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Dossier. «Fratelli Rom», firmato il vescovo

Torino: monsignor Cesare Nosiglia scrive una lettera pastorale dedicata ai nomadi. Di loro si occupò molto, a Roma, anche don Luigi Di Liegro sulla cui figura è uscito un libro

1. «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio»

 

I Rom e i Sinti sono «la nostra Africa». Sì, perché sono un «popolo giovane e di vita breve». «Capro espiatorio da secoli, fino allo sterminio nazista del secolo scorso, i Rom e i Sinti rivelano la disumanità di una convivenza – la nostra – che vuol dirsi civile, ma lascia nella miseria più nera e nell'emarginazione più amara i figli del popolo più giovane d'Europa». E' una presa di posizione coraggiosa quella di monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino: la sua lettera pastorale «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio» (titolo che si richiama direttamente a San Paolo) si rivolge «ai Rom e ai Sinti che vivono con noi», ma anche «ai rappresentanti delle Istituzioni politiche e civili, alle Comunità cristiane della nostra amata Diocesi». Nessuno, dunque, può chiamarsi fuori. E' una lettera "scomoda", a tratti dura, che proietta un cono di luce sulla realtà di chi vive da sempre ai margini.

«Non dite che son tempi difficili per tutti e non ci sono risorse – ammonisce monsignor Nosiglia – perché se oggi tanti sono più poveri per la crisi, in un certo senso, i Rom e i Sinti sono in crisi da sempre, anzi da prima: sono gli ultimi della catena e su di loro si scarica spesso la rabbia e la frustrazione di una vita che perde la speranza e la fiducia nel futuro». Parole che parlano a tutti, ma che certo assumono un significato particolare in una città come Torino, dove sono nati coraggiosi progetti di integrazione, ma dove nonostante tutto l'emergenza nomadi rimane una ferita dolorosamente aperta. Impossibile non pensare a quella notte del dicembre 2011, meno di un anno fa, quando, a causa di una presunta violenza contro una ragazza italiana (rivelatasi poi infondata), la rabbia di un intero quartiere esplose contro un campo Rom, incendiando e distruggendo baracche e roulotte.

L'attenzione per Rom e Sinti, fa notare Nosiglia, non si spiega con complicate teorie sociologiche, ma semplicemente con le parole del Vangelo, che qui emergono in tutta la loro concretezza: «Avevo fame, avevo sete, ero nudo, ero malato, ero forestiero, ero in carcere. Forse nessuno come i Rom e i Sinti può assommare tutte le povertà di cui parla il Vangelo di Matteo al capitolo 25». Non solo, nelle parole dell'Arcivescovo la vita di questi ultimi tra gli ultimi a tratti si compenetra con la vita stessa di Gesù: «Che il Signore, nato in una baracca per animali come un Rom sul Lungo Stura; sfuggito alla persecuzione omicida come un Rom ai campi di sterminio nazisti; che non aveva una pietra dove posare il capo come un Rom della Continassa; che è morto appeso ad una croce, come un malfattore; non tanto diverso da un Rom in carcere, ci aiuti ad accoglierLo nei nostri fratelli Rom e Sinti».

«Fratelli e amici» cui l'Arcivescovo sceglie di rivolgersi direttamente, con parole di ostinata speranza, nonostante una situazione oggettivamente drammatica: «Abbiate fiducia! Abbiate fiducia nella possibilità di dare un'istruzione, una casa, un lavoro ai vostri figli! Abbiate fiducia di avere un posto migliore tra noi, nelle nostre città e nei nostri paesi. Abbiate fiducia di poter essere amici di noi non Rom e non Sinti, ma tutti figli dello stesso Dio, che è Padre di tutti». Ma per parlare realmente di fiducia (mettendo da parte pregiudizi e buonismi) serve l'impegno di tutti. Ecco allora l'appello ai rappresentanti delle istituzioni: «Sapremo offrire la parità di diritti e di doveri ad un piccolo popolo con molti bambini? Sento la vergogna di campi più o meno autorizzati che sono al di sotto della soglia della vivibilità, in cui cresce la violenza e la delinquenza. Chi conserva la dignità della vita in situazioni così difficili mostra una grandezza umana straordinaria».

C'è una richiesta che ha fatto particolarmente discutere, anche perché non è rivolta agli "addetti ai lavori", ma a tutti: «Mi chiedo – scrive Nosiglia – se tra voi non vi siano giovani, famiglie, sacerdoti, anziani che potrebbero "adottare" una famiglia Rom o una famiglia Sinta. Forse vivono proprio vicino a voi, ai confini delle vostre parrocchie. Forse sono lontani: ma si sa che i poveri non sono di nessuno: chiunque si può legare a loro». Richiesta indubbiamente impegnativa, che mette a nudo divergenze culturali, stili di vita opposti, paure di ieri e di oggi, ma che forse, se attuata con serietà, potrebbe tracciare la via per una convivenza nuova.

Insieme con la lettera pastorale è stato pubblicato un documento elaborato e firmato da alcuni dei gruppi che a Torino operano con i nomadi (Comunità di Sant'Egidio, Terra del Fuoco e Migrantes). Si intitola «Vogliamo vivere insieme» ed è stato presentato al Prefetto di Torino, al Sindaco, ai Presidenti di Provincia e Regione, nonché ai responsabili delle Asl, dell'Ufficio Scolastico Regionale e ai Presidenti delle fondazioni bancarie. Intende essere uno «strumento operativo» per proporre strade concrete. Tra le priorità emergono il problema della casa (che secondo le associazioni andrebbe affrontato individuando alloggi a canone sociale), e quello dell'istruzione (che impone a Rom e Sinti di cambiare atteggiamento verso la nostra scuola, ma anche alle nostre strutture scolastiche di farli sentire accolti, dal nido al compimento dell'obbligo).

 

 
Lorenzo Montanaro
 

 

2. Carità e giustizia: don Luigi Di Liegro

 

Niente di nuovo sotto il sole. Cambiano le giunte e i Governi, ma un filo conduttore si stende tra il passato e il presente. Un filo che si chiama razzismo e che colpisce, in primo luogo, i nomadi. Dai tempi dell’Olocausto, quando ne furono sterminati mezzo milione (ma la cifra è calcolata per difetto) a oggi Rom, Sinti, Korakhane, - gitani, insomma -, continuano a essere oggetto di discriminazioni.

E a nulla valgono le ricerche che dicono, per esempio, che nessun bambino è mai stato “rubato” dagli zingari, come invece accreditano le leggende metropolitane. O le inchieste sull’integrazione scolastica dei ragazzi che spiegano quanto bene rendano a scuola i piccoli abitanti dei vari campi nomadi. A ricordaci la dignità e l’attenzione che dovremmo riservare ai nomadi arriva in libreria il bel volume dello storico Maurilio Guasco dedicato a don Luigi Di Liegro (Gaeta, 16 ottobre 1928 – Milano, 12 ottobre 1997).

Non a caso il volume, edito da Il Mulino, si intitola Carità e giustizia (euro 25). A 15 anni dalla morte del direttore storico della Caritas di Roma, Guasco ripercorre tutta la sua storia, dal papà emigrato alla malattia di cuore che lo uccise a Milano il 12 ottobre 1997. Un lavoro certosino che ha prodotto 338 pagine nelle quali si ricordano anche gli attriti di don Luigi con l’allora sindaco Rutelli.

Nodo del contendere proprio lo sgombero, con la polizia mandata armata, alle sei del mattino, tra le famiglie di alcuni campi nomadi della capitale. A chi gli rimproverava di difendere troppo i nomadi e i poveri, don Di Liegro rispondeva, come annota Maurilio Guasco: «Quando Gesù allude al fatto che il Figlio dell’uomo non ha una pietra su cui posare il capo, fa un’affermazione che pare esprimere un’esistenza difficile, più o meno errante e marginale. Un tipico senza fissa dimora, diremmo oggi. Gesù si presenta come uno che non ha una casa e un riferimento fisso. Gesù rompe, in nome di Dio, con le convenzioni sociali e con l’ordine sociale.Lo fa in nome di un’altra visione dell’ordine e dei valori alternativi: propugna l’integrazione degli esclusi, in luogo di mantenere la loro discriminazione e allontanamento». 


Annachiara Valle
 
© Famiglia Cristiana, 3 novembre 2012
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