lasciamo alle spalle, infatti, è stato per la Chiesa italiana il primo del circuito radiofonico InBlu, pensato nella prospettiva di garantire sul territorio una voce di ispirazione cattolica, che abbia la forza e la visibilità del nazionale, senza dissipare la vitalità e le risorse delle comunità locali. È un ambito che chiede di attuare una sinergia sempre più concreta «per una maggiore qualità dei programmi e con una consistente economia di scala»[11]. Accanto all’esperienza radiofonica, si colloca quella dell’emittente televisiva TV2000, oggi così denominata con il passaggio al digitale terrestre, svolta che tra l’altro porta il segnale nelle case di tutti gli italiani.
        Ancora, è stato il decennio che ha visto il quotidiano Avvenire compiere quarant’anni e consolidarsi quale strumento culturale decisivo per i cattolici e punto di riferimento nel panorama informativo del Paese. Discorso analogo può essere fatto per il Sir, l’agenzia di Servizio informativo religioso, che non solo ha tagliato in buona salute i suoi primi vent’anni – gli ultimi quindici dei quali on line – ma ha saputo evolversi, affiancando alle notizie nazionali una duplice attenzione: per la realtà regionale e per quella europea.
        È il decennio che – pur in mezzo alle crescenti difficoltà che hanno colpito il mondo dell’editoria (l’ultima delle quali conseguente al decreto ministeriale che ha abolito le tariffe postali agevolate) – ha visto la Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici (FISC) superare le 180 testate aderenti: circa un milione di copie entrano, così, ogni sette giorni nelle nostre famiglie, con la cronaca del territorio letta ed approfondita alla luce dell’appartenenza ecclesiale. Molti di questi giornali hanno sviluppato anche una versione online, quale logico e coerente sviluppo del giornale cartaceo: l’edizione web consente loro di raggiungere nuovi lettori, di offrire materiali di documentazione e di avere maggiore rilevanza nel panorama mediatico.
        Questo è stato anche il decennio delle migliaia di siti internet di ispirazione cattolica, che costituiscono ormai una presenza qualificata e matura: penso a tutti i sussidi pastorali che veicolano, ma anche alla forza propositiva che esprimono, a partire dalla loro capacità di intessere nuove relazioni. Va qui riconosciuta la lungimiranza con la quale la Chiesa italiana ha saputo offrire alle diocesi un servizio di gestione dei contenuti web, mettendole in condizione di realizzare e di amministrare il proprio sito (è l’esperienza assicurata dal SICEI). Va quindi incoraggiato il ruolo svolto dall’associazione dei Webmaster cattolici italiani (WeCa) quale punto di riferimento di chi opera nel web con ispirazione cattolica.
        Alla preziosa azione formativa assicurata dalle Università cattoliche e pontificie, si è aggiunta quella del progetto ANICEC, specifico per animatori della cultura e della comunicazione, dove i percorsi di e-learning si completano con momenti residenziali. L’animazione della comunicazione in chiave di evangelizzazione e di dialogo con la cultura ha trovato inoltre espressione – oltre che nel lavoro svolto dalle associazioni e dalle aggregazioni cattoliche – anche nei forum e nei convegni promossi dal Servizio per il progetto culturale: basti qui ricordare l’ultimo evento internazionale, Dio Oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto, svoltosi lo scorso dicembre, come anche proposte quali la Settimana interdisciplinare su Bibbia e comunicazione o la Settimana della comunicazione, nata dall’impegno della famiglia Paolina, che rinnova il suo appuntamento a metà del prossimo mese di maggio.
        Se queste iniziative sono rilevanti, l’ambito che ci sta maggiormente a cuore rimane comunque quello locale. È sul territorio che le nostre comunità si sono attivate – e voi ne siete espressione viva – per valorizzare la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, chiamato a muoversi da un lato verso chi è già impegnato nella pastorale, al fine di aiutarlo ad inquadrare meglio il suo operato nel nuovo contesto socio-culturale dominato dai media, dall’altro nell’aprire nuovi percorsi, attraverso i quali raggiungere persone ed ambiti spesso periferici, quando non addirittura estranei alla vita della Chiesa e alla sua missione[12]. La presenza di mezzi di comunicazione promossi esplicitamente dalla comunità ecclesiale non deve, infatti, essere intesa in alternativa ad un impegno negli altri media, con i quali, anzi, si avverte l’esigenza di intensificare il dialogo e la collaborazione[13].
        È proprio su quest’ultimo versante che le tecnologie digitali rappresentano una nuova opportunità, che intendiamo abitare con la nostra testimonianza: senza lasciarci contagiare da inutili paure, per renderci invece disponibili ad incontrare chiunque sia nella condizione di ricerca, anzi – come dice Papa Benedetto XVI – «procurando di tenere desta la ricerca come primo passo dell’evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche»[14].
 
Con l’eccedenza del Vangelo
 
        «Conoscevo dalla mia infanzia quella valigetta di pelle nera – riconosce Pamuk, quasi con nostalgia –, la sua serratura, i suoi rinforzi ammaccati… Quella valigetta rappresentava per me molte cose familiari o affascinanti»[15]. Sì, questo continente digitale lo sentiamo profondamente nostro, pur con quella riserva escatologica che – mentre partecipiamo a tutto come cittadini – ci fa da tutto distaccati come stranieri: così ci descrive la lettera A Diogneto[16]. Vorremmo abitare questa patria straniera con quello sguardo assolutamente originale sulla realtà, che è lo sguardo della fede. E se a volte stentiamo ad aprirla, questa valigetta, se a nostra volta l’avvertiamo anche «pesante ed ingombrante»[17] e quindi, con lo scrittore, ci ritroviamo tentati di metterla «con discrezione, senza far rumore, in un angolo»[18], è a causa di alcuni ritardi che ci proponiamo di superare insieme. In conclusione voglio, allora, accennare emblematicamente a un paio di essi.
        Il primo ritardo è legato a un linguaggio che a volte rimane ancora autoreferenziale, quasi di nicchia, in un contesto culturale che nel frattempo è cambiato profondamente e che ci porta a confrontarci con una generazione che – quanto a formazione religiosa – non possiede ormai più il nostro vocabolario: «Una generazione che non si pone contro Dio o contro la Chiesa, ma una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa»[19].
        I “nativi digitali” – ossia le generazioni cresciute connesse alle nuove tecnologie – ne hanno assunto il linguaggio veloce, essenziale e pervasivo; nuotano in una comunicazione orizzontale, decentrata e interattiva; si muovono in una geografia che conosce la trasversalità dei saperi ed espone a una pluralità di prospettive. L’ambiente digitale – con il suo linguaggio ludico, fatto di suoni, immagini e interattività – è emotivamente e affettivamente coinvolgente.
        A tale riguardo, il nostro impegno di coltivare una nuova alfabetizzazione va portato avanti di pari passo con la consapevolezza che non si tratta semplicemente di sviluppare una vicinanza empatica alle tecnologie digitali, quanto di essere presenti anche in questo ambiente con modalità che non disperdano l’identità cristiana, l’eccedenza rappresentata dal Vangelo: «Occorre stare dentro la contemporaneità, ma andando oltre, con un’attenta opera di discernimento da parte della comunità ecclesiale»[20]. E ancora: «Non si tratta semplicemente di aggiornarsi o adeguarsi: occorre domandarsi come deve essere rimodellato l’annuncio del Vangelo e come avviare un dialogo con i mezzi di comunicazione sociale, e non solo attraverso di essi, nella consapevolezza che sono interlocutori con cui è necessario confrontarsi»[21]. Per far nostre le parole di Benedetto XVI, deve starci a cuore – più che «la mano dell’operatore» – un cuore credente.[22]
        Accanto ai problemi di linguaggio e di identità, l’altro punto al quale volevo accennare riguarda la difficoltà di mettere a fuoco, all’interno dei piani pastorali delle nostre diocesi, un progetto organico per le comunicazioni sociali, che integri queste ultime negli altri ambiti. Dobbiamo smetterla di considerare la comunicazione come «un ulteriore segmento della pastorale o un settore dedicato ai media», per intenderla invece come «lo sfondo per una pastorale interamente e integralmente ripensata a partire da ciò che la cultura mediale è e determina nelle coscienze e nella società»[23].
        Si tratta, dunque, di «scongelare» veramente la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, figura sulla quale finora si è investito ancora troppo poco o comunque con scarsa convinzione: «In una pastorale concepita come azione a tutto campo, e non solo tra le mura ecclesiastiche – assicura Benedetto XVI – si possono intercettare molte persone che per impegni professionali o altri motivi non possono operare in parrocchia, ma volentieri darebbero il loro contributo se l’impegno fosse maggiormente collegato alle proprie competenze e gestibile con elasticità. Doni e carismi rischiano di rimanere inutilizzati per la scarsa attenzione prestata ai settori della cultura e della comunicazione»[24].
 
Sulla strada, senza rimpianti
 
        In sintesi: un linguaggio credente ed un progetto organico per le comunicazioni sociali sono “il compito per casa” sul quale applicarsi fin dal nostro ritorno; sono le condizioni per elaborare una strategia comunicativa missionaria, che sia capace di coinvolgere tutti gli ambiti pastorali e di incidere sulla cultura della società. Sarà la sfida del decennio che inauguriamo, non a caso incentrato sull’educazione.
        Vorremmo non perdere davvero nessuno per strada. Vorremmo non ritrovarci al prossimo convegno con il rimpianto di Pamuk, il quale concluse il suo intervento davanti ai membri dell’Accademia svedese rimpiangendo il padre, che nel frattempo era venuto a mancare[25].
         Vi auguro di vivere queste tre giornate come un momento forte di riflessione, di approfondimento, di confronto e di incontro, che toccherà il suo momento più alto nell’Udienza con il Santo Padre. Con il mandato che ci affiderà, torneremo nelle nostre diocesi animati dalla consapevolezza d’essere parte di una Rete gettata al largo per «farsi sempre più prossima all’uomo», evitando di «precludersi alcuna strada» pur di raggiungerlo[26].
 
 
Mariano Crociata
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
(Intervento nell’ambito del Convegno “Testimoni digitali”, promosso a Roma dal 22 al 24 aprile 2010 dalla Commissione episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali, dall’Ufficio nazionale per le Comunicazioni Sociali e dal Servizio nazionale per il Progetto culturale).


[1] O. Pamuk, Le voci di Istanbul. Scritti e interviste, Datanews, Roma 2007, 13. 28-29.
[2] Conferenza Episcopale Italiana, “Rigenerati per una speranza viva”: testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, 2007, n. 12.
[3] Cf. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2006.
[4] O. Pamuk, op. cit., 19.
[5] Ib., 26-27.
[6] Benedetto XVI, Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia, Messaggio per la XLIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2009.
[7] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 2001, n. 39.
[8] Ib.
[9] Conferenza episcopale Italiana, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, 2004.
[10] Ib., Presentazione.
[11] Ib., n. 162.
[12] Cf. ib., n. 121.
[13] Cf. ib., n. 161.
[14] Benedetto XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola, Messaggio per la XLVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2010.
[15] O. Pamuk, op. cit., 11-12.
[16] Cf. A Diogneto, V, 5, in I Padri apostolici, Città Nuova, Roma 1981, 356.
[17] Ib., 11.
[18] Ib.
[19] A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubettino, Soveria Mannelli 2010, 16.
[20] Conferenza episcopale Italiana, Comunicazione e missione, n. 3.
[21] Ib., n. 13.
[22] Cf. Benedetto XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale.
[23] Ib., n. 99.
[24] Ib., n. 125
[25] O. Pamuk, op. cit., 31.
[26] Benedetto XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale.

 

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