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E’ tutto per stasera. Quando la politica entra nei Tg

Introduzione del prof. Giuseppe Micunco, Direttore dell'Ufficio Laicato dell'Arcidiocesi di Bari-Bitonto per la presentazione del libro postumo di Emilio Rossi “E’ tutto per stasera. Quando la politica entra nei Tg” nell'ambito della rassegna "Notti Sacre". Sala dell’Ordine dei Giornalisti, martedì 27 settembre 2011

Capita spesso nei Tg di sentire come introduzione a un servizio l’espressione: “Ci racconta tutto...”, “Ci dice tutto...”; o a conclusione: “E da Milano è tutto”, o a fine Tg “Ed è tutto”. Questo volume di Emilio Rossi, pubblicato (2010) a due anni dalla sua scomparsa, “forse il più bel racconto - scrive Emmanuele Milano nella Prefazione – che sia mai stato fatto dalla nascita dell’informazione televisiva in Italia, dei suoi passi sempre più spediti e dei rischi che corre” (p. 11), nel titolo, dato dallo stesso Rossi, aggiunge all’“E’ tutto” un fondamentale “per stasera”. Fondamentale, perché dice della parzialità, della provvisorietà, della fragilità dell’informazione, “per stasera” appunto (“E’ tutto, ma non è tutto…” intitola la sua Introduzione al volume Andrea Melodia), e propone a tutti coloro che vi lavorano un invito a una grande umiltà, a un grande senso di responsabilità, a un serio esame di coscienza. Lo dice il titolo, ma è tutto il libro che lo dice, e lo dice la vita stessa di Emilio Rossi.

Ho accolto subito e con gratitudine l’invito dell’amico Enzo Quarto a introdurre la presentazione del volume in questo spazio delle Notti sacre, diventato ormai per la nostra città una bella tradizione e una realtà di fede e di cultura. La presentazione la faranno Angela Buttiglione e Andrea Melodia. Io dico soltanto le ragioni della gratitudine, che per me sono essenzialmente due.

La prima è che mi ha dato, come Direttore dell’Ufficio laicato, l’occasione per continuare una riflessione sul tema dell’informazione che in diocesi con le Aggregazioni laicali abbiamo avviato già dallo scorso anno e che ha prodotto un comunicato, diffuso nelle parrocchie e nelle comunità, e un incontro, promosso insieme ad Enzo Quarto, all’UCSI e al responsabile di Asia News, concluso da Mons. Cacucci, sulla ‘strana geografia dell’informazione’. Strana perché spesso ‘dimentica’ alcune aree geografiche, dell’Asia e dell’Africa soprattutto, (basti pensare alle cosiddette ‘guerre dimenticate’, ma non solo le guerre...), strana perché ci dice poco anche di alcuni paesi europei (penso, ad esempio, ai Balcani, alla ribalta solo quando c’è una guerra aperta...). Strana anche perché spesso privilegia curiosità o spettacolo: sappiamo tutto, ad esempio, delle nozze di William e Kate, meno di altri fatti più importanti... Strana per la presenza “senz’altro eccessiva della cronaca nera”, nota Rossi (p. 100), o ancora per la “spettacolarizzazione del dolore” (p. 113)… Per non parlare della pubblicità, passata da Carosello all’attuale ‘alluvione’: “E l’alluvione - profetizzava Rossi - farà diversa, dalle fondamenta, l’intera geografia televisiva, da cui emergerà il vasto continente della televisione commerciale” (p. 208).

Sono stranezze che spesso si spiegano con le esigenze di un rapporto col pubblico, giuste se recepite nella giusta misura e nel modo giusto, ma - osserva Rossi - “il bollettino auditel adorato come idolo cui tutto, proprio tutto si sacrifica: questo, sì è patologico” (p. 31). Rossi denuncia le stranezze dell’informazione già in una delle tre epigrafi, quella in cui cita Flaiano: “Ero su quel treno che Anna Karenina scelse per gettarvisi sotto e debbo dire che non mi accorsi di niente”. E poi, sempre con grande umiltà e capacità di autocritica, riferendosi agli anni ’70, Rossi scrive: “Concentrati come eravamo sullo scacchiere di una guerra fredda prossima a illanguidirsi, rimanemmo invece distratti di fronte a futuri rapporti – e di quale vertiginosa dimensione – tra continenti, culture millenarie, fedi religiose” (p. 241). Lo scrive guardando in particolare alla congiuntura politica del 1978 e ai condizionamenti che venivano dai partiti a privilegiare determinati problemi e interessi di politica interna ed estera, alla ‘lottizzazione’ (su cui bene si sofferma A. Melodia, nella sua Introduzione). Questa strana geografia ha dietro di sé una visione politico-culturale, che è dei partiti, ma anche dei poteri economici forti, della massoneria (siamo alla P4...). E il sottotitolo del volume che presentiamo  è, non a caso: “Quando la politica entra nei Tg”. Ma può non entrarci? Evidentemente no. Ma quale politica?

Ed ecco la seconda ragione della mia gratitudine. Conoscevo la figura di Emilio Rossi, ma non in tutto il suo spessore, come l’ho potuta conoscere da questo volume. La conoscevo poco direi anche per ‘colpa sua’, per la sua discrezione e riservatezza, per il suo tenersi lontano dai clamori mediatici autoreferenziali, direi anche per la sua continua, a volte drammatica, ricerca di mediazione, di dialogo, di costruzione positiva. Fa più clamore chi sbatte le porte in faccia, chi fa l’intransigente, chi resta irremovibile sulle sue posizioni, a scapito del bene comune. Già il bene comune. E’ questa l’idea della politica di Emilio Rossi: “Sempre che politica - scrive - si intenda in senso alto, in termini di visione del bene comune, non tanto di contabilità di parte e di potere” (p. 174).

E’ un’idea della politica che affonda le radici nel pensiero classico, nell’Atene di Pericle, non a caso citato per la sua sapiente prudenza “per come gestiva le sue apparizioni in pubblico” - scrive -, rispetto, ad esempio, a un Fanfani e alle sue “controproducenti protratte esibizioni” in Tv (p. 70). E’ un’idea della politica che, ereditata e rielaborata dal pensiero cristiano, ha per lui come riferimenti sicuri e costanti Jacques Maritain, Giuseppe Dossetti, Aldo Moro. Tante volte ricorda il libro da lui pubblicato per le edizioni ‘Comunità’ su J. Maritain e il suo pensiero politico (p. 33): “L’autonomia (relativa) del temporale e il culto della libertà di coscienza appartenevano alla mia formazione” (p. 182). Giuseppe Rossetti Rossi lo cita già in epigrafe: “Ho pensato grandi disegni... il Signore mi fa vedere che siamo sempre di più una cosa minima, piccolissima...” (p. 7); non ha mai dimenticato la sua passione politica conosciuta già da giovane in un incontro all’indomani della guerra, il “fuoco dossettiano”. E ha sempre vivo il suo smarrimento alla notizia del rapimento di Aldo Moro, “mio punto di riferimento politico” (p. 227); e contro chi lo voleva eroe a tutti i costi parla invece di “antieroismo programmatico ricco di umanità” (p. 233).

Da questi ‘testimoni’ Emilio Rossi ha preso l’insegnamento evangelico che siamo, tutti, ma con particolari responsabilità i politici e i gestori di un servizio pubblico come la RAI,  servitori del bene comune e “servitori inutili”, per i quali deve contare più il servire, che l’essere serviti. A lungo si sofferma sulla primavera aperta da Papa Giovanni, dal Concilio, e dal ‘68, su una stagione di grandi entusiasmi non degnamente valorizzata, una “occasione perduta” (p. 143): “Del primo sessantotto (…) non riuscimmo a far fruttare (…) né l’utopismo progettuale, né la devozione disinteressata ad un nuovo impegno pubblico, che tra i giovani poteva essere spunto prezioso” (p. 224). “Dalla chiusura del Concilio in poi - scrive ancora Rossi - le acque si sono intorbidite sotto la spinta di venti anche inattesi. Con forza hanno soffiato economicismo, consumismo, libertinismo, individualismo vorace di denaro, piacere, divertimento, una vera e propria scristianizzazione” (p. 90; vd. anche p. 278).

Quale impegno allora? Più di una volta Rossi vede e definisce la RAI come una “agenzia culturale del paese” e accosta il lavoro dei suoi operatori a quello della scuola: “In queste condizioni un cristiano chiamato a fare comunicazione radiotelevisiva, analogamente al cristiano chiamato a far insegnamento in una scuola pubblica, è atteso ad un cimento a suo modo esemplare: conciliare la fedeltà alla propria fede con l’esigenza, tipica di una convivenza pluralistica, di rispettare le convinzioni degli altri in una cornice di bene comune” (p. 90). C’è certamente il rischio che questa conciliazione e questo rispetto possano tradursi in diplomatico accomodamento, in comodi compromessi pur di continuare a ‘galleggiare’. Emilio Rossi spesso allora propone una ‘terzietà’, che non è un ‘terzo polo’, un ‘giusto mezzo’, che non è mediocrità (p. 176), ma è, secondo l’insegnamento di Papa Giovanni, un guardare a quello che unisce più che a quello che divide, a distinguere l’errore dall’errante, a recuperare e valorizzare tutto quello, poco o molto che sia, che vi è di buono nella posizione dell’altro, senza mai perdere di vista il bene comune, con “due aspirazioni tipicamente lapiriane: la causa della pace e la causa della povera gente” (p. 60). Lo dice di Bernabei, ma sono anche le sue aspirazioni.

Questa sua visione delle cose, questo suo modo di fare può prestare facilmente il fianco a un giudizio superficiale ed ingiusto, come quello, ad esempio, espresso da Valerio Morucci, il brigatista che gli sparò alle gambe nell’attentato del 1977: “Giornalisti servi del regime… - scrive nelle sue memorie -. A Roma si pensò a Emilio Rossi, un uomo non di punta, finito chissà come alla direzione del TG1. Forse per una lite interna alle fazioni della DC cui ‘spettava’ quel posto. Come sovente accade, in questo caso, una nomina transitoria… Ma tant’è, ciò che per noi contava era il ruolo…” (p. 212); e poi nel comunicato post-attentato: “Venerdì 3 giugno 1977 alle ore 10 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha colpito Emilio Rossi direttore ‘politico’ del TG1, velinaro del Ministero degli Interni e di Piazza del Gesù…”.

La verità più vera sulla figura e la testimonianza di Emilio Rossi credo l’abbia data, sempre all’indomani dell’attentato, Enzo Biagi: “Ho un amico che si chiama Emilio Rossi. Ha un cognome che, in qualche modo, è un destino: è difficile che un Dupont o un Müller faccia notizia. Forse in questi giorni ne avete sentito parlare: il riserbo, il silenzio della sua vita, è stato rotto da alcuni colpi di rivoltella! Voglio dire subito che è una persona cui mi piacerebbe assomigliare. E’ un cristiano senza aggettivi: crede nella Risurrezione, è convinto che non ci sia un pianto indegno di perdono. Ho lavorato con lui in anni assai lontani e difficili: è un professionista. Ha misura, ha le sue opinioni e sa affrontare quelle degli altri non a calci ma in punta di piedi. Poteva diventare direttore anche senza una tessera; quando va a Messa, entra in chiesa per incontrarsi con Dio, non con Zaccagnini” (p. 218).

Emilio Rossi è stato uno di quei miti di cui parla il Vangelo: la mitezza evangelica non è debolezza, è anzi la virtù dei forti. Non è un caso che la violenza politica delle BR se la sia presa con uomini miti, come Aldo Moro, come Vittorio Bachelet, come Emilio Rossi. E’ la mitezza dei forti, non l’arroganza dei mentecatti a disturbare chi ha per orizzonte il potere, da qualunque parte stia. Grazie.

 

Giuseppe Micunco

Direttore dell’Ufficio Diocesano Laicato

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