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Educare il cuore a cercare con gioia, oltre ogni frontiera

La 18ª Giornata Mondiale della Vita Consacrata si è celebrata lo scorso 2 febbraio. Papa Francesco ha sollecitato i consacrati a porre attenzione, in particolare, alla educazione del cuore a cercare.

Cercare suppone un aumento di attenzione, un'accentuata scrupolosità nel guardare alla realtà, suppone la capacità di ascolto e l’accoglienza della novità. Vorrei però dare almeno due indicazioni sul significato del nostro cercare.

Quando cerchiamo una cosa che abbiamo perduta o quando cerchiamo una persona tra la folla, la nostra attenzione deve aumentare, facciamo uno sforzo di concentrazione. Immersi nel buio aumentiamo la nostra attenzione per cogliere anche i più piccoli segnali di luce. Allo stesso modo quando la realtà è particolarmente buia, oscura, sprofondata nelle tenebre dobbiamo accentuare lo sforzo per intravedere i minimi spiragli di luce.

Se queste attitudini sono richieste quando cerchiamo qualcosa, non meno impegnativo deve essere l’atteggiamento che caratterizza l’agire caritatevole. Infatti, un gesto è caritatevole nella misura in cui cerca di cogliere le scintille minime di luce che vi sono nella realtà o nelle persone. Non c'è carità senza questo atteggiamento di ricerca della luce che sempre esiste, qualunque sia la realtà con cui dobbiamo confrontarci.

Nella cultura ebraica e cristiana la luce è imprigionata nel buio. Compito dell'ebreo buono e pio è quello di liberare la luce con le proprie azioni: buone e pie. Compito del cristiano è accogliere la persona di Gesù Cristo, luce che irrompe nella notte del mondo attraverso la carne del Verbo e l’irradiazione del Risorto, lasciandosi configurare a Lui. È la grande responsabilità del perfezionamento della creazione che la religione ebraica e quella cristiana affidano all'uomo. Il fatto di cercare i segni della luce residua in ogni realtà o persona è già un atto d'amore.

In questa ricerca si distingue il consacrato che, per alcuni aspetti, è simile agli astronomi che passano la vita investigando il buio, cercando tracce residue di luce provenienti dalle profondità del cosmo. Ma il consacrato, anziché essere dotato di potenti telescopi per perlustrare il cielo, indaga la realtà e l'infinito delle persone che incontra con il suo sguardo amorevole, con la potenza che gli viene dalla carità, senza dimenticare che la capacità di cogliere la luce presente nella realtà e nelle persone coincide con quel tanto di luce che brilla dentro di lui. Dice al riguardo sant'Agostino: «Una cosa è la luce che gli occhi vedono e un'altra quella che consente agli occhi di vedere. Questa luce che rende manifeste le cose è certamente dentro l'anima». Se arde dentro di noi la luce dell'amore, se il nostro cercare è motivato dall'amore, le altre luci presenti nella realtà e nelle persone che incontriamo si manifesteranno e noi sapremmo coglierle e donare loro evidenza e forza. Non fa questo Gesù con la donna di Samaria?

Ma cercare significa anche mettersi sulla strada, uscire per andare oltre i limiti della nostra sicurezza, attraversare confini, superare orizzonti, affrontare l'incertezza di territori sconosciuti. Educarsi a cercare significa quindi anche educarsi alla precarietà, al dubbio che il prossimo passo non possa trovare un terreno solido e sicuro, educarsi a rimanere sui bivi della vita perché è là che si incontrano le persone. Il bivio è il luogo dove maggiormente la persona ha bisogno di un aiuto, di un sostegno, di un consiglio prima di affrontare il nuovo tratto di strada che ci attende. Ed è lì che è importante poter trovare qualcuno che ci rassicuri che ci indichi la via, che ci aiuti a comprendere la "nostra" strada, che ci aiuti a non scantonare. Cercare, quindi, significa anche voler stare ai bivi della vita, agli incroci dove si decidono le svolte, ai crocevia dove si definiscono i percorsi successivi. Educarci a cercare significa educarci a confrontare con i dilemmi, i dubbi, le incertezze, le indecisioni che caratterizzano i momenti cruciali dell'esistenza, i momenti in cui la persona ha maggiormente bisogno di una vicinanza amorevole e di una indicazione che nasca dall'amore. Cercare quindi significa porsi sulle tracce di tutti gli smarriti che non hanno più chi li ami, chi li ricerchi, chi li ritrovi.

Papa Francesco invita tutta la Chiesa ad osare lo spazio della frontiera: “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo… Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 49).

La Vita Consacrata sa che deve collocarsi su questo bordo del pozzo per vivere l’impegno della evangelizzazione “dal momento che, se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo… La samaritana, non appena terminato il suo dialogo con Gesù, divenne missionaria, e molti samaritani cedettero in Gesù <per la parola della donna> (Gv 4,39)… E noi che cosa aspettiamo?” (Ibid., 120).

 

P. Luigi Gaetani, OCD

Vicario della Vita Consacrata

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