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Famiglia, lavoro, festa: tre doni di Dio, un armonico equilibrio

Relazione di Mons. Giancarlo Bregantini, Arcivescovo di Campobasso - Boiano e Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, per il Convegno nazionale dei Direttori degli Uffici di Pastorale Sociale. Bari, Hotel Parco dei Principi, venerdì 26 ottobre 2012

Carissimi vescovi, sacerdoti, diaconi e consacrate, giovani e amici tutti: un grazie per la vostra qualificata presenza e per l’impegno che mettete nel cammino bello e fecondo della Pastorale sociale e del lavoro.

E’ uno spazio importante e prezioso, perché in esso si coniuga la fede con vita, dentro un settore che diventa sempre più decisivo per il futuro della nostra gente. Qui realmente la fede si fa profezia su un presente che ha immenso bisogno di uno sguardo oltre, di una fede che intesse un futuro nuovo.

La città di Bari, poi mi è particolarmente cara, poiché vi ho vissuto per ben sei anni, facendo il parroco nella più piccola parrocchia della diocesi, a san Cataldo, accanto alla Fiera, a servizio dell’Ospedale del CTO e con l’incarico decisivo per me di educatore nel Seminario degli Stimmatini, la congregazione che è stata tutto per me, nella mia vocazione di religioso e di prete.

Grazie per la presenza del Segretario Generale della CEI, che ci ha introdotto nel tema Educare ad una fede adulta, con chiarezza e esperienza.

 

E’ il nocciolo della scelta pastorale del decennio, che ci chiede di entrare nel cuore dei nostri giovani, di capire il dramma di tanti che in questo periodo di crisi stanno perdendo il lavoro e guardano con terrore ed angoscia il futuro delle loro famiglie. Ed un vescovo, queste lacrime la scorge ogni giorno, ne ascolta il grido con compartecipazione, fa di questo vuoto sociale la regione della sua preghiera, intesse di questo aspetto il suo intervenire nelle questioni sociali.

Le sei giare di pietra nelle nostre famiglie, oggi

Il dramma più grande che ormai vivono tutte le famiglie è il dramma del precariato, che avvolge tristemente sia il Sud come il Nord. Con chiarezza estrema, il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione di fine settembre ha definito il precariato con una serie di cinque immagini fortissime:

1. Fragilità sociale

2. Malattia dell’anima

3. Fatalismo sociale pigramente subito

4. Futuro spezzato

5. Sperpero antropologico.

Il precariato oggi è così simile alla situazione che vive la coppia di sposi di Cana, quando si accorgono che il vino sta per finire. La speranza si esaurisce, il Cuore viene meno.

E’ Maria che si accorge, per prima, con cuore di madre, che quei due giovani sposi “non hanno più vino!”. E’ il segno di una Chiesa che si fa vicina, che si accorge, che vede ed intravede i bisogni dei nostri ragazzi. Che scende accanto alle case e si allea alle famiglie che stanno soffrendo.

Ed il gemito mite ma denso di forza interiore di Maria a Cana altro non è che il grido che sale in questo anno della Fede: “fate quello che Egli vi dirà!”.

Poiché ha fallito una certe diffusa presunzione di potercela fare da soli, sicuri ed arroganti, come certe immagini sessantottine (che hanno segnato anche il mio cuore!) di stampo  illuministico, è ora il tempo in cui quel Dio che è stato buttato fuori dalla porta rientra, delicatamente dalla finestra. Con passo felpato, ma sicuro e chiaro.

Memori sempre di un bel titolo di un libro che in liceo mi ha segnato, durante la mia incisiva esperienza dei “Preti Operai”. Il libro si  intitolava così: “Dio è gratuito ma non superfluo!”.

Cioè di quel Dio, di questo Dio silenzioso ma efficace oggi abbiamo sempre più bisogno. Necessario. Indispensabile proprio perché altre ideologie o certezze si sono frantumate, irrimediabilmente, lasciandoci tutti orfani, soli, spogli, con le giare vuote: “non hanno più vino!”.

E’ la genialità di questo anno della Fede. Che sta diventando non solo un fatto religioso un evento ecclesiale, ma ha il sapore sempre più di quel momento culturale che rilancia la speranza e rifonda la voglia di intraprendere, sulla scia del magico verbo che ci ha lasciato la settimana sociale di Reggio Calabria.

Perché per intraprendere, occorre credere. Oltre il visibile, oltre la “siepe”! Con il cuore di Giacomo Leopardi.

Ecco allora con stupore quelle sei giare, qui nel  meglio della storia, al centro dei quella sala dove l’allegria si sta spegnendo. Come nel mondo odierno, per un rinnovato e triste “autunno”, per opera di quella terribile “desertificazione della fede”, che non è solo “deserto del cuore perché Dio vi è stato allontanato, ma anche deserto dell’uomo, perché Dio è il vertice e la pienezza, il punto focale della storia e dei destini di ogni uomo.

C’è necessità di un vino nuovo, che risulta migliore del primo. Non dura molto il primo vino. Viene meno, in tante famiglie ed in tante comunità.

Occorre allora non disperarsi, ma riempire di acqua le nostre sei giare e fare tutto quello che Egli ci dirà. Gioisce e fermenta il vino nuovo; matura con fedeltà. E’ l’amore definitivo, è una speranza non più fondata sulle nostre certezze umane. Non bastano più i calcoli degli esperti. Ben descrive questo processo la parola del Papa a Milano, ai primi di giugno, ne famoso dialogo serale: “Questo vino dobbiamo cercare. E qui è importante che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità dalla parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, in questo coinvolgimento della Chiesa, della fede, di Dio stesso… cresce un vino che va per sempre!”.

E’ il rilancio dell’Etica. E’ il bisogno di parole vere. E’ il ritorno della fede, specie nei santuari. E’ il gusto di certe trasmissioni religiose. Siamo più pensosi e riflessivi. Ma è la porta aperta alla fede e della fede, per ricostruire la casa di tutti e per tutti. E’ l’episcopio fatto casa per aziende che non “hanno più vino…!” E cercano nel vescovo, nella comunità cristiana quella forza interiore che solo da Dio può venirci.

Spazi nuovi alla famiglia…

E’ la grande riscoperta, che sempre più diventa ripresa di uno stile che anni fa sembrava impossibile. Certo, tante sono le insidie che si avventano contro famiglia. Ma resta la grande pietra miliare, la roccia che non si sfalda.

Soprattutto, oggi la sento come “palestra e laboratorio” di virtù civiche, che fanno di essa lo spazio educativo per le nuove generazioni, onde passino dalla famiglia alla città, tramite la comunità sociale.

Per una nuova politica, che sa costruire il Bene Comune.

A due condizioni, che poi riprenderemo con metodo, indicando anche un preciso itinerario di educazione alla fede, in una precisa alleanza educativa tra giovani e adulti.

Gli Adulti siano più impegnati, più vicini, più alleati! I Giovani diventino capaci di “purificare” la Chiesa e la società, proprio tramite la loro sofferenza.

Poiché  sono i “poveri che ci evangelizzano!”.

Partendo proprio dalla loro sofferenza nella tragica realtà del precariato. Con adulti vicini, solidali, in un clima sociale e politico costruttivo, di concreta e vera collaborazione ed interazione.

Le due ali della famiglia…La famiglia, raccogliendo il monito ed esortazione che ci è giunta dal Convegno di Milano (1-3 giugno) per le Famiglie di tutto il mondo, vola solo se ha due ali: l’ala del lavoro e l’ala della festa.

Infatti, l’ala del lavoro dona alla famiglia la dignità.

L’ala della festa dona invece la gratuità.

Non si può vivere ne volare senza entrambe le ali.

Una non basta.

Come non è sufficiente l’ala della dignità nel lavoro. Perché da sola, l’ala del lavoro rischia spesso di diventare interesse e calcolo; sfruttamento, paura nell’investire. Si fa solitudine nel debito, con banche che non elevano ma affossano per la brutale logica dell’affare e dell’interesse.

In famiglia, il solo lavoro si fa relazioni nonché, povere, fragili.

E allora “il lavoro diventa una merce!”.

E’ la grande denuncia di papa Leone XIII, che diventa di tremenda attualità, davanti a certe scelte giuridiche intorno all’articolo 18. Ogni riforma del lavoro, infatti, deve saper coniugare dignità con gratuità, lavoro con festa!

D’altra parte, non basta nemmeno puntare sulla sola gratuità. Rischia infatti di togliere quella necessità di giustizia che sempre ci deve essere nel lavoro. La sola festa diventa infatti buonismo, immediatezza, emozione, evanescenza e conseguente vuoto di concretezza.

La dignità del lavoro, ala di luce. Qui diamo rapidi cenni per cogliere come educare alla dignità del lavoro.

Frutto di larga esperienza personale, avendo anch’io fatto l’esperienza preziosa del lavoro nelle fabbriche metalmecccaniche di Porto Marghera e nelle fonderie Biasi di Verona.

Nulla di più eloquente del Decalogo della dignità del lavoro, tratteggiato nel numero 63 della Caritas in veritate, dove si parla appunto del lavoro “decente”, cioè carico di dignità. Eccone i tratti bellissimi:

  1. Un lavoro è dignitoso quando esprime la grandezza della persona.
  2. È scelto liberamente, non imposto, maturato;
  3. Riesce ad associare i lavoratori e non a frantumarli
  4. Con esso, si costruisce un paese solidale, cioè si crea lo sviluppo della loro comunità
  5. Permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione
  6. Permetta di soddisfare le necessità della famiglia
  7. Dando così ai figli la possibilità di andare a scuola senza essere costretti a lavorare (no al lavoro minorile!)
  8. Permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce
  9. Un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale
  10. Un lavoro che assicuri una pensione dignitosa

Non è utopistico rileggere e gustare questo decalogo. Indico tre spazi di educazione diretta a questa dignità. Con voce sommessa, ma chiara.

a)    In casa, ci sia la stima e l’abitudine a compiere tutti i lavori, perché di pari dignità, con le stesse mani sia di ragazzi che di ragazze! E’ nella famiglia che si forgia questo concetto di pari dignità! E qui, giocano molto le mamme: “ per mio figlio… ci vuole qualcos’altro! Meriterebbe di più! Tu, riposati, non pulire… non lavare i piatti!”.

b)    l’esempio di Nazaret plasma questa riflessione. La famiglia di Nazaret ci è di esempio rivoluzionario. Perché Gesù non fa il docente universitario. Ma il falegname, il fabbro. Figlio del falegname e della casalinga, che va a prendere acqua e suda e geme per la precarietà del lavoro  e della fatica.

c)    la dignità si costruisce insieme, in un intreccio di alleanze, fattive e belle. E’ la grande forza della cooperai zone. Fede infatti vuol dire “corda” legame, intreccio. Cioè agire e sentire “in cordata”. A rete, specie in tempo di crisi.

A Milano, il Papa ne ha fatto cenno, prezioso: “io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie potrebbero aiutare. Oltre i soliti gemellaggi culturali. Ogni famiglia assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia. Così anche le parrocchie, le città che realmente assumano responsabilità, aiutino in modo concreto… trovando creatività in nuove soluzioni!”. (p.42-43).

E’ la bellezza delle alleanze tra Locride e Trento. Tra cooperative già solide con nuove esperienze. L’ l’intuizione originale del Progetto Policoro, che deve restare sempre profetico e non diventare burocratico, ma conservare quella bellezza profetica che ne ha fatto un segno di immensa speranza!

La gratuità: educare alla festa

La festa ci vuole, Siamo fatti per il grazie, cioè per relazioni belle e piene.

Non per subire, non per restare schiacciati, ma per sedersi ai bordi del tuo lavoro e fare quanto ha fatto Dio nel creare il mondo: “vide che era cosa buona, bella piena, fonte di gioia e di pienezza spirituale e culturale, oltre che economica e fattuale”!

E’ la cultura del dono: la grande forza che ha dato a questo tema della famiglia e del lavoro proprio il capitolo della Caritas in V: “fraternità, sviluppo economico e società civile”.

Al n.34: “la carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza”.

L’essere umano è fatto per il dono!

E’ la trascendenza, che diventa eccedenza, perché il dono, per sua natura sorpassa il merito; la sua regola è l’eccedenza”. (CV. N.34).

Attenti bene: “la logica del dono non esclude la giustizia e non si contrappone ad essa in un secondo momento né dall’esterno. Infatti, lo sviluppo economico sociale e politico ha bisogno , se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principi odi gratuità, come espressione di fraternità!” (CV. N.34)).

Anche la gratuità si impara nella famiglia. Ed insieme, solo in gratuità e letizia la famiglia regge ed affronta le sfide terribili ed insidiose della nostra cultura relativistica.

Basti leggere la bellissima e commovente descrizione che il Papa Benedetto ha fatto della sua famiglia, nel “dì di festa”. Cioè quel sapore di eterno, di gratuito, di cielo e di soavità che esprimeva il canto e la musica del papà con la cetra e del fratello con le composizioni. O la bellezza delle passeggiate.

Tempo di povertà, di dittatura e di guerra. Eppure, quella gioia è già “immagine del paradiso: “così in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù.

In questo senso, spero di andare “a casa” andando verso”l’altra parte del mondo”!

Meravigliosa lezione di gratuità, nella bellezza e nella gioia della domenica, festa della famiglia intera!

Ed anche la misericordia che il Papa, a Milano, invocò per le coppie irregolari altro non è che la applicazione e la fonte di questa totale epura gratuità. Ne è palestra, per farsi stima reciproca, accoglienza di tutti, incontro con chi non la pensa come noi, stima per colleghi difficili, dialogo con le minoranze, intrecci odi interessi comuni tra maggioranza e minoranza, dialogo tra cittadini e governanti in un clima di cuore nuovo e non di “cuore di pietra”, che vuole solo la ferrea e tragica legge della contrapposizione.

Gratuità allora è stile di vivere non solo la famiglia ma anche l’economia e la politica.

Le cooperative sono allora la pienezza di questo modo di gestire l’economia, che si apprende e si vive in famiglia: centralità della persona per cui i soci sono i”padroni”della cooperativa; non scopo di lucro per cui non si specula ma si costruisce legami di fraternità; una testa e un voto (niente accumulo né potere sopra l’altro per cui vale allo stesso modo sia chi produce tanto che chi porta poche mele alla cooperativa (= si vale non per quello che si ha ma per quello che si è!).

Ed infine, la cooperazione si basa sul “localismo”, cioè investire sul posto quello che si è accumulato dal posto! Per una crescita, soprattutto dei giovani e delle famiglie.

Questo è già un pezzetto di cielo, che dona alla famiglia dignità e gratuità!

Appendice: un itinerari odi liberazione guardando alla regina Ester  con lo zio Mardocheo!

Lo trovo singolare questo incontro tra uno zio e la sua figlia “adottiva”, Ester, che viene raccontato proprio nel libro di Ester. E’ il dialogo tra il mondo degli adulti e quello dei giovani, per vincere un comune nemico, Amman, che ha già gettato le “sorti” per la loro sconfitta ed annientamento.

Quel’alleanza sconfiggerà il tiranno e costruirà sentieri di libertà, inediti e fortemente educativi.

Eccone le tappe:

1)    Mardocheo è l’unico che alla porta del Re, davanti a tutti, non si piega, non si inginocchia. Perché ha capito nel cuore suo la gravità della “crisi”, una situazione dove il ricco ha conquistato il potere e domina il suo Re per la forte somma di denaro che ha gettato nelle casse dello Stato. Ma si è affinato con il digiuno e la preghiera, in una scelta di sobrietà di vita. Mardocheo, simbolo dei nostri adulti, nelle nostre famiglie, è il simbolo delle nostre oppressioni che la coscienza raffinata ed affinata, non può accettare. E’ la voce di un popolo che può liberarsi dalla precarietà tramite adulti coscienti e maturi. Quel vestito di sacco, pubblico, rappresenta chi nella storia, tra di noi, non si adegua. Sceglie la sobrietà, cura la preghiera, vive di fede. Non si piega,non si rassegna. Supera quello spreco e sperpero  antropologico rappresentato dal precariato. Di adulti così, consapevoli e educatori, oggi abbiamo un bisogno sempre maggiore.

2)    Ma Mardocheo è grande, proprio perché educa Ester, la bellissima ragazza giovane, giunta inaspettatamente al trono, in un particolare momento di crisi sociale e culturale. Ester infatti, nella sua bellezza, è chiusa nei suoi progetti, calcoli e prospettive. La sua bellezza, mentre conquista, imprigiona il suo stesso cuore. A lei, Mardocheo fa giungere le notizie,dettagliate e fondate (con il decreto stesso di sterminio fattole giungere nelle sue mani!). Notizie di sterminio, che attraversano tutte le numerose provincie del Regno di Persia, sotto Assuero. Mardocheo, da adulto coscienzioso, educa e coscientizza la ragazza giovane,bella ma isolata. E le chiede di intervenire: “ricordati dei giorni della tua povertà, quando eri nutrita dalla mia mano… Invoca il Signore, parla al re in nostro favore, e liberaci dalla morte!”.

3)    Ma Ester, la bella regina, ha paura. Obietta precise situazioni che le impediscono di intervenire: “sono un mese assente dal Re… se non sono chiamata, non posso entrare… non tocca a me… come faccio? Mi devo esporre! E’ incerta e timida. Sola e rinchiusa nelle sue paure. La responsabilità la spaventa, il futuro l’atterrisce! Resiste al cambiamento. Con mille obiezioni,che ritroviamo sulle labbra dei nostri ragazzi, oggi. Belli ma fragili!

4)    Allora ritorna il gioco educativo e formativo il nostro Mardocheo, adulto coinvolgente.

Accompagna la ragazza in questo momento di paura, aiutandola a superare la situazione. Queste le parole di forza e di responsabilità insegnate:

– “non pensare solo a te stessa… esci, guarda fuori della reggia… non chiuderti…

Se tu non intervieni, la salvezza giungerà al popolo da un’altra parte!

Tu sei qui, per un preciso disegno. Nulla a caso.

Dio è più forte di te. Ma tu con lui umilmente ma fiduciosamente,sappi collaborare per il bene di tutti.

Dalla precarietà, dalla paura si può uscire, se si guarda oltre.

Sono tappe di grande attualità. Un cammino educativo per la Vita buona del Vangelo, dove l’adulto sa accompagnare la ragazza giovane, proprio perché ha nel suo cuore meditato, riflettuto,digiunato e creduto! La fede cambia “le sorti” negative,già decise perla morte, in sorti di speranza e di vita!

5)    Ed Ester entra in scena. Con tre passaggi meravigliosi: Prega intensamente, con accenti tipicamente femminili e giovanili. Digiuna, con visibile disprezzo della gloria umana; Rischia la sua vita per il bene del suo popolo, entrando dal re, con la proposta del grande pranzo, dove poter, a tempo giusto, con parole appropriate, a sua volta coscientizzare il RE sulla gravità della situazione, da lui sottoscritta senza consapevolezza adeguata e con evidente cedimento alla volontà sterminatrice di Aman. A mensa, poi, saprà dire cose grandi, denunciando pubblicamente il nemico, senza inveire con crudeltà. Sarà lo stesso Aman a cadere nella trappola del male. Per finire impiccato! Le cinque tappe sono un piccolo trattato di formazione alla responsabilità, da parte del mondo egli adulti,all’interno della famiglia (zio e nipote!), in un forte momento di crisi sociale e politica.

Le sorti possono essere cambiate, anche quando sono già state “gettate”contro il bene della comunità. Ma occorre un adulto che prega, che crede, che digiuna. Cioè si fa voce, perché si è fatto capace di ascoltare la voce di Dio negli eventi. E sfida, clamorosamente l’opinione pubblica, senza paura. Questo suo gesto, alternativo, diventa però occasione di sicura coscientizzazione per il mondo dei giovani. Vince la paura, accompagna la regina bella ma chiusa verso un impegno sociale e culturale. Anche a suo rischio. E la ragazza impara, condivide, prega e digiuna. Si fa coinvolgere. E mette a sevizio del suo popolo i suoi evidenti talenti di bellezza e di bravura diplomatica. Rischia e riesce così, per la sua forte fede, trasformare le sorti: da morte avita; da precarietà ricchezza.

Ma è la famiglia, anche se fragile, che si fa cornice educativa.

Con  un compito a casa: impegnarsi con tutte le forze perla santificazione della domenica.

Da parte di un mondo adulto che non si rassegna alla schiavitù, ma la combatte, come Mardocheo.

E ne fa la misura sia della dignità del lavoro che della gratuità di relazioni nuove, per rendere i nostri giovani capaci di combattere la paura e cambiare “le sorti”del facile ed aggressivo consumismo, fatti responsabili di vitalità nuova.

Solo così nascerà una società nuova, in dignità e gratuità. la Domenica nella misura: personale,familiare,sociale e politica. Per tutti. Partendo però dal cuore delle nostre famiglie.

 

Mons. Gian Carlo Maria Bregantini

Arcivescovo di Campobasso-Boiano

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