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Dibattito. Crociate e jihad, i rischi di una lettura miope della storia

Il fondamentalismo jihadista ha riportato sotto la lente una vicenda storica ancora fraintesa. Un saggio di Gad Lerner smonta miti e clichè

Ebreo e libanese di nascita, Gad Lerner ama Gerusalemme e “da sempre” è attratto dal problema delle crociate al quale anni fa, anche avvalendosi della collaborazione di uno storico, aveva dedicato un saggio. Ha ripensato ora, tre lustri più tardi - questi tre lustri: le Torri Gemelle, le guerre in Afghanistan e in Iraq, Charlie Hebdo, il Bataclan, il Daesh… - al tema frainteso e abusato delle crociate, alla loro sostanza storica e ai fraintendimenti contemporanei ma anche al dramma persistente di una terra che non sa trovar pace e di un mondo nel quale la guerra magari non santifica più nessuno (del resto, non lo ha mai fatto) ma è diventata un fenomeno endemico e onnipresente, una minaccia continua ma anche, per molti, un business redditizio e un irrinunziabile alibi politico. Mai come oggi si è tanto parlato al mondo di pace, mai essa è parsa tanto lontana.

Nell’Occidente moderno, o se preferite nella Modernità occidentale, Dio è morto. O quanto meno si fa di tutto per vivere, per pensare e per arricchirsi come se non ci fosse più o non ci fosse mai stato. Più che negarLo, che non è in, Lo s’ignora: si vive come se Lui non ci fosse; e, se e quando Lo s’incontra (càpita…), ci si volta dall’altra parte. Eppure ed è ciò che ha sconvolto Lerner e lo ha indotto a ripubblicare in veste aggiornata il suo libro - il califfo del Daesh Abu Bakhr al-Baghdadi (ammesso che sia ancora vivo) ci chiama ancora “crociati”; e d’altro canto, tanto per risponderli ribattendo con asinerie ad altre asinerie, noi lo trattiamo da personaggio degno «del buio Medioevo».

Al contrario. Il califfo del Daesh è un personaggio postmoderno, appartiene al XXI secolo esattamente come il suo sedicente stato retto dall’occulto sostegno altrui e dalla propaganda mediatica. Quando parla tanto di crociate, attribuendole ai crociati, ignora il fatto che il suo bisnonno non avrebbe mai potuto fare discorsi analoghi ai suoi in quanto nel lessico ordinario arabo il termine “crociata” ( harb al-salibyya) non esiste: è un neologismo affermatosi solo in pieno Ottocento, quando i colonialisti di allora cominciarono a pensar utile informare le élite appunto arabe che quel che accadeva in quel momento aveva avuto illustri precedenti secoli prima.

Non era vero: eppure le analogie spazio-temporali non mancano. E, se gli islamisti possono chiamarci ancora “crociati”, non manca - al contrario! chi nel nostro Occidente invoca “nuove crociate”, evidentemente del tutto all’oscuro al pari del califfo al-Baghdadi, anche se su altre basi, di quel che fu il fenomeno la sostanza del quale nacque più o meno un millennio fa, mentre la parola si andò lentamente costruendo da allora ai due-tre secoli successivi. In Crociate. Il millennio dell’odio Edizione aggiornata. Perché gli islamisti ci chiamano ancora “crociati” (Rizzoli, pp. 105), Lerner abbraccia un intero millennio di storia per chinarsi su questa bizzarra illusione ottica della storia, questo gioco di specchi tra parole e cose che ha determinato, ad est come ad ovest, una sorta di «riflesso condizionato, una specie di déjà-vu: richiamo istintivo a una contrapposizione atavica, sempiterna».

Ma più che istintivo il richiamo è dettato dal miscuglio abbastanza miserabile di maldigerite reminiscenze scolastiche e di contrapposte mistificazioni paraideologiche: il pregiudizio delle crociate eterno e irremissibile prodotto di uno “scontro di civiltà” che non c’era prima, in quanto tra XI e XVIII secolo (le crociate, come diceva Cesare Pavese in La luna e i falò, furono molte più di sette) le guerre dei cristiani contro i musulmani molte meno e molto meno sanguinose di quanto non siano state quelle dei cristiani contro altri cristiani e die musulmani contro altri musulmani - altro non furono se non il volto militare di un rapporto complesso, sostanziato da una robusta a continua circolarità di scambi economici, diplomatici, culturali, artistici.

Prendiamo il “secolo d’oro” del nostro Mediterraneo, il Duecento di Federico II, delle città marinare, del fiorino e del ducato d’oro, dei traffici che hanno reso ricchi e operosi i nostri comuni: eppure quello fu il tempo più denso di crociate, quattro - la IV, la V, la VI, la VII e l’VIII, più altre “minori” - in meno di un settantennio, fra 1204 e 1270. Ma le crociate non erano guerre totali: erano guerre episodiche, limitate, stagionali, “permeabili” alle opere della pace a cominciare dai commerci. Attraverso le crociate, nonostante ad esse o magari grazie ad esse, si diventava anche amici: ci si scambiavano merci, alleanze, libri, temi culturali. Il personaggio delle crociate più popolare in Occidente è un principe saraceno, il “feroce” Saladino (che feroce non era). Ma dopo i tempi del letargo e dell’oblìo, dopo i secoli di quella storia coloniale che da noi finora mai nessuno o quasi ha studiato (ed è per questo che ci crediamo tanto innocenti dinanzi all’Oriente che ci accusa…), ecco che tutto sembra tornar come allora, come mille anni fa, tra grida di “Allahu akbar!” alle quali tanti vorrebbero rispondere con un non meno stentoreo «Dio lo vuole!».

Eppure ci viene ripetuto da tante parti che ammazzare e ammazzarci nel nome di Dio è orribile: come se, peraltro, ammazzare e ammazzarci nel nome del petrolio o del potere fosse invece chic. Le crociate, dopo le grandi rievocazioni romantiche alla Walter Scott passate magari al cinema hollywoodiano dei kolossal medievali tra ferraglie e calzamaglie, erano da tempo cadute nel dimenticatoio scolastico. Passato il tempo nel quale esse venivano voltairianamente accusate di essere guerre dettate dall’ignoranza, dal fanatismo e dalla superstizione, una “vulgata” di segno grossolanamente marxiano ne avevano fatto l’alibi o, al massimo, la “sovrastruttura” di concrete necessità socioeconomiche. Poi, di colpo, il sorgere del fondamentalismo detto quindi jihadismo e più propriamente (ma non senza malintesi lessicali) «islamismo», insomma lo stravolgimento ideologico-politico di un credo religioso: in modo che, commenta limpidamente Lerner, «gli agguati che ledono la nostra serenità fisica ed esistenziale sollecitano il dubbio che si annidi nell’Islam una misteriosa forza satanica, tale da riproporcelo come nemico assoluto, irredimibile» e «costringerci a indossare metaforicamente di nuovo l’armatura dei guerrieri medievali crucesignati».

Ed ecco Lerner, figlio di un Libano che per tanti versi è scaturito proprio dall’esperienza crociata dei secoli XII-XIII e di un ebraismo che di certe crociate è rimasto invece vittima, partire in una sua crociata culturale e sentimentale verso quel Vicino Oriente che ama, quell’Israele che sente con forza sua-enon- sua al tempo stesso. Israele, dove paradossalmente i crociati (quelli veri, della storia) sono al tempo stesso odiati come massacratori di ebrei e usurpatori di Eretz Israel e quasi amati al tempo stesso in quanto appunto a cavallo tra XII e XIII secolo il prodotto della crociata fu uno stato laico, feudale e occidentale, che a lungo resse circondato dalla marea dei poteri musulmani: e la propaganda palestinese, ancora oggi, ripete che gli israeliani sono un corpo estraneo nel Vicino Oriente di oggi esattamente come i crociati lo furono in quello di otto-nove secoli fa e faranno quindi al stessa fine, saranno ricacciati in mare.

Paragoni improponibili; analogie illusorie; eppure, parole d’ordine che debbono proprio al loro semplicismo volgare il successo. Per smascherare e disincantare queste illusioni, ma anche per mettere in guardia contro pericoli del presente (e del futuro) che si presentano tanto simili nei luoghi e nelle parole a quelli del passato, Gad Lerner ripercorse nell’estate di diciassette anni fa, tra il luglio e l’agosto del 1999, alcune delle tappe delle crociate: dalla Borgogna ai Balcani, a Costantinopoli/Istanbul, ad Antiochia, a Gerusalemme, ad Acri. Percorrendo quei luoghi, Lerner ne raccontò succintamente la storia crociata: una storia di battaglie e di orrore, di odio eppure nonostante tutto d’incontro: una storia che sa di sangue e d’oro, di sudore e di cardamomo, di lacrime e d’incenso. Ora ripensa a quei viaggi per il Vicino Oriente, che appena qualche lustro fa era ancora abbastanza possibile far liberamente e pacificamente mentre oggi tutto è diventato più difficile. Eppure, il buon vecchio Vico qualche ragione ce l’aveva: “corsi e ricorsi”. Chi sa un po’ di storia apprezza somiglianze e analogie ma è in grado di cogliere differenze e contraddizioni; chi non la sa è solo destinato a riviverla. Come tragedia o come farsa. Ed è quanto oggi, purtroppo, molto spesso succede.

Franco Cardini

© Avvenire, giovedì 26 gennaio 2017
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