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XV Domenica del Tempo Ordinario anno C. Va' e fa' anche tu lo stesso

Lo straniero odiato che ha compassione del ferito al margine della strada ed impicciandosi, con tenerezza misteriosa, lo prende sulle sue spalle e lo porta alla locanda dove arriva finanche a coinvolgere l'oste, è Cristo, stupendo Cristo, che uomo come noi, debole e viandante della vita, capovolge la dura legge dell'egoismo che prima o poi è destinata a prevalere su ciascuno di noi.

Chi è il mio prossimo?

È una parola!
Così rispondiamo noi e con noi gli uomini di ogni tempo; è troppo difficile amare! Sì, certamente sarà capitato a tutti di fare il "buon samaritano" qualche volta nella propria vita, e forse proprio nella modalità di allora, soccorrendo il malcapitato sulla strada e già quante complicazioni, giuridiche e burocratiche: testimonianze da rendere, firme da giustapporre, attese interminabili e magari, seppure a malincuore, saremo stati capaci di stare al gioco. Ma la domanda del dottore della legge sul da fare per ottenere la vita eterna e la risposta, logicamente conseguente che si tratta di una questione d'amore e non solamente di Dio, ma del prossimo, dà un'ampiezza straordinaria alla parabola. Essa nella sua bellezza semplice e sconvolgente indica uno stile di vita, il cui baricentro non siamo più noi stessi, ma gli altri capaci nel loro bisogno, di farci deviare dalle mete prefissate.

1. Noi uomini stiamo uno di fronte all'altro come dei mendicanti, anzi dei feriti più morti che vivi e, quel che è peggio, per niente consapevoli di tale condizione; così ridotti è naturale che ognuno pensi a se stesso, e quando per avventura ci capita di sperimentare la nostra condizione reale, dopo magari aver urlato un "Si salvi chi può", ognuno pensa per sé. È questa, sembra, la soluzione più concreta e di buon senso, lasciando la cura degli altri a Dio, se mai sia in qualche punto del cielo, se sia attento alle vicende degli uomini, se gli interessi venire in aiuto e se pure ne sia in grado.
L'altro, poi, il prossimo non è uno da cui difendersi? Effettivamente la violenza e la cattiveria dell'uomo quando fiuta il pericolo è superiore a quella delle bestie. Non ha ragione Hobbes quando, icasticamente, afferma che l'"homo homini lupus" ed il "bellum omnium contra omnes" restano lo zoccolo duro delle nostre relazioni?

2. Eppure...
Eppure se uno straniero (cfr. Lc 17,18) e il peggior straniero quale poteva essere uno dei samaritani, che secondo Siracide è un popolo stolto, anzi neppure un popolo (cfr. Sir 50,25-26), si rivela prossimo, questo diventa cifra particolarmente allusiva in colui che tra gli scrittori neotestamentari ha dispiegato il suo Evangelo in un'economia di storia della salvezza scandita dagli interventi di Dio.
Allora lo straniero odiato che ha compassione del ferito al margine della strada ed impicciandosi, con tenerezza misteriosa, lo prende sulle sue spalle e lo porta alla locanda dove arriva finanche a coinvolgere l'oste, è Cristo, stupendo Cristo, che uomo come noi, debole e viandante della vita, capovolge la dura legge dell'egoismo che prima o poi è destinata a prevalere su ciascuno di noi. Questa è la lettura spirituale che della parabola ha dato la Chiesa da sempre; Essa, in profonda sintonia col suo Sposo, lo ha riconosciuto sotto le vesti dello straniero, nella bellezza, nella gratuità, nella tenerezza insistente e materna dei suoi gesti di compassione pietosa, che nulla risparmia e nulla dimentica.

3. Ma perché sotto le vesti di uno straniero?
Il prossimo sarà nel cristianesimo categoria universale dell'amore e l'amore non conosce confini e separazioni di sorta; questa estraneità risulta essere una sfida e lo è a tal punto che lo scriba, nella risposta, usa una parafrasi evitando la parola odiata e odiosa: samaritano, tanto essa gli brucia sulle labbra. Ma poi a pensare fino in fondo, il Cristo non risultava straniero nel suo pensare, nel suo parlare, nel suo amare, nel suo agire? Anzi non solo straniero, ma addirittura "fuori di sé" agli occhi dei contemporanei, compresi i parenti, come riporta Marco agli inizi del suo vangelo (3,21).
Perché questo? Perché il Cristo ai suoi contemporanei e non solo ad essi, ma misteriosamente a tutta l'umanità, appare tuttavia sempre un estraneo? È perché lui è l'immagine visibile di Dio invisibile, è il Santo di Dio, come sono costretti a riconoscere, loro malgrado, i demoni e la santità non ci è familiare, è cosa di Dio; la sua bellezza, se per un verso ci affascina, per un altro ci atterrisce, sottolineando quello che non siamo assolutamente e quello che continuamente contraddiciamo con i nostri pensieri, i nostri desideri, i nostri progetti e le nostre azioni.
La Santità di Dio già percepita dall'uomo come totalmente al di fuori e al di sopra delle proprie categorie di pensiero, sotto l'influsso di Satana viene sospettata come avversaria. Dopo il peccato questa esperienza è ancora più forte per via del senso di colpa che oppone più fortemente l'uomo a Dio; infatti in Eden Adamo ed Eva si nascondono ed è necessario che sia Dio a riprendere l'iniziativa del dialogo.
Nell'incarnazione Dio si fa più vicino, meglio, manifesta in un modo inaspettato la sua vicinanza, facendosi uomo, ma non Gli basta; così sceglie di incarnarsi in una carne mortale per condividere tutto quello che si può condividere della condizione umana: una carne segnata dal peccato, pur essendo libera da ogni colpa; povero tra i poveri, debole in mezzo ai deboli. E però neppure questo gesto risulta automaticamente persuasivo, tanto l'uomo è sulla difensiva, sprangato all'interno della fortezza del proprio egoismo. Ma se gli sarà dato di percepire la gravità della sua condizione, di arrendersi alla dolcezza tenera dell'amore pietoso di Colui che, abbracciandolo, lo salva prendendosi cura delle sue piaghe, allora l'estraneità del viandante che passa misterioso e puntuale nella sua apparente casualità, rivelerà il volto paterno e materno di Dio, "altro" da questo mondo della finitezza che è la radice ultima del peccato.

4. Straniero benedetto, dal linguaggio a noi incomprensibile perché pieno delle parole e dei gesti dell'Amore celeste, che porti la salvezza, emarginato e maledetto dagli uomini, ora comprendiamo il perché di questa parabola che ci coglie in flagrante contraddizione nelle nostre pantomime dell'amore e dell'accoglienza! Quanto più il prossimo che incontreremo rivestirà i caratteri della diversità, fino al massimo dell'inimicizia, tanto più saremo preparati ad accogliere l'assoluta alterità di Dio; quanto più saremo costretti ad uscire da noi stessi per accogliere la diversità dell'altro, tanto più saremo pronti a ricevere l'estasi perfetta del suo Amore, quando saremo di fronte a Lui, faccia a faccia.
Se non si vede che col cuore, allora la chiave dell'amore è un cuore che vede!
- Va' e fa' anche tu lo stesso - hai detto allo scriba.
È una parola, Signore, certo, ma è la tua parola e noi siamo qui la tua assemblea nel tuo giorno, perché tu, Parola del Padre fatta carne, non ti sei limitato a portarci sulle tue spalle per salvarci, ma nutrendoci di te hai voluto renderci conformi a te, così che, resi uomini e più che uomini, con un cuore nuovo nel petto, possiamo riconoscerti in ogni prossimo!

 

Commento tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi" Anno C - Ave, Roma 2009

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