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Esegesi biblica. La pedagogia delle ultime parole di Cristo

Il teologo Hauerwas commenta le frasi di Gesù in croce per sfatare l’idea di una divisione interna alla Trinità e la troppo stretta interpretazione del senso letterale

Segnato da una profonda radicalità nella fede, l’ultimo libro pubblicato in Italia del noto teologo americano Stanley Hauerwas, Il Cristo Straziato (Queriniana, pagine 94, euro 9), è focalizzato sulle ultime parole di Cristo in croce. Le analisi–meditazioni del teologo evitano psicologismi ed implicazioni esistenziali, puntano all’essenza del Vangelo, riportando al centro la divinità del Figlio e il senso teologico del suo sacrificio. Ciò non per adombrarne l’umanità ma al contrario per esaltarla in un orizzonte trinitario.

Hauerwas afferma che le parole «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» vengono lette in genere in relazione alla nostra condizione umana. È giusto, scrive, ma la loro univoca interpretazione può spostare la questione del perdono dal piano teologico a quello puramente antropologico, innescando dibattiti fuorvianti, per esempio sulla necessità o meno di essere perdonati o sulla nostra responsabilità di fronte al male del mondo, dimenticando in sostanza «che siamo fatti membri di un regno governato da una politica di perdono e redenzione».

Anche le parole «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» vengano sovente lette nell’ottica di una esclusiva umanizzazione di Cristo, che ci porta a patire con Lui, ma anche a rifletterci nella sua umanità al punto da dimenticare che egli è Dio. «Possibile che Cristo, seconda persona della Trinità, venga abbandonato dal Padre?», si domanda Hauerwas. È soprattutto per noi che Dio parla, per indicarci la via, «per far sì che il mondo possa sapere che esiste un’alternativa a un’esistenza contrassegnata dalla paura della morte».

«La croce – scrive ancora il teologo – non è Dio che diventa qualcosa di diverso da Sé, non rappresenta un atto di autoalienazione divina; al contrario è il vero carattere della Kènosis divina: uno svuotamento completo reso possibile da un amore perfetto». Il Padre abbandona Cristo a un fatale destino affinché il nostro non sia determinato da una morte senza senso.

Anche l’espressione «Ho sete» non è semplicemente una drammatica richiesta umana nel tormento della carne, ma un’affermazione che, conducendoci al cuore del mistero dell’ incarnazione, interpreta la nostra sete, ci interpella: «E tu, non hai bisogno di bere?».

Sicché il «Tutto è compiuto» che Cristo pronuncia prima di spirare non è un grido di sconfitta, al contrario è “un grido di vittoria”, giacché il progetto redentivo è giunto a compimento. Un progetto di eterno e rinnovato amore, che fece dire a Pascal: «Cristo sarà in agonia per noi fino alla fine del mondo».

Il linguaggio di Hauerwas, grande comunicatore, ritenuto il più autorevole teologo americano di oggi, è intensissimo, di uno stringente taglio deduttivo, diretto, persino disarmante: «Come Israele, come gli Ebrei, noi saremo perseguitati, soffriremo, moriremo. Ma in virtù di quanto Gesù ha compiuto sulla croce, potremo morire confidando e pregando: “Padre nelle tue mani consegno il tuo spirito”».

Giorgio Agnisola

© Avvenire, martedì 25 agosto 2020

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