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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario anno B. Può un cristiano essere felice?

Quando il discepolo si rende conto di aver trovato il suo tesoro nell’amore del suo Signore - “la tua grazia vale più della vita”, recita un salmo - allora si convince che quella scoperta ha automaticamente svalutato i suoi mediocri tesorucci che gli appariranno per quello che realmente sono: perle finte, cianfrusaglie taroccate, droghe “stupefacenti”, alienanti e devastanti

Vendi quello che hai, poi vieni e seguimi

“Mostratemi un uomo malato e felice, in pericolo e felice, esiliato e felice, diffamato e felice. Mostratemelo: fatemi questo piacere; io muoio dalla voglia di vederlo. Ma voi non riuscirete a mostrarmi un uomo così”. Con queste parole accorate e impietose si esprimeva Epitteto, filosofo stoico, contemporaneo delle origini cristiane. E sull’epitaffio di un sarcofago romano più o meno di quel periodo si leggono questi versi amari, messi in bocca allo stesso defunto: “Finalmente sono evaso (dal carcere del corpo) e me ne sono fuggito. Speranza e fortuna, io vi saluto: non ho più nulla da fare con voi. Prendete in giro qualcun altro”. La felicità è un desiderio insopprimibile del cuore umano, ma è realmente raggiungibile? è una domanda, questa, che da quando l’homo sapiens sapiens è comparso sulla terra, non ha perso nulla della sua bruciante attualità.

1. Come risponde il vangelo a questa domanda? Non con astratti enunciati da trattato di filosofia morale; il vangelo ci offre una storia concreta, quella di Gesù di Nazaret, e risponde ai problemi esistenziali dei cristiani in modo esistenziale: attraverso il racconto di quanto al riguardo aveva detto e fatto Gesù. Con il brano del “giovane ricco”, s. Marco vuole rispondere appunto alla domanda: può un cristiano essere felice? Abbiamo ascoltato il racconto dell’evangelista: è un brano strutturato in tre scene, scandite da tre sguardi di Gesù.
La prima scena riporta l’incontro faccia a faccia tra il Maestro e quel tale che - secondo il passo parallelo di Matteo - viene identificato anagraficamente come “giovane” e che, da come si muove, lascia trasparire una grande fiducia, oltre a una simpatia cordiale nei riguardi del Signore: gli corre incontro, addirittura si inginocchia davanti a lui, con un gesto inconsueto di affettuosa venerazione, e lo chiama “Maestro buono”. Quindi gli pone la questione capitale: che cosa devo fare per ottenere la vita eterna? Da notare che la “vita eterna” non è solo la vita dell’aldilà; è una vita talmente piena che comincia già ora in questa storia e che, dopo la morte, si estende all’eternità. La risposta di Gesù riassume tutta la Legge nei comandamenti che riguardano l’amore e l’onore del prossimo. Ma il giovane ha il cuore lacerato da una spina acuta: specchiandosi in quei comandamenti, sinceramente lui non ha nulla da rimproverarsi, anzi si ritrova come un uomo retto, dalla condotta irreprensibile, insomma un “giusto”. Eppure la giustizia non gli ha regalato la felicità: i conti non tornano, come egli stesso ammette con quella domanda riportata nel passo parallelo di s. Matteo: “che cosa mi manca ancora?” (Mt 19,20), una domanda tra l’inquieto e l’insoddisfatto, che dice l’ansia di non fare abbastanza e tradisce l’angoscia di un qualche nodo irrisolto. A questo punto la risposta di Gesù è tutta in quello sguardo dolcissimo, che si appunta sul giovane e dice un affetto intenso (“fissatolo, lo amò”) e poi ardisce quella richiesta estrema, espressa con parole nette, più taglienti di una spada a doppio taglio: donare tutti i beni ai poveri e seguire il Maestro. Ma il giovane ha il cuore diviso tra due padroni: Dio e Mammona, e se ne va via triste. Non si dà coesistenza pacifica tra le due signorie; la fede non può mai e poi mai venire a patti con l’idolatria. Così, alla fine lo slancio iniziale si smorza desolatamente nella infelicità di una sequela abortita. E la gioia di chi poteva trovare il tesoro cede alla infinita, mortificante tristezza di chi lo ha irrimediabilmente mancato.
La seconda scena ci presenta le dichiarazioni di Gesù sull’impossibilità della salvezza. “Tutti siamo troppo grandi per entrare nel regno dei bambini: siamo cammelli che tentano buffamente di passare per la cruna di un ago” (Fausti). Anche in questa scena l’evangelista inquadra gli occhi di Gesù, ma stavolta si tratta di uno sguardo pensoso, di chiaro avvertimento: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio!” (v. 23). Allo stupore costernato dei discepoli - “Ma allora chi può salvarsi?” - Gesù risponde infine con uno sguardo - è il terzo - che si colora di premura e di affettuoso incoraggiamento: la salvezza è, sì, “impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio!” (v. 24).
E così siamo arrivati alla terza scena, quella della solenne, paradossale dichiarazione di Gesù: “In verità io vi dico: voi avrete la vita eterna nel futuro e il centuplo già nel presente”. Questo centuplo è fatto dalle stesse cose prima possedute e poi radicalmente lasciate, ma che si ritroveranno centuplicate, come a dire: moltiplicate all’infinito. Ci si priva del possesso dei beni e si riceve in cambio il godimento del bene. Ci si fa poveri e si diventa beati: ti liberi dalla schiavitù delle cose e guadagni la libertà del servizio; rinunci al piacere del possesso e ricavi la gioia del dono.

2. Ora che abbiamo ricostruito la sequenza del santo vangelo, riflettiamo: qual è stato il punto debole nel comportamento del giovane ricco? Perché ad un passo dal volo verso le grandi vette della piena felicità, egli piomba tutto a un tratto nel crepaccio buio di una vita spenta e ripiegata? Si dovrebbe rispondere con le parole dello stesso evangelista, che tradotte letteralmente suonano così: “Ma egli, inorridito per la parola, se ne andò rattristato, poiché aveva molti beni”. Dunque, triste perché attaccato alle sue molte ricchezze. Ma si potrebbe insistere: e perché non ha avuto il coraggio del distacco? La risposta senza tanti giri di parole è una sola: perché non ha creduto nell’amore di Gesù. Nonostante che il Signore lo abbia guardato con occhi di predilezione, il giovane non si è lasciato penetrare da quello sguardo, non lo ha accolto con umile gratitudine nel cuore, e così - a differenza dei Dodici - non si è sentito amato.
È infatti la fede nell’amore totale, singolare, incondizionato del Signore per me che mi dà il coraggio del distacco; il distacco poi porta alla libertà, e la libertà genera la gioia. In altre parole: solo la fede nell’amore del Signore mi libera dalla seduzione degli idoli, mi strappa alla cecità delle mie illusioni. Il denaro, il piacere, il successo luccicano come miraggi che abbagliano, ma poi ineluttabilmente deludono: promettono vita, ma procurano morte. Il Signore invece mi chiede di morire al mio io falso ed egoista, per farmi gustare la vita vera, una vita piena, autentica, luminosa. Se il discepolo “sa” che il Maestro lo ama, la sua richiesta di lasciare tutto non gli giungerà ostile: la rinuncia ai beni, piccoli e precari, è infatti la condizione per riceve il Bene, quello vero, grande, assoluto. Quando il discepolo si rende conto di aver trovato il suo tesoro nell’amore del suo Signore - “la tua grazia vale più della vita”, recita un salmo - allora si convince che quella scoperta ha automaticamente svalutato i suoi mediocri tesorucci che gli appariranno per quello che realmente sono: perle finte, cianfrusaglie taroccate, droghe “stupefacenti”, alienanti e devastanti. Allora la rinuncia, per quanto radicale, non gli risulterà crudele: né esorbitante né impossibile.
Solo l’amore vero - un amore totale e totalitario - può spegnere la sete di infinito che ci brucia in cuore; solo l’amore del Signore pacifica e appaga: e nella nuova vita non ci si annoia mai! Nell’eucaristia questo amore ci è offerto per intero: come in una sola ostia consacrata è realmente presente tutto il Signore, così nella comunione eucaristica viene offerto a ognuno di noi tutto l’amore di tutto il Signore. Noi siamo amati, tutti, da un Dio che non ama mai in massa e non fa mai preferenze di persone. È vero che Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, ma ognuno di noi può dire con Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
L’eucaristia è il vero nutrimento che può colmare la fame del nostro povero cuore agitato, ferito e confuso. Che “il pane della vita” ci trovi vuoti di noi, liberi e umili, per riempirci di amore. Che sia il viatico per il pellegrinaggio che ci farà entrare nella vera ricchezza. E arriveremo a godere “già al presente” un anticipo di quella vita “che solo amore e luce ha per confine”...

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008

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