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III Domenica di Quaresima anno C. "Se non vi convertite"

La conversione è il tema centrale della terza domenica di Quaresima.

Evidente nel testo evangelico (“Se non vi convertite, perirete”: Lc 13,3.5), l’invito alla conversione è presente anche nel testo paolino sotto forma di ammonizione a non cadere nell’idolatria e a immettersi nella lotta contro le tentazioni; nella prima lettura la conversione appare come svolta decisiva nella vita di Mosè, per cui egli riceve dal Signore ciò che prima si era autoaffidato, cioè il compito di liberare i figli d’Israele dall’Egitto.

I tre testi trovano un filo rosso anche nella presentazione del rapporto tra Parola di Dio ed eventi. Gli eventi della vita quotidiana, i gesti ripetitivi del lavoro di ogni giorno, diventano occasione di ascolto di una Parola di Dio per Mosè (Es 3); gli eventi avvenuti nel passato della storia di salvezza e testimoniati nella Scrittura diventano eloquenti per i cristiani di Corinto e veicolano per loro una Parola di Dio (1Cor 10); gli eventi della storia contemporanea, in particolare alcuni fatti di cronaca (un incidente e un fatto politico-militare), sono colti da Gesù come appello alla conversione (Lc 13). La quotidianità (I lettura), la storia (vangelo) e la Scrittura (II lettura) sono tre luoghi attraverso cui Dio parla all’uomo. Ascolto (I lettura), memoria (II lettura) e discernimento (vangelo) sono atteggiamenti essenziali per cogliere la Parola di Dio negli eventi storici.

Eventi tragici dell’attualità vengono assunti nella fede da Gesù come invito alla conversione e strappati al rischio di divenire occasione per giudicare gli altri: questo viene ottenuto inserendo la storia quotidiana nella storia di salvezza, anzi cogliendola come storia guidata da Dio, storia che si apre su una dimensione escatologica: la morte minacciata (“perirete allo stesso modo”) non è ovviamente riferita alla morte fisica, ma alla prospettiva escatologica (in connessione con la pericope precedente: Lc 12,54-59).

Certamente vi è una dimensione spirituale di morte che riguarda l’insensibilità agli eventi, l’indifferenza alla storia, il rifugiarsi nella pigrizia dell’abitudine, il non lasciarsi scuotere e ferire dalla storia, il restringere i propri orizzonti di interesse solo a ciò che ci tocca direttamente e da vicino.
Anche la parabola del fico (vv. 6-9) ricorda che non all’uomo spetta giudicare sulla fecondità o sterilità dell’altro, e ancor meno spetta all’uomo estirpare o escludere chi si ritiene che non dia frutti. L’infecondità dell’albero diviene per il vignaiolo invito a lavorare ancora e ancor di più affinché tutto sia fatto per mettere la pianta in condizioni di portare frutto. Alla tentazione della durezza e dell’esclusione, la parabola oppone la fatica raddoppiata dell’amore: l’amore come lavoro, come impegno, come “fare tutto il possibile per”. E comunque il vignaiolo si proibisce di dare un giudizio inappellabile di sterilità sul fico e lascia al padrone della vigna questa difficile decisione: “Se no, tu lo taglierai” (v. 9). Tu, non io. Fuor di metafora: Cristo narra l’amore e la pazienza di Dio, radicalmente e sempre, anche di fronte alle situazioni più “disperate”, e lascia a Dio il giudizio.

La tentazione di giudicare pecca di impazienza, di mancanza di attesa dei tempi degli altri. La pazienza, invece, è fiducia accordata, è arte di vivere e sostenere l’incompiutezza e l’inadeguatezza che vediamo negli altri, nella storia e che dobbiamo saper vedere in noi stessi. I nostri tempi non sono quelli degli altri!

Nel vignaiolo che dice al padrone: “Lascialo ancora quest’anno” (v. 8) vi è anche la figura dell’intercessore. E intercedere non significa semplicemente supplicare Dio per qualcun altro, ma compromettersi, con una grande assunzione di responsabilità, facendo tutto il possibile in prima persona per venire incontro alla situazione della persona per cui si prega. L’intercessione fa l’unità tra impegno storico e responsabilità da un lato, e fede e preghiera dall’altro. E così non solo chiede l’intervento di Dio nella storia, ma già lo annuncia impegnando l’intercessore nell’azione.

Luciano Manicardi

Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
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