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Dossier. I 50 anni della Pacem in Terris

Nell'anniversario della grande enciclica di papa Giovanni XXIII, un dossier per analizzarne contenuti ed esiti.

1. La storia, guerra fredda e incubo nucleare

 

Accade cinquant'anni fa. Siamo alla vigilia di cambiamenti destinati a diventare storia, rivoluzionando anche la vita quotidiana: capelli più lunghi, gonne più corte, una crescente inquietudine sociale che diventa spesso aperta protesta. Il mondo è diviso in due blocchi. Si combatte in Oriente, in Vietnam ma non solo. Conflitti e tensioni anche in Africa e in America latina. Su tutto e su tutti l'incubo nucleare.

L'11 aprile 1963 vede la luce la Pacem in terris. E' l'ottava enciclica di papa Giovanni XXIII, l'ultima di Angelo Roncalli.
Il Pontefice si rivolge a «tutti gli uomini di buona volontà», credenti e non credenti, perché la Chiesa deve guardare ad un mondo senza confini, tanto meno diviso da muri o cortine, e non appartiene né all'Occidente né all'Oriente. «Cerchino, tutte le nazioni, tutte le comunità politiche, il dialogo, il negoziato». Bisogna ricercare ciò che unisce, tralasciando ciò che divide.

La Pacem in terris individua quattro punti cardine per orientare l'umanità sul cammino della pace: la centralità della persona inviolabile nei suoi diritti, ma titolare anche di doveri;   il bene comune da perseguire e realizzare ovunque, sulla terra; il fondamento morale della politica; la forza della ragione e il faro illuminante della fede. Poi, certo, anche il disarmo e relazioni tra i popoli basate sul dialogo e sul negoziato, non su rapporti di forza.

La Pacem in terris è una delle encicliche più famose e conosciute. Suscita una molteplicità di reazioni positive, anche fuori della Chiesa cattolica.  A Londra, numerosi deputati anglicani presentano una mozione di apprezzamento per l'opera di papa Giovanni. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, U Thant, saluta la Pacem in terris con una dichiarazione piena di entusiasmo: due anni dopo, porta l'enciclica all'Onu, promuovendone lo studio con un ciclo di conferenze a livello internazionale. L'agenzia di stampa sovietica Tass pubblica una sintesi dell'enciclica commentando soprattutto i passi dedicati al disarmo. Il presidente americano John Kennedy si dichiara fiero del documento e «pronto a trarne lezione». Il Washington Post scrive:  «Giovanni XXIII ha raccolto il voto dei popoli, cosicché la Pacem in terris non è solo la voce di un anziano prete, né quella di un'antica chiesa, ma la voce della coscienza del mondo».

Alberto Chiara

 

2. «A tutti gli uomini di buona volontà». Il testo dell'enciclica

 

LETTERA ENCICLICA PACEM IN TERRIS

DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PP. XXIII

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI

ARCIVESCOVI VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE SONO IN PACE

E COMUNIONE

CON LA SEDE APOSTOLICA, AL CLERO E AI FEDELI

DI TUTTO IL MONDO

NONCHÉ A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ:

SULLA PACE FRA TUTTE LE GENTI NELLA

VERITÀ, NELLA GIUSTIZIA,

NELL'AMORE, NELLA LIBERTÀ

(Testo integrale tratto dal sito www.vatican.va)

INTRODUZIONE

L’ordine nell’universo

1. La Pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio. I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo, regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.

2. Ma i progressi scientifici e le invenzioni tecniche manifestano innanzitutto la grandezza infinita di Dio che ha creato l’universo e l’uomo. Ha creato l’universo, profondendo in esso tesori di sapienza e di bontà, come esclama il Salmista: "O Signore, Dio nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!" (Sal 8,1). "Quanto sono grandi le opere tue, o Signore! Tu hai fatto ogni cosa con sapienza"; (Sal 104,24) e ha creato l’uomo intelligente e libero, a sua immagine e somiglianza, (Cf. Gen 1,26) costituendolo signore dell’universo: "Hai fatto l’uomo — esclama ancora il Salmista — per poco inferiore agli angeli, lo hai coronato di gloria e di onore; e lo hai costituito sopra le opere delle tue mani. Hai posto tutte le cose sotto i suoi piedi" (Sal 8,5-6).

L’ordine negli esseri umani

3. Con l’ordine mirabile dell’universo continua a fare stridente contrasto il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i popoli; quasicché i loro rapporti non possono essere regolati che per mezzo della forza. Sennonché il Creatore ha scolpito l’ordine anche nell’essere degli uomini: ordine che la coscienza rivela e ingiunge perentoriamente di seguire: "Essi mostrano scritta nei loro cuori l’opera della legge, testimone la loro coscienza" (Rm 2,15). Del resto come potrebbe essere diversamente? Ogni opera di Dio è pure un riflesso della sua infinita sapienza: riflesso tanto più luminoso quanto più l’opera è posta in alto nella scala delle perfezioni (Cf. Sal 18,8-11).

4. Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale.

I

L’ORDINE TRA GLI ESSERI UMANI

Ogni essere umano è persona, soggetto di diritti e di doveri


5. In una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili [2]. Che se poi si considera la dignità della persona umana alla luce della rivelazione divina, allora essa apparirà incomparabilmente più grande, poiché gli uomini sono stati redenti dal sangue di Gesù Cristo, e con la grazia sono divenuti figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria eterna.

I diritti

Il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso

6. Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà [3].

Diritti riguardanti i valori morali e culturali
7. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione. Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica. Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite [4].

Il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza

8. Ognuno ha il diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza; e quindi il diritto al culto di Dio privato e pubblico. Infatti, come afferma con chiarezza Lattanzio: "Siamo stati creati allo scopo di rendere a Dio creatore il giusto onore che gli è dovuto, di riconoscere lui solo e di seguirlo. Questo è il vincolo di pietà che a lui ci stringe e a lui ci lega, e dal quale deriva il nome stesso di religione"[5]. Ed il nostro predecessore di i. m. Leone XIII così si esprime: "Questa libertà vera e degna dei figli di Dio, che mantiene alta la dignità dell’uomo, è più forte di qualunque violenza ed ingiuria, e la Chiesa la reclamò e l’ebbe carissima ognora. Siffatta libertà rivendicarono con intrepida costanza gli apostoli, la sancirono con gli scritti gli apologisti, la consacrarono gran numero di martiri col proprio sangue"[6].

Il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato

9. Gli esseri umani hanno il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato; e quindi il diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna; come pure il diritto di seguire la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa [7]. La famiglia, fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile, è e deve essere considerata il nucleo naturale ed essenziale della società. Verso di essa vanno usati i riguardi di natura economica, sociale, culturale e morale che ne consolidano la stabilità e facilitano l’adempimento della sua specifica missione. I genitori posseggono un diritto di priorità nel mantenimento dei figli e nella loro educazione [8].

Diritti attinenti il mondo economico

10. Agli esseri umani è inerente il diritto di libera iniziativa in campo economico e il diritto al lavoro [9]. A siffatti diritti è indissolubilmente congiunto il diritto a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, e non intralcianti lo sviluppo integrale degli esseri umani in formazione; e, per quanto concerne le donne, il diritto a condizioni di lavoro conciliabili con le loro esigenze e con i loro doveri di spose e di madri [10]. Dalla dignità della persona scaturisce pure il diritto di svolgere le attività economiche in attitudine di responsabilità [11]. Va inoltre e in modo speciale messo in rilievo il diritto ad una retribuzione del lavoro determinata secondo i criteri di giustizia, e quindi sufficiente, nelle proporzioni rispondenti alla ricchezza disponibile, a permettere al lavoratore ed alla sua famiglia, un tenore di vita conforme alla dignità umana. In materia, il nostro predecessore Pio XII così si esprimeva: "Al dovere personale del lavoro imposto dalla natura corrisponde e consegue il diritto naturale in ciascun individuo a fare del lavoro il mezzo per provvedere alla vita propria e dei figli: tanto altamente è ordinato per la conservazione dell’uomo l’impero della natura" [12]. Scaturisce pure dalla natura dell’uomo il diritto di proprietà privata sui beni anche produttivi: "diritto che costituisce un mezzo idoneo all’affermazione della persona umana e all’esercizio della responsabilità in tutti i campi, un elemento di consistenza e di serenità per la vita familiare e di pacifico e ordinato sviluppo nella convivenza" [13]. Torna opportuno ricordare che al diritto di proprietà privata è intrinsecamente inerente una funzione sociale [14].

Diritto di riunione e di associazione

11. Dalla intrinseca socialità degli esseri umani fluisce il diritto di riunione e di associazione; come pure il diritto di conferire alle associazioni la struttura che si ritiene idonea a perseguire gli obiettivi delle medesime; e il diritto di muoversi nell’interno di esse di propria iniziativa e sulla propria responsabilità per il concreto perseguimento di detti obiettivi [15]. Nell’enciclica Mater et magistra a ragione è detto che la creazione di una ricca gamma di associazioni o corpi intermedi per il perseguimento di obiettivi che i singoli esseri umani non possono efficacemente perseguire che associandosi, si rivela un elemento necessario e insostituibile perché sia assicurata alla persona umana una sfera sufficiente di libertà e di responsabilità [16].

Diritto di emigrazione e di immigrazione

12. Ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse [17]. Per il fatto che si è cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale.

Diritti a contenuto politico

13. Dalla dignità della persona scaturisce il diritto di prender parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune. "L’uomo, come tale, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo nella vita sociale, ne è invece e deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine" [18]. Fondamentale diritto della persona è pure la tutela giuridica dei propri diritti: tutela efficace, imparziale, informata a criteri obiettivi di giustizia. "Dall’ordinamento giuridico, voluto da Dio, promana l’inalienabile diritto dell’uomo alla sicurezza giuridica, e con ciò stesso ad una sfera concreta di diritti, protetta contro ogni arbitrario attacco" [19].

I doveri

Indissolubile rapporto fra diritti e doveri nella stessa persona


14. I diritti naturali testé ricordati sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile. Il diritto, ad esempio, di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto ad un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; e il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità, in vista di una conoscenza della medesima sempre più vasta e profonda.

Reciprocità di diritti e di doveri fra persone diverse

15. Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto. Infatti ogni diritto fondamentale della persona trae la sua forza morale insopprimibile dalla legge naturale che lo conferisce, e impone un rispettivo dovere. Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra.

Nella mutua collaborazione

16. Gli esseri umani, essendo persone, sono sociali per natura. Sono nati quindi per convivere e operare gli uni a bene degli altri. Ciò richiede che la convivenza umana sia ordinata, e quindi che i vicendevoli diritti e doveri siano riconosciuti ed attuati; ma richiede pure che ognuno porti generosamente il suo contributo alla creazione di ambienti umani, in cui diritti e doveri siano sostanziati da contenuti sempre più ricchi. Non basta, ad esempio, riconoscere e rispettare in ogni essere umano il diritto ai mezzi di sussistenza: occorre pure che ci si adoperi, secondo le proprie forze, perché ogni essere umano disponga di mezzi di sussistenza in misura sufficiente. La convivenza fra gli esseri umani, oltre che ordinata, è necessario che sia per essi feconda di bene. Ciò postula che essi riconoscano e rispettino i loro vicendevoli diritti ed adempiano i rispettivi doveri, ma postula pure che collaborino tra loro nelle mille forme e gradi che l’incivilimento acconsente, suggerisce, reclama.

In attitudine di responsabilità

17. La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi consapevolmente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall’esterno. Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse.

Convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà

18. La convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità, conformemente al richiamo dell’apostolo Paolo: "Via dunque da voi la menzogna e parli ciascuno col suo prossimo secondo verità, poiché siamo membri gli uni degli altri" (Ef 4,25). Ciò domanda che siano sinceramente riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di esseri portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere la responsabilità del proprio operare.

19. La convivenza umana, venerabili fratelli e diletti figli, deve essere considerata anzitutto come un fatto spirituale: quale comunicazione di conoscenze nella luce del vero; esercizio di diritti e adempimento di doveri; impulso e richiamo al bene morale; e come nobile comune godimento del bello in tutte le sue legittime espressioni; permanente disposizione ad effondere gli uni negli altri il meglio di se stessi; anelito ad una mutua e sempre più ricca assimilazione di valori spirituali: valori nei quali trovano la loro perenne vivificazione e il loro orientamento di fondo le espressioni culturali, il mondo economico, le istituzioni sociali, i movimenti e i regimi politici, gli ordinamenti giuridici e tutti gli altri elementi esteriori, in cui si articola e si esprime la convivenza nel suo evolversi incessante.

Ordine morale che ha per fondamento oggettivo il vero Dio

20. L’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani. Sennonché l’ordine morale — universale, assoluto ed immutabile nei suoi principi — trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio, trascendente e personale. Egli è la prima Verità e il sommo Bene; e quindi la sorgente più profonda da cui soltanto può attingere la sua genuina vitalità una convivenza fra gli esseri umani ordinata, feconda, rispondente alla loro dignità di persone [20]. In materia, con chiarezza si esprime san Tommaso: "La ragione umana è norma della volontà, di cui misura pure il grado di bontà, per il fatto che deriva dalla legge eterna, che si identifica con la stessa ragione divina... È quindi chiaro che la bontà della volontà umana dipende molto più dalla legge eterna che non dalla ragione umana" [21].

Segni dei tempi

21. Tre fenomeni caratterizzano l’epoca moderna.

Anzitutto l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici. Nelle prime fasi del loro movimento di ascesa i lavoratori concentravano la loro azione nel rivendicare diritti a contenuto soprattutto economico-sociale; la estendevano quindi ai diritti di natura politica; e infine al diritto di partecipare in forme e gradi adeguati ai beni della cultura. Ed oggi, in tutte le comunità nazionali, nei lavoratori è vividamente operante l’esigenza di essere considerati e trattati non mai come esseri privi di intelligenza e di libertà, in balia dell’altrui arbitrio, ma sempre come soggetti o persone in tutti i settori della convivenza, e cioè nei settori economico-sociali, in quelli della cultura e in quelli della vita pubblica.

22. In secondo luogo viene un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica: più accentuatamente, forse, nei popoli di civiltà cristiana; più lentamente, ma sempre su larga scala, tra le genti di altre tradizioni o civiltà. Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica.

23. Infine la famiglia umana, nei confronti di un passato recente, presenta una configurazione sociale-politica profondamente trasformata. Non più popoli dominatori e popoli dominati: tutti i popoli si sono costituiti o si stanno costituendo in comunità politiche indipendenti.

24. Gli esseri umani, in tutti i Paesi e in tutti i continenti, o sono cittadini di uno stato autonomo e indipendente, o stanno per esserlo; nessuno ama sentirsi suddito di poteri politici provenienti dal di fuori della propria comunità umana o gruppo etnico. In moltissimi esseri umani si va così dissolvendo il complesso di inferiorità protrattosi per secoli e millenni; mentre in altri si attenua e tende a scomparire il rispettivo complesso di superiorità, derivante dal privilegio economico-sociale o dal sesso o dalla posizione politica. Al contrario è diffusa assai largamente la convinzione che tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale. Per cui le discriminazioni razziali non trovano più alcuna giustificazione, almeno sul piano della ragione e della dottrina; ciò rappresenta una pietra miliare sulla via che conduce all’instaurazione di una convivenza umana informata ai principi sopra esposti. Quando, infatti, negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli.

25. E quando i rapporti della convivenza si pongono in termini di diritti e di doveri, gli esseri umani si aprono sul mondo dei valori spirituali, e comprendono che cosa sia la verità, la giustizia, l’amore, la libertà; e diventano consapevoli di appartenere a quel mondo. Ma sono pure sulla via che li porta a conoscere meglio il vero Dio, trascendente e personale; e ad assumere il rapporto fra se stessi e Dio a solido fondamento e a criterio supremo della loro vita: di quella che vivono nell’intimità di se stessi e di quella che vivono in relazione con gli altri.

II

RAPPORTI TRA GLI ESSERI UMANI E I POTERI PUBBLICI ALL’INTERNO DELLE SINGOLE COMUNITÀ POLITICHE

Necessità dell’autorità e sua origine divina

26. La convivenza fra gli esseri umani non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un’autorità che assicuri l’ordine e contribuisca all’attuazione del bene comune in grado sufficiente. Tale autorità, come insegna san Paolo, deriva da Dio: "Non vi è infatti autorità se non da Dio" (Rm 13,1-6). Il quale testo dell’Apostolo viene commentato nei seguenti termini da san Giovanni Crisostomo: "Che dici? Forse ogni singolo governante è costituito da Dio? No, non dico questo: qui non si tratta infatti di singoli governanti, ma del governare in se stesso. Ora il fatto che esista l’autorità e che vi sia chi comanda e chi obbedisce, non proviene dal caso, ma da una disposizione della Provvidenza divina" [22]. Iddio, infatti, ha creato gli esseri umani sociali per natura; e poiché non vi può essere "società che si sostenga, se non c’è chi sovrasti gli altri, muovendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso un fine comune, ne segue che alla convivenza civile è indispensabile l’autorità che regga; la quale, non altrimenti che la società, è da natura, e perciò stesso viene da Dio" [23].

27. L’autorità non è una forza incontrollata: è invece la facoltà di comandare secondo ragione. Trae quindi la virtù di obbligare dall’ordine morale: il quale si fonda in Dio, che ne è il primo principio e l’ultimo fine. "Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini che mostra l’uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dall’autorità, senza la quale non potrebbe né esistere, né vivere... E poiché quell’ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, ne consegue che la dignità dell’autorità politica è la dignità della sua partecipazione all’autorità di Dio" [24].

28. L’autorità che si fonda solo o principalmente sulla minaccia o sul timore di pene o sulla promessa e attrattiva di premi, non muove efficacemente gli esseri umani all’attuazione del bene comune; e se anche, per ipotesi, li movesse, ciò non sarebbe conforme alla loro dignità di persone, e cioè di esseri ragionevoli e liberi. L’autorità è, soprattutto, una forza morale; deve, quindi, in primo luogo, fare appello alla coscienza, al dovere cioè che ognuno ha di portare volonterosamente il suo contributo al bene di tutti. Sennonché gli esseri umani sono tutti uguali per dignità naturale: nessuno di esso può obbligare gli altri interiormente. Soltanto Dio lo può, perché egli solo vede e giudica gli atteggiamenti che si assumono nel segreto del proprio spirito.

29. L’autorità umana pertanto può obbligare moralmente soltanto se è in rapporto intrinseco con l’autorità di Dio, ed è una partecipazione di essa [25]. In tal modo è pure salvaguardata la dignità personale dei cittadini, giacché la loro obbedienza ai poteri pubblici non è sudditanza di uomo a uomo, ma nel suo vero significato è un atto di omaggio a Dio creatore e provvido, il quale ha disposto che i rapporti della convivenza siano regolati secondo un ordine da lui stesso stabilito; e rendendo omaggio a Dio, non ci si umilia, ma ci si eleva e ci si nobilita, giacché servire Deo regnare est. [26].

30. L’autorità, come si è detto, è postulata dall’ordine morale e deriva da Dio. Qualora pertanto le sue leggi o autorizzazioni siano in contrasto con quell’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio, esse non hanno forza di obbligare la coscienza, poiché "bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini"; (At 5,29) in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso. "La legge umana in tanto è tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna. Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di violenza" [27].

31. Tuttavia per il fatto che l’autorità deriva da Dio, non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla; come pure di determinare le strutture di poteri pubblici, e gli ambiti entro cui e i metodi secondo i quali l’autorità va esercitata. Per cui la dottrina sopra esposta è pienamente conciliabile con ogni sorta di regimi genuinamente democratici [28].

L’attuazione del bene comune: ragione d’essere dei poteri pubblici

32. Tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi sono tenuti a portare il loro specifico contributo all’attuazione del bene comune. Ciò comporta che perseguano i propri interessi in armonia con le sue esigenze; e adducano, allo stesso scopo, gli apporti — in beni e servizi — che le legittime autorità stabiliscono, secondo criteri di giustizia, nella debita forma e nell’ambito della propria competenza; e cioè con atti formalmente perfetti e i cui contenuti siano moralmente buoni o, almeno, ordinabili al bene. Però l’attuazione del bene comune costituisce la stessa ragione di essere dei poteri pubblici; i quali sono tenuti ad attuarlo nel riconoscimento e nel rispetto dei suoi elementi essenziali e secondo contenuti postulati dalle situazioni storiche [29].

Aspetti fondamentali del bene comune

33. Vanno certamente considerati come elementi del bene comune le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani [30]. Però quei valori e quelle caratteristiche non esauriscono il contenuto del bene comune. Il quale nei suoi aspetti essenziali e più profondi non può essere concepito in termini dottrinali e meno ancora determinato nei suoi contenuti storici che avendo riguardo all’uomo, essendo esso un oggetto essenzialmente correlativo alla natura umana [31].

34. In secondo luogo quello comune è un bene a cui hanno diritto di partecipare tutti i membri di una comunità politica, anche se in grado diverso a seconda dei loro compiti, meriti e condizioni. I poteri pubblici quindi sono tenuti a promuoverlo a vantaggio di tutti senza preferenza per alcuni cittadini o per alcuni gruppi di essi, come insegna il nostro predecessore Leone XIII. "Né in veruna guisa si deve far sì che la civile autorità serva all’interesse di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti" [32]. Però ragioni di giustizia e di equità possono talvolta esigere che i poteri pubblici abbiano speciali riguardi per le membra più deboli del corpo sociale, trovandosi esse in condizioni di inferiorità nel far vedere i loro diritti e nel perseguire i loro legittimi interessi [33].

35. Ma qui dobbiamo richiamare l’attenzione sul fatto che il bene comune ha attinenza a tutto l’uomo: tanto ai bisogni del suo corpo che alle esigenze del suo spirito. Per cui i poteri pubblici si devono adoperare ad attuarlo nei modi e nei gradi che ad essi convengono; in maniera tale però da promuovere simultaneamente, nel riconoscimento e nel rispetto della gerarchia dei valori, tanto la prosperità materiale che i beni spirituali [34]. I principi sono indicati in perfetta armonia con quanto abbiamo esposto nella Mater et magistra: "il bene comune consiste nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona" [35]. Ma gli esseri umani, composti di corpo e di anima immortale, non esauriscono la loro esistenza né conseguono la loro perfetta felicità nell’ambito del tempo. Per cui il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del loro fine ultraterreno ed eterno [36].

Compiti dei poteri pubblici e diritti e doveri della persona

36. Nell’epoca moderna l’attuazione del bene comune trova la sua indicazione di fondo nei diritti e nei doveri della persona. Per cui i compiti precipui dei poteri pubblici consistono, soprattutto, nel riconoscere, rispettare, comporre, tutelare e promuovere quei diritti; e nel contribuire, di conseguenza, a rendere più facile l’adempimento dei rispettivi doveri. "Tutelare l’intangibile campo dei diritti della persona umana e renderle agevole il compito dei suoi doveri vuol essere ufficio essenziale di ogni pubblico potere" [37]. Per cui ogni atto dei poteri pubblici, che sia od implichi un misconoscimento o una violazione di quei diritti, è un atto contrastante con la stessa loro ragione di essere e rimane per ciò stesso destituito d’ogni valore giuridico [38].

Armonica composizione ed efficace tutela dei diritti e doveri della persona

37. È quindi compito fondamentale dei poteri pubblici disciplinare e comporre armonicamente i rapporti tra gli esseri umani in maniera che l’esercizio dei diritti negli uni non costituisca un ostacolo o una minaccia per l’esercizio degli stessi diritti negli altri, e si accompagni all’adempimento dei rispettivi doveri; ed è ancora compito loro tutelare efficacemente o ripristinare l’esercizio di tali diritti [39].

Dovere di promuovere i diritti della persona

38. È inoltre un’esigenza del bene comune che i poteri pubblici contribuiscano positivamente alla creazione di un ambiente umano nel quale a tutti i membri del corpo sociale sia reso possibile e facilitato l’effettivo esercizio degli accennati diritti, come pure l’adempimento dei rispettivi doveri. Infatti l’esperienza attesta che qualora manchi una appropriata azione dei poteri pubblici, gli squilibri economici, sociali e culturali tra gli esseri umani tendono, soprattutto nell’epoca nostra, ad accentuarsi; di conseguenza i fondamentali diritti della persona rischiano di rimanere privi di contenuto; e viene compromesso l’adempimento dei rispettivi doveri.

39. È perciò indispensabile che i poteri pubblici si adoperino perché allo sviluppo economico si adegui il progresso sociale; e quindi perché siano sviluppati, in proporzione dell’efficienza dei sistemi produttivi, i servizi essenziali, quali: la viabilità, i trasporti, le comunicazioni, l’acqua potabile, l’abitazione, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, condizioni idonee per la vita religiosa, i mezzi ricreativi. E devono anche provvedere a che si dia vita a sistemi assicurativi in maniera che, al verificarsi di eventi negativi o di eventi che comportino maggiori responsabilità familiari, ad ogni essere umano non vengano meno i mezzi necessari ad un tenore di vita dignitoso; come pure affinché a quanti sono in grado di lavorare sia offerta una occupazione rispondente alle loro capacità; la rimunerazione del lavoro sia determinata secondo criteri di giustizia e di equità; ai lavoratori, nei complessi produttivi, sia acconsentito svolgere le proprie attività in attitudine di responsabilità; sia facilitata la istituzione dei corpi intermedi che rendono più articolata e più feconda la vita sociale; sia resa accessibile a tutti, nei modi e gradi opportuni, la partecipazione ai beni della cultura.

Equilibrio fra le due forme di intervento dei poteri pubblici

40. Il bene comune esige che i poteri pubblici, nei confronti dei diritti della persona, svolgano una duplice azione: l’una diretta a comporre e tutelare quei diritti, l’altra a promuoverli. In materia però va posta la più vigilante attenzione perché le due azioni siano saggiamente contemperate. Si deve quindi evitare che, attraverso la preferenza data alla tutela dei diritti di alcuni individui o gruppi sociali, si creino posizioni di privilegio; e si deve pure evitare che, nell’intento di promuovere gli accennati diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio. "Dev’essere sempre riaffermato il principio che la presenza dello Stato in campo economico non va attuata per ridurre sempre più la sfera di libertà della iniziativa personale dei singoli cittadini, ma per garantire a quella sfera la maggiore ampiezza possibile, nell’effettiva tutela, per tutti e per ciascuno, dei diritti essenziali della persona" [40]. Allo stesso principio devono ispirarsi i poteri pubblici nello svolgimento della loro multiforme azione diretta a promuovere l’esercizio di diritti e a renderne meno arduo l’adempimento di doveri in tutti i settori della vita sociale.

Struttura e funzionamento dei poteri pubblici

41. Non si può stabilire, una volta per sempre, qual è la struttura migliore secondo cui devono organizzarsi i poteri pubblici, come pure il modo più idoneo secondo il quale devono svolgere le loro specifiche funzioni, e cioè la funzione legislativa, amministrativa, giudiziaria. Giacché la struttura e il funzionamento dei poteri pubblici non possono non essere in relazione con le situazioni storiche delle rispettive comunità politiche: situazioni che variano nello spazio e mutano nel tempo. Però riteniamo rispondente ad esigenze insite nella stessa natura degli uomini l’organizzazione giuridico-politica della comunità umana, fondata su una conveniente divisione dei poteri in corrispondenza alle tre specifiche funzioni dell’autorità pubblica. In essa infatti la sfera di competenza e il funzionamento dei poteri pubblici sono definiti in termini giuridici; e in termini giuridici sono pure disciplinati i rapporti fra semplici cittadini e funzionari. Ciò costituisce un elemento di garanzia a favore dei cittadini nell’esercizio dei loro diritti e nell’adempimento dei loro doveri.

42. Però affinché l’accennata organizzazione giuridica-politica delle comunità umane arrechi i vantaggi che le sono propri, è indispensabile che i poteri pubblici si adeguino nei metodi e nei mezzi alla natura e complessità dei problemi che sono chiamati a risolvere nell’ambiente in cui operano; ed è pure indispensabile che ognuno di essi svolga la propria funzione in modo pertinente. Ciò comporta che il potere legislativo si muova nell’ambito dell’ordine morale e della norma costituzionale, e interpreti obiettivamente le esigenze del bene comune nell’incessante evolversi delle situazioni; che il potere esecutivo applichi le leggi con saggezza nella piena conoscenza delle medesime e in una valutazione serena dei casi concreti; che il potere giudiziario amministri la giustizia con umana imparzialità, inflessibile di fronte alle pressioni di qualsivoglia interesse di parte, e comporta pure che i singoli cittadini e i corpi intermedi, nell’esercizio dei loro doveri, godano di una tutela giuridica efficace tanto nei loro vicendevoli rapporti che nei confronti dei funzionari pubblici [41].

Ordinamento giuridico e coscienza morale

43. Un ordinamento giuridico in armonia con l’ordine morale e rispondente al grado di maturità della comunità politica, di cui è espressione, costituisce, non v’è dubbio, un elemento fondamentale per l’attuazione del bene comune. Però la vita sociale, nei nostri tempi, è così varia, complessa e dinamica, che gli ordinamenti giuridici, anche se elaborati con competenza consumata e lungimirante avvedutezza, sono sempre inadeguati. Inoltre i rapporti fra i singoli esseri umani; fra i singoli esseri umani e i corpi intermedi da una parte, e i poteri pubblici dall’altra; come pure i rapporti fra gli stessi poteri pubblici nell’interno della compagine statale, presentano zone spesso così delicate e nevralgiche, che non sono suscettibili di essere disciplinate con quadri giuridici ben definiti. Per cui le persone investite di autorità per essere, nello stesso tempo, fedeli agli ordinamenti giuridici esistenti, considerati nei loro elementi e nella loro ispirazione di fondo, e aperti alle istanze che salgono dalla vita sociale; come pure per adeguare gli ordinamenti giuridici all’evolversi delle situazioni e risolvere, nel modo migliore, i sempre nuovi problemi, devono avere idee chiare sulla natura e sull’ampiezza dei loro compiti; e devono essere persone di grande equilibrio e di spiccata dirittura morale, fornite di intuito pratico, per interpretare con rapidità e obiettivamente i casi concreti, e di volontà decisa e vigorosa per agire con tempestività ed efficacia.

La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica

44. È un’esigenza della loro dignità di persone che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica, anche se le forme con cui vi partecipano sono necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri e in cui operano. Attraverso la partecipazione alla vita pubblica si aprono agli esseri umani nuovi e vasti campi di bene, mentre i frequenti contatti fra cittadini e funzionari pubblici rendono a questi meno arduo cogliere le esigenze obiettive del bene comune; e l’avvicendarsi dei titolari nei poteri pubblici impedisce il loro logorio e assicura il loro rinnovarsi in rispondenza dell’evolversi sociale.

Segni dei tempi


45. Nell’organizzazione giuridica delle comunità politiche nell’epoca moderna, si riscontra anzitutto la carta dei diritti fondamentali degli esseri umani: carta che viene, non di rado, inserita nelle costituzioni o che forma parte integrante di esse. In secondo luogo si tende pure a fissare in termini giuridici, per mezzo della compilazione di un documento denominato costituzione, le vie attraverso le quali si formano i poteri pubblici; come pure i loro reciproci rapporti, le sfere di loro competenza, i modi o metodi secondo cui sono tenuti a procedere nel porre in essere i loro atti. Si stabiliscono, quindi, in termini di diritti e di doveri i rapporti tra i cittadini e i poteri pubblici; e si ascrive ai poteri pubblici il compito preminente di riconoscere, rispettare, comporre armonicamente, tutelare e promuovere i diritti e i doveri dei cittadini. Certo non può essere accettata come vera la posizione dottrinale di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque raggruppati, a fonte prima ed unica donde scaturiscono diritti e doveri, donde promana tanto l’obbligatorietà delle costituzioni che l’autorità dei poteri pubblici [42].

46. Però le tendenze, di cui si è fatto cenno, sono pure un segno indubbio che gli esseri umani, nell’epoca moderna, hanno acquistato una coscienza più viva della propria dignità: coscienza che, mentre li sospinge a prendere parte attiva alla vita pubblica, esige pure che i diritti della persona — diritti inalienabili e inviolabili — siano riaffermati negli ordinamenti giuridici positivi; ed esige inoltre che i poteri pubblici siano formati con procedimenti stabiliti da norme costituzionali, ed esercitino le loro specifiche funzioni nell’ambito di quadri giuridici. 

III

RAPPORTI FRA LE COMUNITÀ POLITICHE

Soggetti di diritti e di doveri

47. Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche. Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale. Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale. Inoltre, l’autorità è un’esigenza dell’ordine morale nella società umana; non può quindi essere usata contro di esso, e se lo fosse, nello stesso istante cesserebbe di essere tale; perciò ammonisce il Signore: "udite pertanto voi, o re, e ponete mente, imparate voi che giudicate tutta la terra. Porgete le orecchie voi che avete il governo dei popoli, e vi gloriate di aver soggette molte nazioni: la potestà è stata data a voi dal Signore e la dominazione dall’Altissimo, il quale disaminerà le opere vostre, e sarà scrutatore dei pensieri" (Sap 6,2-4).

48. Infine è pure da ricordare che anche nella regolazione dei rapporti fra le comunità politiche, l’autorità va esercitata per attuare il bene comune, che costituisce la sua ragione di essere. Elemento però fondamentale del bene comune è il riconoscimento e il rispetto dell’ordine morale. "L’ordine tra le comunità politiche ha da essere innalzato sulla rupe incrollabile e immutabile della legge morale, manifestata dal Creatore stesso per mezzo dell’ordine naturale e da lui scolpita nei cuori degli uomini con caratteri incancellabili... Quale faro splendente, essa deve, coi raggi dei suoi principi, dirigere il corso dell’operosità degli uomini e degli Stati, i quali avranno da seguirne le ammonitrici, salutari e proficue segnalazioni, se non vorranno condannare alla bufera e al naufragio ogni lavoro e sforzo per stabilire un nuovo ordinamento" [43].

Nella verità

49. I rapporti fra le comunità politiche vanno regolati nella verità. La quale esige anzitutto che da quei rapporti venga eliminata ogni traccia di razzismo; e venga quindi riconosciuto il principio che tutte le comunità politiche sono uguali per dignità di natura; per cui ognuna di esse ha il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo, ad essere la prima responsabile nell’attuazione del medesimo; e ha pure il diritto alla buona reputazione e ai dovuti onori. Fra gli esseri umani molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali. Ma ciò non può mai giustificare il proposito di far pesare la propria superiorità sugli altri; piuttosto costituisce una sorgente di maggiore responsabilità nell’apporto che ognuno e tutti devono addurre alla vicendevole elevazione. Così le comunità politiche possono differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà o di sviluppo economico; però ciò non può mai giustificare il fatto che le une facciano valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre; piuttosto può costituire un motivo perché si sentano più impegnate nell’opera per la comune ascesa.

50. Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura; ma tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale. Di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori per natura e comunità politiche inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale, essendo esse dei corpi le cui membra sono gli stessi esseri umani. Né va quindi dimenticato che i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore. Inoltre la verità esige che nelle molteplici iniziative rese possibili dai progressi moderni nei mezzi espressivi — iniziative attraverso le quali si diffonde la mutua conoscenza fra i popoli — ci si ispiri a serena obiettività: il che non esclude che sia legittima nei popoli una preferenza di far conoscere gli aspetti positivi della loro vita. Vanno però respinti i metodi di informazione con i quali, venendo meno alla verità, si lede ingiustamente la riputazione di questo o di quel popolo [44].

Secondo giustizia


51. I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri. Le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani, agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di sant’Agostino: "Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?" [45]. Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione.

Il trattamento delle minoranze

52. Dal XIX secolo una tendenza di fondo assai estesa nell’evolversi storico è che le comunità politiche si adeguano a quelle nazionali. Però, per un insieme di cause, non sempre riesce di far coincidere i confini geografici con quelli etnici: ciò dà origine al fenomeno delle minoranze e ai rispettivi complessi problemi. Va affermato nel modo più esplicito che una azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farle scomparire. Risponde invece ad un’esigenza di giustizia che i poteri pubblici portino il loro contributo nel promuovere lo sviluppo umano delle minoranze, con misure efficaci a favore della loro lingua, della loro cultura, del loro costume, delle loro risorse ed iniziative economiche [46].

53. Qui però va rilevato che i membri delle minoranze, come conseguenza di una reazione al loro stato attuale o a causa delle loro vicende storiche, possono essere portati, non di rado, ad accentuare l’importanza degli elementi etnici, da cui sono caratterizzati, fino a porli al di sopra dei valori umani; come se ciò che è proprio dell’umanità fosse in funzione di ciò che e proprio della nazione. Mentre saggezza vorrebbe che sapessero pure apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro l’arricchimento di se stessi con l’assimilazione graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti da quella alla quale essi appartengono. Ciò però si verificherà soltanto se essi sapranno essere come un ponte che facilita la circolazione della vita nelle sue varie espressioni fra le differenti tradizioni o civiltà, e non invece una zona di attrito che arreca danni innumerevoli e determina ristagni o involuzioni.

Solidarietà operante


54. I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella verità e secondo giustizia; ma quei rapporti vanno pure vivificati dall’operante solidarietà attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva: forme possibili e feconde nella presente epoca storica. In argomento occorre sempre considerare che la ragione d’essere dei poteri pubblici non è quella di chiudere e comprimere gli esseri umani nell’ambito delle rispettive comunità politiche; è invece quella di attuare il bene comune delle stesse comunità politiche; il quale bene comune però va concepito e promosso come una componente del bene comune dell’intera famiglia umana. Ciò importa non solo che le singole comunità politiche perseguano i propri interessi senza danneggiarsi le une le altre, ma che mettano pure in comune l’opera loro quando ciò sia indispensabile per il raggiungimento di obiettivi altrimenti non raggiungibili: nel qual caso però occorre usare ogni riguardo perché ciò che torna di utilità ad un gruppo di comunità politiche non sia di nocumento ad altre, ma abbia anche su esse riflessi positivi. Il bene comune universale inoltre esige che le comunità politiche favoriscano gli scambi, in ogni settore, fra i rispettivi cittadini e i rispettivi corpi intermedi.

55. Sulla terra esiste un numero rilevante di gruppi etnici, più o meno accentuatamente differenziati l’uno dall’altro. Però gli elementi che caratterizzano un gruppo etnico non devono trasformarsi in uno scompartimento stagno in cui degli esseri umani vengano impediti di comunicare con gli esseri umani appartenenti a gruppi etnici differenti: ciò sarebbe in stridente contrasto con un’epoca come la nostra, nella quale le distanze tra i popoli sono state quasi eliminate. Né va dimenticato che se, in virtù delle proprie peculiarità etniche, gli esseri umani si distinguono gli uni dagli altri, posseggono però elementi essenziali comuni, e sono portati per natura a incontrarsi nel mondo dei valori spirituali, la cui progressiva assimilazione apre ad essi possibilità di perfezionamento senza limiti. Deve quindi essere loro riconosciuto il diritto e il dovere di vivere in comunione gli uni con gli altri.

Equilibrio tra popolazione, terra e capitali


56. Come è noto, vi sono sulla terra paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini; in altri paesi invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali e i capitali a disposizione. Ciò pure domanda che i popoli instaurino rapporti di mutua collaborazione, facilitando tra essi la circolazione di capitali, di beni, di uomini [47]. Qui crediamo opportuno di osservare che, ogniqualvolta è possibile, pare che debba essere il capitale a cercare il lavoro e non viceversa. In tal modo si offrono a molte persone possibilità concrete di crearsi un avvenire migliore senza essere costrette a trapiantarsi dal proprio ambiente in un altro; il che è quasi impossibile che si verifichi senza schianti dolorosi, e senza difficili periodi di riassestamento umano o di integrazione sociale.

Il problema dei profughi politici

57. Il sentimento di universale paternità che il Signore ha acceso nel nostro animo, ci fa sentire profonda amarezza nel considerare il fenomeno dei profughi politici: fenomeno che ha assunto proporzioni ampie e che nasconde sempre innumerevoli e acutissime sofferenze. Esso sta purtroppo a indicare come vi sono regimi politici che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano; anzi in quei regimi è messa in discussione o addirittura misconosciuta la legittimità della stessa esistenza di quella sfera. Ciò, non v’è dubbio, rappresenta una radicale inversione nell’ordine della convivenza, giacché la ragione di essere dei poteri pubblici è quella di attuare il bene comune, di cui elemento fondamentale è riconoscere quella sfera di libertà e assicurarne l’immunità. Non è superfluo ricordare che i profughi politici sono persone; e che a loro vanno riconosciuti tutti i diritti inerenti alla persona: diritti che non vengono meno quando essi siano stati privati della cittadinanza nelle comunità politiche di cui erano membri. Fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella comunità politica in cui si ritiene di potersi creare un avvenire per sé e per la propria famiglia; di conseguenza quella comunità politica, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, ha il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra.

58. Siamo lieti di cogliere l’occasione per esprimere il nostro sincero apprezzamento per tutte le iniziative suscitate e promosse dalla solidarietà umana e dall’amore cristiano allo scopo di rendere meno doloroso il trapianto di persone da un corpo sociale ad un altro. E ci sia pure consentito di segnalare all’attenzione e alla gratitudine di ogni animo retto la multiforme opera che in un campo tanto delicato svolgono istituzioni internazionali specializzate.

Disarmo


59. Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale. Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari.

60. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico. Inoltre va pure tenuto presente che se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato il timore che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra. Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. "Non si deve permettere — proclama Pio XII — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità" [48].

61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

62. È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante. È un obiettivo desideratissimo. Ed invero chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e consolidata? È un obiettivo della più alta utilità. Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana. Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di Pio XII: "Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra" [49].

63. Perciò come vicario di Gesù Cristo, Salvatore del mondo e artefice della pace, e come interprete dell’anelito più profondo dell’intera famiglia umana, seguendo l’impulso del nostro animo, preso dall’ansia di bene per tutti, ci sentiamo in dovere di scongiurare gli uomini, soprattutto quelli che sono investiti di responsabilità pubbliche, a non risparmiare fatiche per imprimere alle cose un corso ragionevole ed umano. Nelle assemblee più alte e qualificate considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde. Da parte nostra non cesseremo di implorare le benedizioni di Dio sulle loro fatiche, affinché apportino risultati positivi.

Nella libertà

64. I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà. Il che significa che nessuna di esse ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza. Tutte invece devono proporsi di contribuire perché in ognuna sia sviluppato il senso di responsabilità, lo spirito di iniziativa, e l’impegno ad essere la prima protagonista nel realizzare la propria ascesa in tutti i campi. L’ascesa delle comunità politiche in fase di sviluppo economico

65. Una comunanza di origine, di redenzione, di supremo destino lega tutti gli esseri umani e li chiama a formare un’unica famiglia cristiana. Per tale ragione nell’enciclica Mater et magistra abbiamo esortato le comunità politiche economicamente sviluppate a instaurare rapporti di multiforme cooperazione con le comunità politiche in via di sviluppo economico [50]. Possiamo ora costatare con soddisfazione che il nostro appello ha riscosso una larga favorevole accoglienza; e ci arride la speranza che ancor più per l’avvenire esso contribuisca a far sì che i paesi meno provvisti di beni pervengano, nel tempo più breve possibile, ad un grado di sviluppo economico che consenta ad ogni cittadino di vivere in condizioni rispondenti alla propria dignità di persona.

66. Ma non è mai abbastanza ripetuto che la cooperazione, di cui si è fatto cenno, va attuata nel più grande rispetto per la libertà delle comunità politiche in fase di sviluppo. Le quali comunità è necessario che siano e si sentano le prime responsabili e le principali artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico e del loro progresso sociale. Già il nostro predecessore Pio XII proclamava che "nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali non vi è posto per la lesione della libertà, dell’integrità e della sicurezza di altre nazioni, qualunque sia la loro estensione territoriale o la loro capacità di difesa. Se è inevitabile che i grandi Stati, per le loro maggiori possibilità e la loro potenza, traccino il cammino per la costituzione di gruppi economici fra essi e le nazioni più piccole e deboli, è nondimeno incontestabile — come di tutti, nell’ambito dell’interesse generale — il diritto di queste al rispetto della loro libertà nel campo politico, alla efficace custodia di quella neutralità nelle contese tra gli Stati, che loro spetta secondo il gius naturale e delle genti, alla tutela del loro sviluppo economico, giacché soltanto in tal guisa potranno conseguire adeguatamente il bene comune, il benessere materiale e spirituale del proprio popolo" [51]. Pertanto le comunità politiche economicamente sviluppate, nel prestare la loro multiforme opera, sono tenute al riconoscimento e al rispetto dei valori morali e delle peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico; come pure ad agire senza propositi di predominio politico; in tal modo portano "un contributo prezioso alla formazione di una comunità mondiale nella quale tutti i membri siano soggetti consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, operanti in rapporto di uguaglianza all’attuazione del bene comune universale" [52].

Segni dei tempi


67. Si diffonde sempre più tra gli esseri umani la persuasione che le eventuali controversie tra i popoli non debbono essere risolte con il ricorso alle armi; ma invece attraverso il negoziato. Vero è che sul terreno storico quella persuasione è piuttosto in rapporto con la forza terribilmente distruttiva delle armi moderne; ed è alimentata dall’orrore che suscita nell’animo anche solo il pensiero delle distruzioni immani e dei dolori immensi che l’uso di quelle armi apporterebbe alla famiglia umana; per cui riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia. Però tra i popoli, purtroppo, spesso regna ancora la legge del timore. Ciò li sospinge a profondere spese favolose in armamenti: non già, si afferma — né vi è motivo per non credervi — per aggredire, ma per dissuadere gli altri dall’aggressione. È lecito tuttavia sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l’amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni.

IV

RAPPORTI DEGLI ESSERI UMANI E DELLE COMUNITÀ POLITICHE CON LA COMUNITÀ MONDIALE

Interdipendenza tra le comunità politiche

68. I recenti progressi delle scienze e delle tecniche incidono profondamente sugli esseri umani, sollecitandoli a collaborare tra loro e orientandoli verso una convivenza unitaria a raggio mondiale. Si è infatti intensamente accentuata la circolazione delle idee, degli uomini, delle cose. Per cui sono aumentati enormemente e si sono infittiti i rapporti tra i cittadini, le famiglie, i corpi intermedi appartenenti a diverse comunità politiche; come pure fra i poteri pubblici delle medesime. Mentre si approfondisce l’interdipendenza tra le economie nazionali: le une si inseriscono progressivamente sulle altre fino a diventare ciascuna quasi parte integrante di un’unica economia mondiale; e il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, e la pace all’interno di ciascuna comunità politica è in rapporto vitale con il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, la pace di tutte le altre comunità politiche. Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche.

Insufficienza dell’attuale organizzazione dell’autorità pubblica nei confronti del bene comune universale

69. L’unità della famiglia umana è esistita in ogni tempo, giacché essa ha come membri gli esseri umani che sono tutti uguali per dignità naturale. Di conseguenza esisterà sempre l’esigenza obiettiva all’attuazione, in grado sufficiente, del bene comune universale, e cioè del bene comune della intera famiglia umana. Nei tempi passati si poteva, a ragione, ritenere che i poteri pubblici delle differenti comunità politiche potessero essere in grado di attuare il bene comune universale; o attraverso le normali vie diplomatiche o con incontri a più alto livello, utilizzando gli strumenti giuridici, quali, ad esempio, le convenzioni e i trattati: strumenti giuridici suggeriti dal diritto naturale, e determinati dal diritto delle genti e dal diritto internazionale.

70. In seguito alle profonde trasformazioni intervenute nei rapporti della convivenza umana, da una parte il bene comune universale solleva problemi complessi, gravissimi, estremamente urgenti, specialmente per ciò che riguarda la sicurezza e la pace mondiale; dall’altra parte i poteri pubblici delle singole comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica tra essi, per quanto moltiplichino i loro incontri e acuiscano la loro ingegnosità nell’elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli accennati problemi adeguatamente: e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strutturale. Si può dunque affermare che sul terreno storico è venuta meno la rispondenza fra l’attuale organizzazione e il rispettivo funzionamento del principio autoritario operante su piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale.

Rapporto fra contenuti storici del bene comune e struttura e funzionamento dei poteri pubblici

71. Esiste un rapporto intrinseco fra i contenuti storici del bene comune da una parte e la configurazione e il funzionamento dei poteri pubblici dall’altra. L’ordine morale, cioè, come esige l’autorità pubblica nella convivenza per l’attuazione del bene comune, di conseguenza esige pure che l’autorità a tale scopo sia efficiente. Ciò postula che gli organi nei quali l’autorità prende corpo, diviene operante e persegue il suo fine siano strutturali e agiscano in maniera da essere idonei a tradurre nella realtà i contenuti nuovi che il bene comune viene assumendo nell’evolversi storico della convivenza. Il bene comune universale pone ora problemi a dimensioni mondiali che non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di poteri pubblici aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse proporzioni; di poteri pubblici cioè, che siano in grado di operare in modo efficiente su piano mondiale. Lo stesso ordine morale quindi domanda che tali poteri vengano istituiti.

Poteri pubblici istituiti di comune accordo e non imposti con la forza


72. I poteri pubblici, aventi autorità su piano mondiale e dotati di mezzi idonei a perseguire efficacemente gli obiettivi che costituiscono i contenuti concreti del bene comune universale, vanno istituiti di comune accordo e non imposti con la forza. La ragione è che siffatti poteri devono essere in grado di operare efficacemente; però, nello stesso tempo, la loro azione deve essere informata a sincera ed effettiva imparzialità; deve cioè essere un’azione diretta a soddisfare alle esigenze obiettive del bene comune universale. Sennonché ci sarebbe certamente da temere che poteri pubblici supernazionali o mondiali imposti con la forza dalle comunità politiche più potenti non siano o non divengano strumento di interessi particolaristici; e qualora ciò non si verifichi, è assai difficile che nel loro operare risultino immuni da ogni sospetto di parzialità: il che comprometterebbe l’efficacia della loro azione. Le comunità politiche, anche se fra esse corrano differenze accentuate nel grado di sviluppo economico e nella potenza militare, sono tutte assai sensibili quanto a parità giuridica e alla loro dignità morale. Per cui, a ragione, non facilmente si piegano ad obbedire a poteri imposti con la forza; o a poteri alla cui creazione non abbiano contribuito; o ai quali non abbiano esse stesse deciso di sottoporsi con scelte consapevoli e libere.

Il bene comune universale e i diritti della persona

73. Come il bene comune delle singole comunità politiche, così il bene comune universale non può essere determinato che avendo riguardo alla persona umana. Per cui anche i poteri pubblici della comunità mondiale devono proporsi come obiettivo fondamentale il riconoscimento, il rispetto, la tutela e la promozione dei diritti della persona: con un’azione diretta, quando il caso lo comporti; o creando un ambiente a raggio mondiale in cui sia reso più facile ai poteri pubblici delle singole comunità politiche svolgere le proprie specifiche funzioni.

Il principio di sussidiarietà

74. Come i rapporti tra individui, famiglie, corpi intermedi, e i poteri pubblici delle rispettive comunità politiche, nell’interno delle medesime, vanno regolati secondo il principio di sussidiarietà, così nella luce dello stesso principio vanno regolati pure i rapporti fra i poteri pubblici delle singole comunità politiche e i poteri pubblici della comunità mondiale. Ciò significa che i poteri pubblici della comunità mondiale devono affrontare e risolvere i problemi a contenuto economico, sociale, politico, culturale che pone il bene comune universale; problemi però che per la loro ampiezza, complessità e urgenza i poteri pubblici delle singole comunità politiche non sono in grado di affrontare con prospettiva di soluzioni positive. I poteri pubblici della comunità mondiale non hanno lo scopo di limitare la sfera di azione ai poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi; hanno invece lo scopo di contribuire alla creazione, su piano mondiale, di un ambiente nel quale i poteri pubblici delle singole comunità politiche, i rispettivi cittadini e i corpi intermedi possano svolgere i loro compiti, adempiere i loro doveri, esercitare i loro diritti con maggiore sicurezza [53].

Segni dei tempi

75. Come è noto, il 26 giugno 1945, venne costituita l’Organizzazione delle Nazione Unite (ONU); alla quale, in seguito, si collegarono gli istituti intergovernativi aventi vasti compiti internazionali in campo economico, sociale, culturale, educativo, sanitario. Le Nazioni Unite si proposero come fine essenziale di mantenere e consolidare la pace fra i popoli, sviluppando fra essi le amichevoli relazioni, fondate sui principi della uguaglianza, del vicendevole rispetto, della multiforme cooperazione in tutti i settori della convivenza. Un atto della più alta importanza compiuto dalle Nazioni Unite è la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata in assemblea generale il 10 dicembre 1948. Nel preambolo della stessa dichiarazione si proclama come un ideale da perseguirsi da tutti i popoli e da tutte le nazioni l’effettivo riconoscimento e rispetto di quei diritti e delle rispettive libertà. Su qualche punto particolare della dichiarazione sono state sollevate obiezioni e fondate riserve. Non è dubbio però che il documento segni un passo importante nel cammino verso l’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale. In esso infatti viene riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell’attuazione del bene morale e della giustizia; e il diritto a una vita dignitosa; e vengono pure proclamati altri diritti connessi con quelli accennati. Auspichiamo pertanto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite — nelle strutture e nei mezzi — si adegui sempre più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti; e che arrivi il giorno nel quale i singoli esseri umani trovino in essa una tutela efficace in ordine ai diritti che scaturiscono immediatamente dalla loro dignità di persone; e che perciò sono diritti universali, inviolabili, inalienabili. Tanto più che i singoli esseri umani, mentre partecipano sempre più attivamente alla vita pubblica delle proprie comunità politiche, mostrano un crescente interessamento alle vicende di tutti i popoli, e avvertono con maggiore consapevolezza di essere membra vive di una comunità mondiale.  

V

RICHIAMI PASTORALI

Dovere di partecipare alla vita pubblica

76. Ancora una volta ci permettiamo di richiamare i nostri figli al dovere che hanno di partecipare attivamente alla vita pubblica e di contribuire all’attuazione del bene comune della famiglia umana e della propria comunità politica; e di adoprarsi quindi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale.

Competenza scientifica, capacità tecnica, esperienza professionale

77. Non basta essere illuminati dalla fede ed accesi dal desiderio del bene per penetrare di sani principi una civiltà e vivificarla nello spirito del Vangelo. A tale scopo è necessario inserirsi nelle sue istituzioni e operare validamente dal di dentro delle medesime. Però la nostra civiltà si contraddistingue soprattutto per i suoi contenuti scientifico-tecnici. Per cui non ci si inserisce nelle sue istituzioni e non si opera con efficacia dal di dentro delle medesime se non si è scientificamente competenti, tecnicamente capaci, professionalmente esperti.

L’azione come sintesi di elementi scientifico-tecnico professionali e di valori spirituali


78. Amiamo pure richiamare all’attenzione che la competenza scientifica, la capacità tecnica, l’esperienza professionale, se sono necessarie, non sono però sufficienti per ricomporre i rapporti della convivenza in un ordine genuinamente umano; e cioè in un ordine, il cui fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà. A tale scopo si richiede certamente che gli esseri umani svolgano le proprie attività a contenuto temporale, obbedendo alle leggi che sono ad esse immanenti, e seguendo metodi rispondenti alla loro natura; ma si richiede pure, nello stesso tempo, che svolgano quelle attività nell’ambito dell’ordine morale; e quindi come esercizio o rivendicazione di un diritto, come adempimento di un dovere e prestazione di un servizio; come risposta positiva al disegno provvidenziale di Dio mirante alla nostra salvezza; si richiede cioè che gli esseri umani, nell’interiorità di se stessi, vivano il loro operare a contenuto temporale come una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali.

Ricomposizione unitaria nei credenti tra fede religiosa e attività a contenuto temporale

79. Nelle comunità nazionali di tradizione cristiana, le istituzioni dell’ordine temporale, nell’epoca moderna, mentre rivelano spesso un alto grado di perfezione scientifico-tecnica e di efficienza in ordine ai rispettivi fini specifici, nello stesso tempo si caratterizzano non di rado per la povertà di fermenti e di accenti cristiani. È certo tuttavia che alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani; e non è dubbio che, in parte almeno, lo erano e lo sono. Come si spiega? Riteniamo che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale. È necessario quindi che in essi si ricomponga l’unità interiore; e nelle loro attività temporali sia pure presente la fede come faro che illumina e la carità come forza che vivifica.

Sviluppo integrale degli esseri umani in formazione


80. Ma pensiamo pure che l’accennata frattura nei credenti fra credenza religiosa e operare a contenuto temporale, è il risultato, in gran parte se non del tutto, di un difetto di solida formazione cristiana. Capita infatti, troppo spesso e in molti ambienti, che non vi sia proporzione fra istruzione scientifica e istruzione religiosa: l’istruzione scientifica continua ad estendersi fino ad attingere gradi superiori, mentre l’istruzione religiosa rimane di grado elementare. È perciò indispensabile che negli esseri umani in formazione, l’educazione sia integrale e ininterrotta; e cioè che in essi il culto dei valori religiosi e l’affinamento della coscienza morale procedano di pari passo con la continua sempre più ricca assimilazione di elementi scientifico-tecnici; ed è pure indispensabile che siano educati circa il metodo idoneo secondo cui svolgere in concreto i loro compiti [54].

Impegno costante

81. Riteniamo opportuno di fare presente come sia difficile cogliere, con sufficiente aderenza, il rapporto fra esigenze obiettive della giustizia e situazioni concrete; di individuare cioè i gradi e le forme secondo cui i principi e le direttive dottrinali devono tradursi nella realtà. E l’individuazione di quei gradi e di quelle forme è tanto più difficile nell’epoca nostra, caratterizzata da un dinamismo accentuato. Per cui il problema dell’adeguazione della realtà sociale alle esigenze obiettive della giustizia è problema che non ammette mai una soluzione definitiva. I nostri figli pertanto devono vigilare su se stessi per non adagiarsi soddisfatti in obiettivi già raggiunti. Anzi per tutti gli esseri umani è quasi un dovere pensare che quello che è stato realizzato è sempre poco rispetto a quello che resta ancora da compiere per adeguare gli organismi produttivi, le associazioni sindacali, le organizzazioni professionali, i sistemi assicurativi, gli ordinamenti giuridici, i regimi politici, le istituzioni a finalità culturali, sanitarie, ricreative e sportive alle dimensioni proprie dell’era dell’atomo e delle conquiste spaziali: era nella quale la famiglia umana è già entrata e ha iniziato il suo nuovo cammino con prospettive di un’ampiezza sconfinata.

Rapporti fra cattolici e non cattolici in campo economico-sociale-politico

82. Le linee dottrinali tracciate nel presente documento scaturiscono o sono suggerite da esigenze insite nella stessa natura umana, e rientrano, per lo più, nella sfera del diritto naturale. Offrono quindi ai cattolici un vasto campo di incontri e di intese tanto con i cristiani separati da questa Sede apostolica quanto con esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù Cristo, nei quali però è presente la luce della ragione ed è pure presente ed operante l’onestà naturale. "In tali rapporti i nostri figli siano vigilanti per essere sempre coerenti con se stessi, per non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale. Ma nello stesso tempo siano e si mostrino animati da spirito di comprensione, disinteressati e disposti ad operare lealmente nell’attuazione di oggetti che siano di loro natura buoni o riducibili al bene" [55].

83. Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. Inoltre in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio in lui non viene mai meno. Per cui chi in un particolare momento della sua vita non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la verità e per renderle omaggio.

84. Va altresì tenuto presente che non si possono neppure identificare false dottrine filosofiche sulla natura, l’origine e il destino dell’universo e dell’uomo, con movimenti storici a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, anche se questi movimenti sono stati originati da quelle dottrine e da esse hanno tratto e traggono tuttora ispirazione. Giacché le dottrine, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse; mentre i movimenti suddetti, agendo sulle situazioni storiche incessantemente evolventisi, non possono non subirne gli influssi e quindi non possono non andare soggetti a mutamenti anche profondi. Inoltre chi può negare che in quei movimenti, nella misura in cui sono conformi ai dettami della retta ragione e si fanno interpreti delle giuste aspirazioni della persona umana, vi siano elementi positivi e meritevoli di approvazione?

85. Pertanto, può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece lo sia o lo possa divenire domani. Decidere se tale momento è arrivato, come pure stabilire i modi e i gradi dell’eventuale consonanza di attività al raggiungimento di scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità, sono problemi" che si possono risolvere soltanto con la virtù della prudenza, che è la guida delle virtù che regolano la vita morale, sia individuale che sociale. Perciò, da parte dei cattolici tale decisione spetta in primo luogo a coloro che vivono od operano nei settori specifici della convivenza, in cui quei problemi si pongono, sempre tuttavia in accordo con i principi del diritto naturale, con la dottrina sociale della Chiesa e con le direttive della autorità ecclesiastica. Non si deve, infatti, dimenticare che compete alla Chiesa il diritto e il dovere non solo di tutelare i principi dell’ordine etico e religioso, ma anche di intervenire autoritativamente presso i suoi figli nella sfera dell’ordine temporale, quando si tratta di giudicare dell’applicazione di quei principi ai casi concreti [56].

Gradualità

86. Non mancano anime particolarmente dotate di generosità, che, trovandosi di fronte a situazioni nelle quali le esigenze della giustizia non sono soddisfatte o non lo sono in grado sufficiente, si sentono accese dal desiderio di innovare, superando con un balzo solo tutte le tappe; come volessero far ricorso a qualcosa che può rassomigliare alla rivoluzione. Non si dimentichi che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce ad innovare verso il meglio che agendo dal di dentro di esse gradualmente. "Non nella rivoluzione — proclama Pio XII — ma in una evoluzione concordata sta la salvezza e la giustizia. La violenza non ha mai fatto altro che abbattere, non innalzare; accendere le passioni, non calmarle; accumulare odio e rovine, non affratellare i contendenti; e ha precipitato gli uomini e i partiti nella dura necessità di ricostruire lentamente, dopo prove dolorose, sopra i ruderi della discordia" [57].

Compito immenso


87. A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio.

88. Certo, coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti; ad essi vada il nostro paterno apprezzamento, il nostro pressante invito a perseverare nella loro opera con slancio sempre rinnovato. E ci conforta la speranza che il loro numero aumenti, soprattutto fra i credenti. È un imperativo del dovere; è un’esigenza dell’amore. Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più, nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio. Infatti non si dà pace fra gli uomini se non vi è pace in ciascuno di essi, se cioè ognuno non instaura in se stesso l’ordine voluto da Dio. "Vuole l’anima tua — si domanda sant’ Agostino — vincere le tue passioni? Sia sottomessa a chi è in alto e vincerà ciò che è in basso. E sarà in te la pace: vera, sicura, ordinatissima. Qual è l’ordine di questa pace? Dio comanda all’anima, l’anima al corpo; niente di più ordinato" [58].

Il Principe della pace

89. Queste nostre parole, che abbiamo voluto dedicare ai problemi che più assillano l’umana famiglia, nel momento presente, e dalla cui equa soluzione dipende l’ordinato progresso della società, sono dettate da una profonda aspirazione, che sappiamo comune a tutti gli uomini di buona volontà: il consolidamento della pace nel mondo. Come vicario — benché tanto umile ed indegno — di colui che il profetico annuncio chiama il Principe della pace, (Cf. Is 9,6) abbiamo il dovere di spendere tutte le nostre energie per il rafforzamento di questo bene. Ma la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà.

90. È questa un’impresa tanto nobile ed alta che le forze umane, anche se animate da ogni lodevole buona volontà, non possono da sole portare ad effetto. Affinché l’umana società sia uno specchio il più fedele possibile del regno di Dio, è necessario l’aiuto dall’alto. Per questo la nostra invocazione in questi giorni sacri sale più fervorosa a colui che ha vinto nella sua dolorosa passione e morte il peccato, elemento disgregatore e apportatore di lutti e squilibri ed ha riconciliato l’umanità col Padre celeste nel suo sangue: "Poiché egli è la nostra pace, egli che delle due ne ha fatta una sola... E venne ad evangelizzare la pace a voi, che eravate lontani, e la pace ai vicini" (Ef 3,14-17). E nella liturgia di questi giorni risuona l’annuncio: "Surgens Iesus Dominus noster, stans in medio discipulorum suorum, dixit: "Pax vobis, alleluia"; gavisi sunt discipuli, viso Domino" (Resp. ad Mat., in feria VI infra oct. Paschae). Egli lascia la pace, egli porta la pace: "Pacem relinquo vobis, pacem meam do vobis, non quomodo mundus dat ego do vobis" (Gv 14,27).. Questa è la pace che chiediamo a lui con l’ardente sospiro della nostra preghiera.

91. Allontani egli dal cuore degli uomini ciò che la può mettere in pericolo; e li trasformi in testimoni di verità, di giustizia, di amore fraterno. Illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il gran dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace.

In pegno di questa pace e con l’augurio che essa irraggi nelle cristiane comunità a voi affidate, specialmente a beneficio dei più umili e più bisognosi di aiuto e di difesa, siamo lieti di dare a voi, venerabili fratelli, ed ai sacerdoti del clero secolare e regolare, ai religiosi e alle religiose e ai fedeli delle vostre diocesi, particolarmente a coloro che porranno ogni impegno per mettere in pratica le nostre esortazioni, la benedizione apostolica, propiziatrice dei celesti favori. Infine, per tutti gli uomini di buona volontà, destinatari anch’essi di questa nostra lettera enciclica, imploriamo dal sommo Iddio salute e prosperità.

Dato a Roma, presso S. Pietro, l’11 aprile 1963
.  

IOANNES PP. XXIII   

NOTE:

[1] IOANNES PP. XXIII, Litt. Enc. Pacem in terris de pace omnium gentium in veritate, iustitia, caritate, libertate constituenda, [Venerabilibus fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis, Episcopis aliisque locorum Ordinariis pacem et communionem cum Apostolica Sede habentibus, clero et christifidelibus totius orbis itemque universis bonae voluntatis hominibus], 11 aprilis 1963: AAS 55(1963), pp. 257-304. Versione italiana: L’Osservatore romano, 11 aprile 1963; La Civiltà cattolica, 114(1963), II, 105ss.
[2] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[3] Cf. Enc. Divini Redemptoris di Pio XI.
[4] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[5] Divinae institutionis, lib. IV, c. 28, 2 PL, 6,535.
[6]) Enc. Libertas praestantissimum di Leone XIII.
[7] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[8] Cf. Enc. Casti connubii di Pio XI.
[9] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste di Pio XII, 10.
[10] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII..
[11] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[12] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste di Pio XII.
[13] Cf. ivi, p.t 430.
[14] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[15] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII.
[16] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[17] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1952.
[18] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1944.
[19] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[20] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[21] Summa Theol., I-II, q. 19, a. 4; cf a. 9.
[22] In Epist. ad Rom., c. 13, vv. 1-2, homil XXIII.
[23] Enc. Immortale Dei di Leone XIII.
[24] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1944.
[25] Cf. Enc. Diuturnum illud di Leone XIII.
[26] Cf. ivi, p. 278; e Enc. Immortale Dei di Leone XIII.
[27] Summa Theol., I-II, q. 93, a. 3 ad 2.
[28] Cf. Enc. Diuturnum illud di Leone XIII.
[29] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942
[30] Cf. Enc. Summi pontificatus di Pio XII.
[31] Cf. Enc. Mit brennender Sorge di Pio XI.
[32] Enc. Immortale Dei di Leone XIII: Acta Leonis.
[33] Cf. Enc. Rerum novarum di Leone XIII.
[34] Cf. Enc. Summi pontificatus di Pio XII.
[35] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[36] Cf. Enc. Quadragesimo anno di Pio XI.
[37] Cf. Radiomessaggio di Pentecoste.
[38] Cf. enc Mit brennender Sorge di Pio XI.
[39] Cf. Enc. Divini Redemptoris di Pio XI.
[40] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[41] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942.
[42] Cf. Epist. Apost. Annum ingressi di Leone XIII.
[43]Cf. Radiomessaggio di Pentecoste, 1941.
[44] Cf. Radiomessaggio di Pio XII, 1940.
[45] De civitate Dei, lib. IV, c. 4: PL, 41,115; Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1939.
[46] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.
[47] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni: XXIII.
[48] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.
[49] Cf. Radiomessaggio di Pio XII, 24 agosto 1939.
[50] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[51] Cf. Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1941.
[52] Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[53] Cf. Discorso ai giovani di A.C.I. di Pio XII, 12.
[54] Cf. Enc. Mater et magistra di Giovanni XXIII.
[55] Ivi, p. 456.
[56] Ivi, 456; cf Enc. Immortale Dei di Leone XII; Enc. Ubi Arcano di Pio XI, 1922.
[57] Cf. Discorso agli operai italiani di Pio XII. [58] Miscellanea Augustiniana.

© Copyright 1963 - Libreria Editrice Vaticana

 

3. Monsignor Mario Toso (Iustitia et pax): "Quel che rimane da fare"

 

A cinquanta anni esatti dalla pubblicazione della Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, monsignor Mario Toso, segretario del pontificio consiglio per la Giustizia e la Pace, traccia un bilancio “sostanzialmente positivo, sebbene molti degli obiettivi contenuti nell’enciclica sono ancora oggi da raggiungere”. Il salesiano attualizza le indicazioni della lettera giovannea per la comunità internazionale (rilanciando l’idea di una “vera autorità politica mondiale”) e per l’Italia (con particolare attenzione alla democrazia partecipativa e alla riforma della legge elettorale). Il segretario di Iustitia et Pax, infine, trae dagli insegnamenti di Papa Francesco la prospettiva di “una democrazia sostanziale, sempre più allargata sul piano sociale, inclusiva dei più poveri».    

- Quale bilancio tratteggiare a cinquant'anni dalla pubblicazione della 'Pacem in terris'? Cosa rappresentò all'epoca? Quali indicazioni di quella lettera sono superate dalla storia, quali ancora attuali?

«A cinquant’anni dalla pubblicazione si può tratteggiare un bilancio sostanzialmente positivo, sebbene molti degli obiettivi contenuti nell’enciclica sono ancora oggi da raggiungere. L’ottimismo, improntato ad un sano realismo, che pervade l’enciclica giovannea, appare oggi meno diffuso e condiviso, dato un contesto sociale e culturale dominato da scetticismi e pessimismi circa la realizzazione di democrazie a misura d’uomo, di un mondo più giusto e più pacifico. Nuove ideologie hanno rimpiazzato quelle vecchie, non accrescendo visioni positive dell’uomo e della sua dignità. Sembrano, invece, vincenti visioni depotenziate, frammentate, individualistiche e mercantili. Tali nuove ideologie purtroppo minano le res novae che si sono affermate dopo la Pacem in terris, come la globalizzazione – fenomeno, peraltro, ambivalente -, l’internazionalizzazione dei diritti – che ha diffuso nel mondo un codice etico-culturale transnazionale -, la discreta, sebbene insufficiente, attrezzatura di istituzioni di governo globale: fatti tutti che consolidano le possibilità di unità tra i popoli e la base del consenso civile globale. Per l’epoca in cui vide la luce, la Pacem in terris rappresentò un grande motivo di speranza, sia sul piano della progettualità - essa tratteggiava una visione della vita sociale e politica come poche ne erano state prima abbozzate –; sia sul piano della convivenza sociale: essa investiva molto sulla possibilità del dialogo tra credenti e non credenti, soprattutto nell’ultima parte, là dove enuncia la distinzione tra errore ed errante, la distinzione tra dottrine erronee che sono all’origine di determinati movimenti storici e li hanno ispirati e i movimenti stessi. Tutti questi aspetti rimangono attuali, mentre non lo è più, ad esempio, la fondazione del diritto alla libertà religiosa sulla coscienza retta. Il diritto alla libertà religiosa riceverà successivamente un fondamento più pertinente, granitico, individuato nella dignità della persona umana dalla Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II».  

- Più specificamente, quale lezione trarre dalla lettera di Giovanni XXIII per il mondo di oggi attraversato da tensioni come il conflitto siriano e le minacce nucleari della corea del nord?

«Le minacce alla pace mutano. Bisogna, comunque, procedere sulla strada della eliminazione del diritto di guerra degli Stati. Ammettere, peraltro, la finitezza della condizione umana, e con essa il diritto alla legittima difesa, non implica il diritto di muovere guerra. In secondo luogo, occorre perseguire un disarmo nucleare generale nel quadro di un disarmo integrale. Come si legge, infatti, nella Pacem in terris, la riduzione ed eliminazione degli armamenti «sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, con essi, la psicosi bellica». Quindi, all’equilibrio degli armamenti si deve sostituire la vera pace alimentata dalla reciproca fiducia. In terzo luogo,  andrebbe perseguito un grado superiore di ordinamento internazionale, ovvero come si diceva poco prima, una vera autorità politica mondiale, per realizzare il bene comune dell’umanità, la pace»

Quale lezione trarre per l'Italia di oggi, che sembra bloccata da una crisi economica, sociale e politica dalle prospettive incerte?

«Credo che si possa ricavare dalla Pacem in terris l’invito a dare il primato alle persone concrete e ai loro problemi, al connesso bene comune, rispetto ad una politica che sembra chiudersi nel proprio mondo di riti estenuanti, di procedure bizantine, di lotte particolaristiche, di burocrazie farraginose, antiquate. Dalla Pacem in terris viene la sollecitazione a trovare una connessione più profonda con le aspirazioni di emancipazione dei cittadini e del loro desiderio di partecipare alla gestione della cosa pubblica, a partire dall’anelito al vero, al bene e al bello, insito in ogni persona. In particolare, può venire l’incoraggiamento a non rinunciare, in una società che in cui crescono diseguaglianze e povertà a causa di una crisi economica e finanziaria che non sembra essere finita, all’ideale di una democrazia sostanziale, non solo rappresentativa ma anche partecipativa.  È evidente che nel mondo non si incontra una democrazia perfetta. Non esiste. E, tuttavia, non si deve rinunciare al suo ideale, che rappresenta una sfida dell’uomo a se stesso. La democrazia va universalizzata. Non va «esportata» con la forza, perché ciò è contrario alla sua essenza. Va fatta crescere dall’interno dei popoli, rafforzando sia i loro ethos - la loro unione morale e spirituale - sia l’innalzamento di istituzioni adeguate o la profonda riforma di quelle esistenti. Ciò, per l’Italia potrebbe significare, il superamento deciso di tutti quei fenomeni di populismo e di gestione oligarchica del potere che impediscono una reale riforma dei partiti, il loro collegamento con la società civile, il rilancio della democrazia partecipativa, la riforma della legge elettorale, l’inclusione in un progetto di sviluppo solidale, integrale e sostenibile di tutti i cittadini, mediante il loro apporto libero e responsabile. Uno Stato democratico e sociale rimane un ideale insuperato. Esso va realizzato nelle nuove condizioni storiche, pena il regresso a forme di governo autoritarie».

- Quale prospettiva apre sui temi sociali l'elezione di papa Francesco, con la sua esperienza della crisi argentina e con le prime parole pronunciate nell'avvio del pontificato?

«Una prospettiva di rinascita della politica e della vita democratica, come prospettiva che mira a superare una «società duale» e una democrazia «a bassa intensità», ossia caratterizzata da livelli di povertà crescenti, da assenza di progetti strategici di sviluppo e di inserimento nella vita internazionale e globale, da massimalismi del tipo «tutto o niente» nei vari campi, che finiscono per trascurare i veri problemi, quali la convivenza, la stabilità, la governabilità, la necessaria tranquillità della vita democratica, ma anche la crescita economica, il lavoro e la sicurezza per tutti. Dall’insegnamento sociale di papa Francesco sta emergendo che occorre puntare verso una democrazia sostanziale, sempre più allargata sul piano sociale, inclusiva dei più poveri – la loro effettiva emancipazione e partecipazione alla gestione della cosa pubblica è la «prova del nove» della buona qualità della democrazia -, basata su una cultura dell’incontro e non della contrapposizione. Per papa Francesco, come risulta dal suo saggio Noi come cittadini, noi come popolo (Libreria Editrice Vaticana-Jaca Book 2013), scritto ancora quand’era primate dell’Argentina, in occasione del Bicentenario di quella Nazione, la vera democrazia si allaccia con la prospettiva di una cittadinanza attiva, integrale. Per realizzarla occorre recuperare e vivere un orizzonte di sintesi culturale e di unità comunitaria, nonché la pratica dell’incontro, che abolisce l’ostracismo della parte avversa. In vista di ciò, il popolo ha bisogno di una classe dirigente che vive in simbiosi con esso, attenta ai suoi problemi e agli aneliti più profondi di sviluppo personale e relazionale, capace di contribuire alla formulazione e alla realizzazione di un progetto di sviluppo integrale ed inclusivo del Paese».


Iacopo Scaramuzzi

 

4. Monsignor Giovanni Giudici, Pax Christi: «Chi disprezza la persona umana è nemico della pace»

 

Come spiegò un anno fa Papa Benedetto XVI, la Pacem in terris fu in un certo senso il "testamento spirituale"di Giovanni XXIII. La portata straordinaria di questo documento è che a distanza di cinquant’anni – fu promulgata l’11 aprile 1963 – regge ancora il confronto con il mondo globalizzato di oggi. «La visione offerta da Papa Giovanni», ha affermato Benedetto XVI, «ha ancora molto da insegnare a noi che lottiamo per affrontare le nuove sfide in favore della pace e della giustizia nell'era post-Guerra Fredda e in mezzo al continuo proliferare degli armamenti».
Un’eredità impegnativa, dunque, in parte onorata e in parte tradita. «Sicuramente», afferma monsignor Giovanni Giudici, 73 anni, vescovo di Pavia e dal 2009 presidente di Pax Christi, «un punto di fermo da cui ripartire per il futuro».

Eccellenza, la Pacem in terris ha segnato un’epoca con le sue aperture profetiche. Cosa resta oggi, a mezzo secolo di distanza?
«Dal punto di vista ecclesiale è stato un punto alto, il culmine del magistero della Chiesa sul tema della pace perché non si limita a offrire semplicemente alcuni spunti di riflessione ma li incardina in una serie di richiami e di valori più ampi.  C’è sia la riflessione che la proposta. Sul versante civile, la società internazionale "scoprì" questa forte presa di posizione della Chiesa che si inseriva in un panorama reso più fisso e impermeabile a ogni sollecitazione di pace dallo scontro tra Est e Ovest, tra mondo socialista e mondo liberista. È evidente che dal punto di vista geopolitico oggi  il mondo è totalmente cambiato da allora e di conseguenza anche l’impatto che questo  documento può avere nella nuova situazione internazionale».

Rivolgendosi esplicitamente e per la prima volta a tutti "gli uomini di buona volontà" è stato anche un punto di partenza per un discorso non più confessionale sulla pace
. «Esatto, è l’altro aspetto importante di questo documento che ha richiamato l’attenzione di chi era ai margini o al di fuori della comunità ecclesiale. Ha fatto scoprire a tutti il patrimonio complessivo di insegnamenti e riflessioni che la Chiesa dall’Ottocento aveva sviluppato sul tema».

Il movimento pacifista dopo le mobilitazioni degli anni scorsi contro le guerre in Afghanistan e in Iraq oggi appare oggi un po’ in ritirata e chiuso in se stesso. È così? «Oggi viviamo una stagione in cui la violenza è diventata endemica, fa parte del panorama quotidiano delle nostre città. L’altro aspetto è che l’uso delle armi non riflette più la vecchia logica aggressori-aggrediti perché sempre più spesso si tratta di conflitti locali e azioni terroristiche condotte allo scopo di spaventare le popolazioni, accrescere la paura, togliere terreno a chi non la pensa come gli aggressori. Da questo punto di vista la situazione è diventata più intricata e difficile da valutare e, di conseguenza, è più difficile che gruppi di persone prendano posizione e si mobilitino, che è poi la stessa difficoltà vissuta dalle agenzie internazionali».

Chi sono oggi i nemici della pace?
«Sono tutti coloro che disprezzano la persona umana, in tutta la varietà dell’esperienza umana: dalla nascita allo sviluppo (pensiamo alla privazione della cultura e alla mancanza del lavoro) fino alla morte. Sono tutti coloro che accettano che nella nostra società ci siano ingiustizie e violenze più o meno occulte perché questo è un altro problema drammatico: l’insorgere di determinati conflitti è il punto d’arrivo di ingiustizie precedenti o di carenze culturali, ossia l’incapacità di vivere pacificamente tra diversi stili di vita o diverse etnie. I nemici della pace sono tutti coloro che non lavorano perché queste differenze e contrapposizioni siamo poco per volta limitate ed eliminate».

Oltre ai cinquant’anni della Pacem in terris in questo mese ricorre il ventesimo anniversario della morte di don Tonino Bello suo predecessore alla guida di Pax Christi. Cosa le suggerisce questa coincidenza?
«Uno degli inviti di mons. Bello, oggi più che mai attuale ed urgente, è l’invito a stare sulla frontiera. In questo momento è difficile identificare questa frontiera della pace e come la si possa costruire quotidianamente. Don Tonino ha cercato gli amici della pace ovunque li ha potuti trovare e in questo senso ha aperto strade e subito anche giudizi e critiche. Il secondo aspetto è l’attenzione che egli aveva per l’ambiente e il creato: la battaglia contro le armi che condusse in Puglia aveva come obiettivo, tra gli altri, anche quello della salvaguardia della terra degli ulivi delle messi. Fu un approccio innovativo da non disperdere, a maggior ragione oggi che c’è una maggiore sensibilità su questo tema incoraggiata anche dai recenti messaggi di papa Francesco».

Sulla scia dell’enciclica, quali sono le sfide per il futuro?
«Ribadire la centralità della persona inviolabile nei suoi diritti. Confrontando la società civile di cinquant’anni fa con quella attuale è chiaro che oggi l’opinione pubblica è maggiormente informata e capace di mobilitarsi per i temi della pace. Soprattutto per merito dei media, in particolare i social network, che svolgono un ruolo importantissimo».

Antonio Sanfrancesco

5. Pacifisti/1 - Flavio Lotti:«L'impegno per la pace è da ripensare»

 

«L’impegno dei pacifisti oggi è da ripensare in profondità. Attualmente vedo poche persone impegnate a lavorare per la pace». L'atto d’accusa arriva da Flavio Lotti, organizzatore della Marcia Perugia-Assisi, ex coordinatore nazionale della Tavola della Pace, la più grande rete pacifista italiana che raccoglie centinaia di gruppi e organizzazioni laiche e religiose ed enti locali e candidato capolista, non eletto, in Umbria e Toscana alle scorse politiche con la lista "Rivoluzione Civile" di Antonio Ingroia. Una scelta, quella di entrare in politica, fatta da molti esponenti della galassia pacifista e che ha aperto il dibattito sull'efficacia dell'impegno in Parlamento dopo la stagione della mobilitazione nelle piazze.

Cominciamo dalla Pacem in terris. È valida ancora oggi?
«Sì perché è un testo di straordinaria qualità e uno dei più singolari della storia della Chiesa. Non a caso è diventato un punto di riferimento intriso di religiosità e laicità perché capace di parlare sia a chi ha una fede e sia a chi quella fede non ce l’ha ma cerca una via d’uscita alla crisi che stiamo vivendo. Quest’enciclica oggi va riletta non tanto per ricordare quel che è accaduto cinquant’anni fa ma per cercare di uscire dalla crisi in cui siamo precipitati». In che cosa è stata tradita, o non attuata? «Innanzitutto l’enciclica parte dal riconoscimento dei diritti fondamentali della persona e delle relazioni che questi diritti hanno  con tutti i diversi livelli della nostra cittadinanza (comunità locali, nazionali, mondiale). Purtroppo rileggendola noi ancora una volta possiamo misurare la distanza tra ciò che potrebbe essere – e che era già stato scritto nel 1948 con la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo – e ciò che è la realtà. L’altro elemento è che si è completamente perso di vista l’orizzonte indicato dall’enciclica: ossia, quello della costruzione di una comunità mondiale in grado di andare oltre i nazionalismi e gli interessi particolari per mettere al centro il bene comune delle singole persone e delle comunità che le compongono. I due poli della Pacem in terris, la persona e il mondo, sono purtroppo oggi sottoposti a un grandissimo stress perché i diritti delle persone sono ignorati e stravolti in individualismo e la comunità mondiale, ovvero il bene comune del mondo, non è più al centro di nessun percorso politico internazionale».

Lei, come molti altri esponenti dei movimenti pacifisti, ha scelto di candidarsi alle ultime elezioni politiche. L’impegno per la pace è più "efficace" se entra in politica o se invece resta fuori?
«Mi sono candidato con la Lista "Rivoluzione Civile" come gesto di ribellione nei confronti di una politica che si è dimostrata totalmente sorda e cieca verso quegli obiettivi che ha sempre proclamato di perseguire. Per l’Italia è l’assenza di una politica internazionale di pace, e degna delle responsabilità che il nostro paese deve prendersi come membro della comunità internazionale. Detto questo, sono molto contento che tante persone della società civile siano entrate in Parlamento. Io non sono pentito di averci provato perché credo fermamente che non ci possa essere pace senza una politica di pace e delle istituzioni che operino quotidianamente e concretamente per la pace. Mi auguro, quindi, che chi è stato eletto alle ultime elezioni non dimentichi i percorsi intrapresi quando faceva parte della società civile e continui a perseguire quest’obiettivo».

Quali sono le prospettive future per il movimento pacifista italiano?
«Il loro impegno è da ripensare in profondità. Oggi vedo pochissime persone impegnate concretamente a lavorare per la pace. Vedo invece a volte degli atteggiamenti minoritari che tendo più a difendere la propria identità o gruppo d’appartenenza anziché cercare di estendere la semina. Al di là del metodo scelto da ognuno, dobbiamo fare una riflessione seria sulla capacità educativa e di efficacia politica del nostro impegno per la pace». 

Antonio Sanfrancesco

6. Pacifisti/2 - Massimo Paolicelli: «La politica deve ascoltare di più la società civile»

 

«Il grande messaggio dell’enciclica di Giovanni XXIII, che si rivolge sia alle singole persone che agli Stati, è che la vera pace si può costruire solo sulla vicendevole fiducia rigettando l’idea, che c’era all’epoca e che c’è purtroppo ancora oggi, che solo l’equilibrio delle armi possa garantirla ristabilendo condizioni di giustizia». Massimo Paolicelli, fondatore  e presidente nazionale delll'Associazione Obiettori nonviolenti, è un esponente di spicco del movimento pacifista italiano. Ha svolto due mandati nella Consulta nazionale per il Servizio civile presso la Presidenza del Consiglio e ora collabora come esperto sui temi della difesa alla campagna "Sbilanciamoci" e con la Rete italiana per il disarmo.

Il bilancio sull'eredità della Pacem in terris, secondo Policelli, presenta luci e ombre: « A cinquant’anni di distanza», afferma, «due aspetti dell’enciclica sono diventati realtà: la dottrina dei diritti umani, affermatasi nell’ambito del diritto internazionale e della diplomazia, e la stessa governance globale che sia pure tra mille difficoltà e ostacoli si è fatta finalmente strada».

E le ombre?
«Va superata l’idea che le armi garantiscano condizioni di giustizia e, di conseguenza, la pace mondiale. Purtroppo i dati, sconfortanti, dicono che quest'impostazione resiste: nel 2011 sono stati spesi 1738 miliardi di dollari per il sistema militare, pari al 2,5 per cento del Pil mondiale, circa 249 dollari a persona. Nel mondo ci sono quasi 20mila testate nucleari, di cui 90 solo in Italia. Il nostro Paese non è da meno e dà un discreto contributo a tutto questo spendendo 24 miliardi di euro per la difesa e le armi e aderendo a progetti discutibili come quello sul cacciabombardiere F35 con capacità di trasporto di ordigni nucleari che ci costerà ben 13 miliardi. Mentre per azioni concrete di pace come il sostegno al Servizio civile nazionale vanno appena 68 milioni di euro tanto che quest’anno non si farà un bando che riesca  a superare i 20mila giovani».

Eppure, un passo avanti importante è stato fatto con il trattato Onu, approvato di recente, che regolamenta il commercio mondiale di armi. O no?
«È un fatto enormemente positivo che non risolve il problema, ovviamente, ma va coraggiosamente nella direzione giusta. Non dimentichiamo però che a risultati come questo si è arrivati anche per la mobilitazione del movimento pacifista e della Rete del disarmo che su questi temi, anche negli ultimi anni, non si sono mai fermati, a dispetto di quello che magari poteva apparire dell’esterno».

Non vorrà negare una certo appannamento del movimento, specie nell’ultimo periodo.

«No. Le difficoltà attuali, in Italia e non solo, vanno collegate al momento di oggettiva difficoltà che stanno attraversando un po' tutte le associazioni e i gruppi di persone in questo frangente di crisi e soprattutto alla mancanza di una risposta politica alle loro battaglie. Negli anni scorsi c'è stata una forte mobilitazione sulla guerra, è vero, ma non su tutti quegli atti che preparano la guerra come appunto l’acquisto di armi».

Molti olti pacifisti italiani si sono candidati alle scorse elezioni politiche e alcuni sono ora in Parlamento.
«Non giudico le scelte delle singole persone che hanno deciso di entrare in politica ma ritengo che molti partiti utilizzino strumentalmente la presenza della società civile tra i loro eletti. Noi abbiamo analizzato i programmi dei partiti che si sono presentati alle ultime elezioni e nessuno, tranne "Sinistra Ecologia Libertà" e "Rivoluzione Civile", trattava dei temi di esteri, difesa e Servizio civile nazionale. Non si sono posti neanche il problema di parlarne nel programma anche se si tratta di una dichiarazione d’intenti. E questa è una cosa grave. Adesso ci sono alcuni referenti del movimento pacifista in Parlamento che hanno il compito di contaminare i loro colleghi su questi temi, a cominciare dalla nostra battaglia sugli F35 che sta portando i suoi frutti. Siamo, infatti, riusciti a ridurre gli aerei da 131 a 90. Ci sembra positivo che uno dei primi atti presentati alla Camera sia stata una mozione (primo firmatario il leader di Sel Nichi Vendola, ndr) per il ritiro del progetto degli F35».

Insomma, meglio dentro o fuori dalla politica?
«Stare dentro va bene se si lavora per contaminare i colleghi e i partiti, altrimenti è meglio stare fuori e dare forza all’associazionismo. Io personalmente preferisco l’impegno esterno, nella società civile».

Antonio Sanfrancesco

7. Don Renato Sacco, Pax Christi: «A Baghdad, dopo la guerra»

 

Baghdad, Irak

Suaad è rimasta la stessa, sembra che il tempo non sia passato. Mi sento toccare sulla spalla e quando mi giro ritrovo il suo volto che riconosco subito,  dopo 10 anni. L’ultima volta ci eravamo incontrati a Mosul, in Iraq, nella parrocchia dove era parroco Louis Sako, attuale Patriarca caldeo dell’Iraq. È una donna dolcissima, ma nello stessa tempo molto decisa. Per anni non ho saputo più nulla di lei, della sua famiglia. Ora ci incontriamo a Baghdad. E nei giorni della memoria della grande enciclica Pacem in terris (promulgata l'11 aprile 1963) mi vengono in mente le sue parole, nel dicembre 2002, quando si sentiva ormai nell'aria che la guerra (iniziata poi tre mesi dopo) ormai era decisa.
In un incontro serale con altri collaboratori della parrocchia, lei era catechista, mi chiese: «Ma voi, italiani, occidentali, sapete ragionare solo con le armi? L’unico modo di rapportarsi con noi iracheni è vendere armi e fare guerra? Prima avete contribuito alla guerra Iran-Iraq, poi alla prima guerra del Golfo, poi all’embargo, e ora una nuova guerra?». Il clima era molto familiare ma il tono delle parole deluso e amareggiato, segnato da tanta, troppa  sofferenza. Forse Suaad non ha letto la Pacem in terris, e non sa che sono già passati 50 anni da quando Giovanni XXIII l’ha scritta. Ma sicuramente ha capito il senso di quelle parole del Papa buono: dove si afferma che ritenere che le guerre possano portare alla pace «alienum est a ratione». Cioè, «è roba da matti». Eh sì, è proprio vero, molte cose cambiano di senso se cambia il punto di vista.

E’ diverso ricordare la Pacem in terris con i piedi nel Tigri, come qualcuno mi diceva scherzando,  o ricordarla con i piedi nel Tevere o nel Po. A Roma il 10 aprile scorso c’è stato l’incontro alla Camera dei deputati tra alcuni parlamentari e i coordinatori della campagna "NO F-35" per dire «come già oggi possa esistere una forte maggioranza a favore di uno stop della partecipazione italiana al costoso e problematico progetto di cacciabombardiere JSF».
E' un segno di speranza. Così come è sicuramente un segno di speranza Papa Francesco, che da subito ha ricordato i poveri e le tante guerre. Sono punti di vista che avvicinano a quanto davvero succede alle persone con le guerre.

In questo senso si può sperare che il Tevere sia un po' più vicino al Tigri, e magari anche alla Miljacka di Sarajevo. Forse è un po' faticoso per il Po, visto che i suoi "devoti padani" lo identificano spesso come il fiume della divisione del Nord dal Sud, il fiume dove riempire l’ampolla e dalle cui sponde dichiarare "guerra a Roma". No, non si può scherzare con la guerra, neanche a parole. Neanche se lo fa un ex ministro, ora Presidente della Regione Lombardia. La guerra è sempre roba da matti. Ancora peggio mentre sono in corso guerre più o meno dimenticate. Mentre viviamo giorni di trepidazione e paura per il rischio di un attacco nucleare da parte della Corea del Nord.

Chissà se in questi giorni troviamo il tempo di andare a rileggere la Pacem in terris? Vecchia di cinquant'anni, ma sempre molto attuale. E poi, una volta letta, magari farne motivo di annuncio, di catechesi e di formazione anche politica. Quante volte ancora oggi si sente parlare di guerra come un male necessario. O peggio ancora, si ritiene che la guerra sia qualcosa normale. Se già Papa Giovanni cinquant'anni fa scriveva queste cose, cosa dovremmo dire noi oggi, di fronte ad armamenti sempre più sofisticati e distruttivi? Chiudo e lascio la parola al "Papa buono", che con coraggio scrive queste cose in un momento molto delicato per il mondo intero: «Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. [...] Al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo»  (Pacem in Terris, 59-62).

 

don Renato Sacco,
consigliere nazionale di Pax Christi

8. Ma la pace è adesso

 

E se la pace fosse già arrivata? E se questo fosse il mondo più pacifico da che l'umanità ha cominciato ad agire sulla faccia della Terra? Una tesi provocatoria e certo da sposare solo dopo essersi accuratamente documentati. Per dirla con Steven Pinker: "Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell'era più pacifica della storia della nostra specie".

Steve Pinker, docente al Massachusetts Institute of Technology, ha prodotto uno studio, in Italia pubblicato da Mondadori con il titolo Il declino della violenza, interamente dedicato a quella convinzione. Quasi mille pagine, ma ricchissime di dati ed esempi concreti, per dimostrare che i peggiori istinti dell'uomo sono andati pian piano spegnendosi. Sapevate che nel Medioevo il tasso di omicidi era trenta volte più alto di quello delle peggiori società odierne? E che, fatta la proporzione con il numero di esseri umani viventi nelle diverse epoche, le guerre tra le antiche tribù fecero più morti delle guerre mondiali del Novecento con allegato stalinismo.

Allo stesso modo: chi ha in mente le recenti, spaventose stragi di civili in Africa, forse non sa che anche più spaventose furono le sofferenze  dei civili durante la guerra di Secessione in America o durante le guerre di religione nell'Europa tardo-medievale.

Ammesso che tutto ciò sia vero, e certo Pinker fa di tutto per dimostrarlo, a che cosa possiamo attribuire il merito? La risposta è: alle istanze di civiltà che pian piano si sono scavate un posto nella coscienza degli uomini e nella struttura degli Stati. In altre parole, a quel "Dovere di promuovere i diritti della persona" che risuona alto e forte nella Pacem in Terris e a quel corretto rapporto tra "Compiti dei doveri pubblici e diritti e doveri della persona" (capitolo 36) che nella stessa enciclica viene disegnato come essenziale all'armonico sviluppo e progesso dell'umanità.

Fulvio Scaglione
Dossier a cura di Alberto Chiara e Antonio Sanfrancesco
© Famiglia Cristiana, 11 aprile 2013
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