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II Domenica di Quaresima anno B. Trasfigurazione: una Pasqua anticipata

Ad attualizzare il messaggio della trasfigurazione ci aiuta S. Paolo. L’apostolo lo sa e lo dice: soltanto nell’ultimo giorno il nostro povero corpo sarà trasfigurato per essere pienamente conformato al corpo glorioso di Cristo. Ma è già al presente che la vita di Gesù si manifesta nella nostra carne mortale, e la trasfigurazione di Gesù si compie in noi ogni giorno

Questi è il mio Figlio prediletto

Con Gesù non si finisce mai... Appena sei giorni fa', a Cesarea di Filippo, i Dodici hanno riferito al Maestro le opinioni della gente sul suo conto - chi pensa che sia il Battista ritornato in vita, chi Elia, chi uno dei profeti - ma lui li ha subito spiazzati con quella domanda tagliente: “Ma voi chi dite che io sia?”. Solo Pietro ha detto le parole giuste, che il Padre gli ha messo nel cuore e sulle labbra: “Tu sei il Messia”. La risposta è vera - è l’unica esatta - ma l’idea di Messia che il primo dei Dodici si porta in cuore non combacia affatto con quella di Gesù. L’idea di Gesù prevede per il Messia una dolorosa passione e addirittura una morte ignominiosa. Pietro invece sogna successi, vittorie e trionfi e, al solo sentire di un Messia sconfitto, si è subito ribellato con violenza brutale, al punto che la sua “confessione” o riconoscimento di Gesù come Cristo si è risolta in una drammatica “sconfessione” da parte dello stesso Cristo: “Via da me, satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

1. Chi è dunque Gesù? La trama del testo di Marco è tessuta sull’ordito di un filo tanto sottile quanto tenace, il filo di quell’interrogativo ricorrente: ma chi è veramente Gesù di Nazaret? Ora siamo al settimo giorno dall’incontro-scontro di Cesarea di Filippo. Questo dettaglio a prima vista puramente cronologico, acquista un emblematico colore teologico: vi si intravede in filigrana l’esperienza di Mosè al Sinai: “Mosè salì sul monte e la nube coprì il monte. La gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube” (Es 24,13-16).
Dunque sei giorni dopo i fatti di Cesarea di Filippo, ebbe luogo la trasfigurazione. Ci è stato proclamato il racconto nella versione di Marco, ma l’evento viene riportato anche da Matteo e da Luca: si tratta di testi “di una tale ricchezza che, se fanno la gioia del contemplativo, spesso mettono in imbarazzo l’esegeta e lo storico” (Léon-Dufour). Conviene quindi scomporre il brano nei vari elementi che lo strutturano, prima di contemplare l’evento in una visione unitaria. Il primo è il particolare cronologico dei “sei giorni dopo”, appena evidenziato.
Il secondo elemento è il monte alto. Nella storia delle religioni è sulle montagne che gli dèi hanno la loro residenza ed è lì, sulle alte cime, che il cielo incontra la terra. Il monte Sinai è il luogo della rivelazione per eccellenza, in cui Mosè ricevette le tavole della Legge, e dove anche Elia salì, a ritemprare la sua fede alle sorgenti della rivelazione del Signore (cfr. 1Re 19). Il monte della trasfigurazione viene identificato dalla tradizione nel Tabor, ma l’assenza di localizzazione nei sinottici è eloquente: la montagna in cui Dio viene a parlare al Figlio suo trasfigurato è il nuovo Sinai. Va còlta anche una intenzione neanche troppo velatamente polemica: scegliendo questo monte anonimo, Dio ha rigettato la piccola collina su cui era costruita Gerusalemme, il santo monte di Sion. Secondo la topografia teologica degli evangelisti, non sarà Gerusalemme il luogo dell’ultima rivelazione di Dio, ma la Galilea delle genti, anzi è l’al di là della Galilea che riceve ora la visita di Dio.
Il terzo elemento è la gloria: Gesù “si trasfigurò davanti a loro. Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime”. Non si tratta tanto della tonalità di un colore, ma dello splendore della gloria divina che fa risplendere il volto di Gesù come il sole e fa brillare le sue vesti come la luce (Matteo). La gloria che Gesù, sei giorni prima, aveva appena annunciato a Cesarea per la fine dei tempi, quando “il Figlio dell’uomo verrà con gli angeli santi nella gloria del Padre” (Mc 8,38), viene ora anticipata sotto lo sguardo abbagliato dei tre testimoni. Se è vero che la gloria appartiene a Dio, unico essere glorioso in senso proprio, perché unico veramente santo, ora essa risplende sul volto di Gesù, non come un semplice riflesso della gloria di YHWH - come per Mosè - ma come lo splendore che rivela l’intima sua identità: egli è lo stesso Dio.
Accanto a Gesù appaiono Mosè ed Elia: è il quarto dettaglio della teofania. Rappresentano rispettivamente la Legge e i Profeti. In particolare, Mosè, il portavoce di Dio, viene a salutare il profeta definitivo, da lui stesso annunciato (Dt 18,15); Elia doveva essere il precursore del Messia. Ambedue erano saliti al Sinai; con la loro apparizione su questo monte - il nuovo Sinai - annunciano che è giunto il tempo della nuova ed eterna alleanza.
Con la sua proposta di fare tre tende - è il quinto particolare - Pietro conferma il senso escatologico della visione: la tenda infatti era un segno della visita di Dio che viene ad abitare in mezzo al suo popolo (cfr. Os 12,10). Pietro vorrebbe quindi inaugurare il cielo sulla terra, perché l’apparizione di un giorno duri per sempre. Ma l’evangelista Marco annota: “non sapeva cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento”. Ora questa frase rassomiglia stranamente all’osservazione che segue il terzo tentativo, da parte di Gesù, di trovare conforto al Getsemani nei discepoli addormentati: “non sapevano che cosa rispondergli” (Mc 14,40). Le due scene sono affini: gli stessi testimoni privilegiati, lo stesso sbalordimento, qui davanti alla gloria, là davanti all’umiliazione di Gesù. Nei due casi i tre discepoli rimangono in presenza di un mistero incomprensibile.
Il sesto particolare della scena è la nube: “e venne una nube che li avvolse nella sua ombra”. La nube è il segno inequivocabile della manifestazione di Dio, come lo era stata sul Sinai, sulla tenda del convegno durante la marcia nel deserto, e sul tempio di Salomone, all’atto della consacrazione del nuovo edificio. La nube, che ricopre e protegge, è in qualche modo una tenda per Dio stesso: delle nubi, infatti, egli fa la sua tenda (cfr. Sal 18,12).
Infine, come ultimo elemento, va registrata la voce dalla nube: è la stessa voce già ascoltata al Giordano, che aveva presentato Gesù come il Figlio e il Servo del Signore. Ora a quelle parole si aggiunge il comando: “Ascoltatelo!”. Ai discepoli dubbiosi e timorosi, Dio in persona parla e dice che essi possono, devono ascoltare e obbedire, devono e possono avere fiducia in Gesù e seguirlo sulla via che ha intrapreso: è la via della croce che prevede la tappa del Golgotha, ma poi culminerà nella risurrezione.

2. Ad attualizzare il messaggio della trasfigurazione ci aiuta S. Paolo. L’apostolo lo sa e lo dice: soltanto nell’ultimo giorno il nostro povero corpo sarà trasfigurato per essere pienamente conformato al corpo glorioso di Cristo (cfr. Fil 3,21). Ma è già al presente che la vita di Gesù si manifesta nella nostra carne mortale (cfr. 2Cor 4,11.17), e la trasfigurazione di Gesù si compie in noi ogni giorno: “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). L’evento della trasfigurazione “ha inaugurato un giorno ciò che rimane ogni giorno il compito del cristiano: lasciar irradiare il mistero pasquale nel presente del suo cammino doloroso, già prima della sua consumazione nella gloria (...)” (Léon-Dufour). Grazie a tale anticipazione della gloria definitiva in una esperienza precaria, continuamente minacciata, il cristiano sa bene che il cielo è disceso sulla terra, l’eternità è entrata nel tempo, mentre la tela della felicità viene intessuta con il filo del dolore, vissuto con fede.
Prima di concludere, non possiamo non fissare almeno alcune domande: c’è stato nella mia vita un momento in cui ho sperimentato una “trasfigurazione” di Gesù ai miei occhi, in cui l’ho visto finalmente per quello che egli veramente è: il Figlio di Dio, mio salvatore? da allora si è fatta sempre più frequente e intensa nella mia vita l’esperienza dell’ascolto della sua parola? vado via via assimilando il “pensiero di Cristo”, per vedere la storia come Lui, per giudicare la vita come Lui, per scegliere e amare come Lui, per vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo? E agli altri dico solo quello che so su di Lui o soprattutto quello che ho imparato da Lui? Chi mi incontra, vede in me almeno qualche tratto di somiglianza con Gesù?
Ora, dopo aver ascoltato il Signore che ci ha parlato, siamo invitati ad incontrarlo nel segno del pane condiviso. La realtà del Cristo rimane ancora velata. Tuttavia l’eucaristia ci fa partecipare al movimento della sua vita: entriamo nella sua morte per accedere - nell’attesa della sua venuta - alla luce della sua risurrezione. Ed è già Pasqua.

Commento di Mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008

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