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«Famiglia, tesoro da non indebolire»

La Prolusione del cardinale Bagnasco in apertura del Consiglio Permanente della Cei a Genova

Si è aperto il Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana a Genova, dove come ricordato dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei si terrà il Congresso Eucaristico nazionale dal 15 al 18 settembre.
Papa Francesco a maggio sarà presente ai lavori dell'Assemblea generale della Cei.

Dalla Prolusione pronunciata dal cardinale Bagnasco sono emersi molteplici temi di riflessione, ne riportiamo in modo sintetico alcuni.

Leggi il testo della Prolusione.

Cristiani perseguitati in Medio Oriente e Nord Africa
Il presidente della Cei ha ricordato lo storico incontro con il Patriarca Kirill e la dichiarazione congiunta nella quale vengono menzionati i cristiani vittime di persecuzione in molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. «La recente uccisione nello Yemen di quattro suore di Madre Teresa, insieme ad altre dieci persone, mostra ancora una volta il brutale accanimento contro la fede cristiana, e la mite forza della fede che spinge le loro Sorelle a continuare nel servizio d’amore» ha affermato il presidente della Cei.

L'indifferenza globale di fronte all'esodo dei profughi
Un altro punto toccato nella Prolusione è il tragico esodo di migranti e rifugiati, «come il povero Lazzaro, bussano alla porta dei Paesi ricchi». «Facciamo nostra - ha aggiunto il cardinale Bagnasco - la voce di popolazioni stremate dalle stragi, dalle rovine, dalla totale incertezza. E ripetiamo che l’indifferenza globale è qualcosa che grida vendetta al cospetto di Dio». La Chiesa italiana continua a portare il proprio contributo attraverso l'accoglienza di 45mila profughi presso parrocchie, istituti religiosi, organizzazioni come le Caritas diocesane e gli Uffici per i migranti.

Costruire ponti
Non è mancato un riferimento al discorso alla Pontifia Accademia per la vita nel quale Papa Francesco aveva invitato a fare: «Attenzione alle nuove colonizzazioni ideologiche che subentrano nel pensiero umano» e sempre seguendo l'esempio di Francesco nella Prolusione si è sottolineata la necessità di vivere il presente costruendo ponti. «La via è quella dell’ascolto, della valorizzazione di ciò che unisce, del progettare insieme la dove è possibile, del cercare soluzioni, del contribuire al bene comune».

Lo sgretolamento del tessuto sociale
Di fronte al progressivo sgretolamento del tessuto sociale, «ognuno, anziché sentirsi ascoltato e partecipe, facilmente si sente “vittima della cultura dello scarto”». Le comunità cristiane hanno anche questo compito: «nei quartieri anonimi della nostre città essere delle piccole luci di riferimento, dei luoghi di accoglienza, dei punti di riferimento dove, prima di fare, ricevere o dare, ognuno possa sentirsi se stesso, possa incontrare una comunità di ideali, uno spazio di relazioni benevole, respirare un orizzonte alto e ampio».

La famiglia reagisce alla crisi
La crisi non è ancora risolta, ma «la famiglia dà prova di essere il perno della rete sociale, luogo in cui si condividono le risorse e si genera fiducia e coraggio per andare avanti. Essa è veramente il più grande capitale di impresa e di solidarietà, un tesoro da non indebolire e disperdere con omologazioni infondate, trattando nello stesso modo realtà diverse».

Il calo demografico
Stando ai dati Istat 653.000 sono stati i decessi nel 2015, le nascite sono state 488.000, mentre 100.000 italiani hanno lasciato il Paese. Un quadro demografico che è «sintomo di una crisi più profonda di quella economica. La famiglia, grembo della vita, e l’occupazione, sono le cose concrete a cui il popolo guarda con preoccupazione crescente. Ed è su queste emergenze che la gente vuole vedere la politica impegnata giorno e notte per misure urgenti e concrete».

I diritti dei bambini
Nella Prolusione il cardinale Bagnasco è tornato a parlare della deriva individualista, radicale e liberista: «Mentre riaffermiamo che avere dei figli è un desiderio bello e legittimo, così è diritto dei bambini non diventare oggetto di diritto per nessuno, poiché non sono cose da produrre. Tanto più che certi cosiddetti diritti risultano essere solo per i ricchi alle spalle dei più poveri, specialmente delle donne e dei loro corpi». Non è mancato un richiamo alla necessità di semplificare le procedure di adozione.

Educazione e sostegno strutturale alle scuole paritarie
«Come società siamo accecati di fronte ai segni della decomposizione culturale», ultimo dei quali il delitto perpetrato per «curiosità». «Siamo preoccupati che non si sia aperto un serio, corale dibattito pubblico; che si continui a mostrare colpevole superficialità o vile rassegnazione di fronte alla cultura dello “sballo” con droghe, alcool, azzardo, fino al disprezzo totale della vita propria e altrui».
E sulle scuole «lascia perplessi che si invochi l’esempio dell’Europa per molte cose, non sempre le migliori, ma poi, circa il sostegno strutturale alle scuole paritarie, si prescinda dall’esempio virtuoso dei Paesi europei che, in questo caso, sono semplicemente giusti».

© Avvenire, 14 marzo 2016

 

L'intervista

Belardinelli: siamo scivolati verso la neutralità morale

C’è un «filo rosso» che percorre l’intera prolusione del cardinale Bagnasco – commenta Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali all’università di Bologna – ed è la grande crisi antropologica dell’uomo di oggi, che «non riconosce se stesso ma nemmeno si vede nel volto dell’altro, che ha rinunciato a una sua identità morale ed è scivolato in una 'neutralità morale' catastrofica. Un uomo che non sa più chi è».

Ciò accade «quando la verità perde il suo significato»: allora tutto diventa possibile.
Tutte le crisi odierne derivano da qui. Anche gli egoismi europei: il nostro continente era la culla della civiltà, venuta meno questa, non ha più nulla in cui riconoscersi. È necessario ricostruire il senso di indisponibilità di qualcosa, e la più evidente tra le cose indisponibili è la verità, il criterio che non dipende da me. Posso mentire, posso manipolarla, ma la verità resta tale. Hannah Arendt scrive che il suddito ideale per nazismo e comunismo non è il nazista o il comunista convinto, ma l’uomo per cui la differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso non esiste più. E oggi ci siamo. In una società in cui è possibile dire tutto, come può esserci qualcosa di intangibile?

Forti sono i riferimenti all’emergenza educativa.
Dietro la quale vediamo di nuovo la crisi antropologica. L’educazione non è una pratica simmetrica, ci sono un educatore e un educando che non sono sullo stesso piano, uno sceglie per l’altro. Allora quantomeno ci deve credere, deve essere convinto che sta facendo il bene dell’altro, invece la nostra società ha rinunciato a formare, convinta che sia meglio la neutralità etica. Ma l’educazione non può essere neutrale, sarebbe una contraddizioni in termini.

Marcata le denuncia delle derive «individualiste, radicali, liberiste».
'Liberiste' ma in realtà calate dall’alto, perché ciò che sta veramente venendo meno è proprio l’idea di libertà. Il potere di cricche private e pubbliche sottopone il Paese a un doppio regime: sul piano politico ed economico siamo tutto meno che padroni della nostra esistenza, mentre sul piano morale ci hanno dato libertà di fare quel che ci pare e piace, ma questo è l’esatto opposto del pensiero liberale, per il quale avremmo bisogno di una politica libera e di una vita morale con convinzioni profonde.

Può l’Europa, antica culla di diritti, «erigere muri e scavare fossati?» Perché il tragico tema delle migrazioni lascia indifferenti?
È sempre la crisi culturale a investire la vecchia Europa e intaccare l’idea che abbiamo di uomo: se ne avessimo ancora l’idea giusta, sapremmo vedere in quei disgraziati una parte di noi stessi. «Non scappano da guerre ma per stare meglio», dice qualcuno... Che differenza fa fuggire dalla guerra o dalla fame? Non lo comprendo. Idee chiare su questo punto le ha solo la Chiesa, vera avanguardia culturale, che dovrebbe esserne più orgogliosa.

Ruolo dei cristiani – scrive Bagnasco – è anche dare risposte chiare nel dibattito pubblico, «contributo specifico alla costruzione della società comune».
È una presenza necessaria, ma con la distesa consapevolezza che anche tra cristiani si possano avere opinioni diverse. Ad esempio sull’immigrazione si può discutere delle diverse strategie, ma tenendo ferma l’identità culturale che ci dice cosa nonsi può fare e cioè rigettare a mare i profughi. Ci sono tanti modi per stare su questa terra da cristiani, l’incertezza del mondo non mi dispiace, ha a che fare con la nostra libertà, invece proprio in nome della sicurezza ci dicono di fare cose indecenti, come scartare i più poveri o non avere figli. Il mondo oggi vorrebbe tutto organizzato, l’incertezza gli è insopportabile.

E proprio di inverno demografico parla la prolusione. La famiglia combatte con umile eroicità, ma è sempre più evidente lo scollamento tra la «bolla» irreale di certa politica e la realtà concreta della gente.
Il calo demografico è il segno più evidente di una devastante crisi di fiducia e speranza nella vita: una società che non ha figli ha stretto un patto a doppio giro con la morte. Per nostra fortuna, però, la famiglia tiene e il Paese sta in piedi per questo, non solo dal punto di vista economico. Non scordiamo poi che in Italia ci sono 5 milioni di volontari... Se la cultura politica è sfilacciata e si perde in fantasie, c’è un tessuto sociale che regge.

Lucia Bellaspiga

© Avvenire, 15 marzo 2016

 

L’impegno della Chiesa nel Paese

Il volto da ridarci

 

Intelligere, insegnavano i latini, è la capacità di guardare dentro le cose. Di leggervi in profondità, ben oltre la mera superficie. E a ben guardare anche la prolusione con cui ieri il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana è un esercizio di intelligenza della realtà. Passando in rassegna temi e problemi del momento, il presidente della Cei coglie con realismo le diverse e potenti forze disgregatrici all’opera in Italia e sullo scenario internazionale. Ma nello stesso tempo guida alla riscoperta del bandolo di una complessa matassa. E con quel filo, solo apparentemente fragile, indica la via per «costruire ponti», o se si vuole per ricucire il tessuto delle singole comunità e della società tutta intera.

Nelle parole del presidente della Cei, innervate da profonda sintonia con il magistero di papa Francesco, si può ritrovare infatti il principio unificante per trasformare il travaglio del presente in nuova linfa per il futuro, le sfide e i pericoli in grandi opportunità. La Chiesa, ricorda infatti Bagnasco, è desiderosa di «servire l’ora presente costruendo ponti, come esorta e fa il Santo Padre». Un paradigma di comportamento, oltre che una dichiarazione di intenti, una via da percorrere con slancio e convinzione, come del resto le comunità ecclesiali della Penisola hanno già cominciato a fare (e non da ieri). Lo dimostrano ad esempio l’accoglienza data ai profughi, la vicinanza alle famiglie, specie le più bisognose e provate dalla crisi, la generosità di un impegno educativo che vede in prima linea diocesi, parrocchie e movimenti ecclesiali, la forza della testimonianza di amore verso tutti che arriva in alcuni casi fino al dono della vita, la chiarezza con cui si ricorda - sempre più spesso in totale e solitaria controtendenza - la verità delle relazioni affettive e della loro insopprimibile apertura alla fecondità della vita.

Costruire ponti appare infatti come l’unico antidoto possibile alla lacerante potenza disgregatrice che assume a seconda delle situazioni gli inquietanti connotati del terrorismo e dello sconto di civiltà; di chi erige muri e scava fossati, per difendersi da supposte "invasioni"; di chi approfitta della disperazione dei tanti che fuggono da guerre, violenze, povertà o di chi «vuole cambiare le categorie elementari dell’umano» in nome di una autodeterminazione in definitiva annichilente di ogni identità; di chi interpreta la politica come eterno litigio e scontro, di chi sgretola il tessuto sociale costruendo quartieri anonimi e periferie invivibili, di chi finisce per mettere tra parentesi il proprio ruolo genitoriale, creando così quel vuoto in cui - grazie al concomitante sonno della ragione - nascono e crescono mostruose "curiosità". O infine di chi, per inseguire un desiderio naturalmente irrealizzabile, non esita a disgregare la stessa paternità e maternità all’interno di pratiche tragiche che trasformano le donne in contenitori e i bambini in «cose da produrre».

Il volto di chi costruisce ponti, ricorda invece il cardinale, è proprio di chi, tenendo gli occhi fissi su Cristo, può guardare al mondo e all’umanità con altre categorie: accoglienza, integrazione, solidarietà, «relazioni benevole» e fraterne, gratuità. Ma tutto ciò, sembra suggerire la prolusione, sarà possibile solo con una intelligenza della realtà che tenga conto delle ragioni profonde di un’antropologia finalmente svelata nella sua essenza. Non a caso uno dei paragrafi centrali del discorso del presidente della Cei si intitola «Ridare il volto». Chi sgretola il volto degli altri lo cancella, spesso metaforicamente, talvolta – purtroppo – anche fisicamente, come tanti omicidi stanno lì a confermare. Chi costruisce ponti no. Nel volto degli altri vede non solo quello dei fratelli, ma il proprio. E sa che attraverso quell’opera spesso difficile, ingrata e faticosa passa l’unica strada possibile per risanare il volto della stessa umanità.

Mimmo Muolo

© Avvenire, 15 marzo 2016