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X Domenica del Tempo Ordinario anno C. «Ragazzo, dico a te, àlzati!»

Nella fede sappiamo con certezza che questa resurrezione è per noi il pegno della nostra resurrezione, della salvezza che conosceremo al di là della morte

I vangeli narrano tre resurrezioni compiute da Gesù: quella del figlio della vedova di Nain, su cui meditiamo oggi, quella della figlia del capo della sinagoga Giairo (cfr. Lc 8,40-42.49-56) e quella del suo amico Lazzaro (cfr. Gv 11). L’intento di questi racconti non è di insistere sull’aspetto miracolistico o prodigioso, bensì di rivolgere ai lettori – pur con diverse sfumature – l’annuncio pasquale: Gesù è la vita più forte della morte ed è venuto per condurre tutti gli uomini alla vita eterna.

Due cortei ben diversi si incrociano alla porta della città di Nain: quello di Gesù, seguito dai discepoli e da una folla numerosa desiderosa di ascoltarlo, e il corteo funebre che accompagna al sepolcro il figlio unico di una madre vedova. Gesù allora prende l’iniziativa e decide di trasformare quella che è una coincidenza casuale in un incontro vero e proprio, in una relazione scelta e condotta fino alle estreme conseguenze. Tutto nasce nel segreto del suo cuore, che si lascia ferire dal dolore insopportabile di questa donna in cui si imbatte: «Vedendola, il Signore fu preso da viscerale compassione per lei», così dice alla lettera il testo. La com-passione non è una forma di commiserazione, ma è ascolto e accoglienza dell’altro nella sua sofferenza, capacità di con-soffrire con chi ci passa accanto e a cui decidiamo di farci prossimi (cfr. Lc 10,36-37).

Gesù però sa bene che il sentimento della com-passione va manifestato attraverso gesti concreti, perciò non lo tiene nascosto ma lo esprime apertamente. E lo esprime innanzitutto osando pronunciare una parola di consolazione rivolta alla donna, una parola semplice eppure così difficile, visto il momento: «Non piangere!». Di seguito si avvicina, fa arrestare il corteo funebre e si spinge fino a dire ciò che è umanamente folle, inaudito: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Se Elia per resuscitare il figlio della vedova di Sarepta di Sidone si era disteso per tre volte sul corpo del bambino e aveva invocato Dio con grande insistenza (cfr. 1Re 17,17-24), qui a Gesù basta il comando, la parola potente che esprime l’agire di Dio e trasforma in realtà ciò che dice: «Il morto si mise seduto e cominciò a parlare».

Poi, come sempre, Gesù mostra che il suo comportamento non è animato da alcun protagonismo. Subito compie con risolutezza l’unico gesto da farsi: riconsegna il figlio alla madre, senza vantare alcun merito o aggiungere parole inutili. È questo il suo modo per narrare, a chi lo vuole comprendere, che egli è venuto per donare la salvezza di Dio agli uomini, ossia quella vita piena di cui la resurrezione di un morto è certamente il segno più evidente. E la folla, che per una volta sembra capire il senso profondo di ciò che accade, risale dal segno visibile al significato nascosto, da Gesù a Dio, colui che lo ha inviato e in nome del quale egli agisce. Tutti infatti si uniscono nel rendere gloria a Dio e confessano: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». Quest’ultimo verbo va inteso nel suo senso biblico di farsi vicino per prendersi cura in modo attivo e partecipe: la lunga storia che era incominciata durante l’esodo dall’Egitto, quando «Dio aveva visitato i figli di Israele e aveva visto il loro dolore» (Es 4,31), si compie ora con Gesù. È lui la presenza definitiva di Dio tra gli uomini, come aveva cantato profeticamente Zaccaria nel Benedictus: «Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e riscattato il suo popolo e ha suscitato per noi una forza di salvezza nella casa di David suo servo» (Lc 1,68-69).

Gesù ha compiuto questo gesto in un punto lontano da noi nel tempo e nello spazio, e noi non lo vediamo più passare fisicamente in mezzo a noi facendo il bene (cfr. At 10,38). Nella fede sappiamo però con certezza che questa resurrezione è per noi il pegno della nostra resurrezione, della salvezza che conosceremo al di là della morte. In quel giorno il Signore si accosterà a noi, «asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi» (cfr. Ap 21,4) e ci chiamerà accanto a sé per una festa senza fine.

Enzo Bianchi

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