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Frammenti rivelatori

Affiorati caratteri nascosti in alcuni testi scoperti a Qumran

Durante gli anni cinquanta nelle grotte vicino a Qumran, beduini e archeologi scoprirono decine di migliaia di frammenti di pergamena e papiro, scritti duemila anni fa e appartenenti a quasi un migliaio di manoscritti diversi. A motivo delle loro piccole dimensioni e del cattivo stato di conservazione, alcuni di questi frammenti furono posti in scatole, senza essere smistati o decifrati. Di recente, all’interno del progetto di digitalizzazione dei manoscritti, è stata fatta una ricognizione tra questi contenitori. Anche se a occhio nudo non può essere rilevato alcun segno, la nuova tecnologia di multispectral imaging, sviluppata originariamente per la Nasa, utilizzata nel progetto di digitalizzazione, ha potuto identificare su alcuni frammenti la scrittura scomparsa.

Il simposio internazionale «Clear a Path in the Wilderness», concluso il 2 maggio a Gerusalemme, ha celebrato i settant’anni dalla scoperta dei manoscritti del Mar Morto, resti di circa 950 rotoli ritrovati nelle grotte intorno a Qumran che contengono testi biblici o letteratura religiosa giudaica risalenti a un periodo compreso tra il III secolo prima dell’era cristiana e il i secolo dell’era cristiana. A settant’anni dalla scoperta, gli studi su Qumran tornano di attualità per nuovi approfondimenti, per altre scoperte e per le loro ricadute nel dibattito tra gli studiosi. Il primo maggio, nella sessione dedicata all’archeologia, sono stati presentati per la prima volta i risultati degli scavi della grotta 11Q, fino a oggi inedita. Qui, nel 1956 vennero ritrovati importanti manoscritti, tra cui il Rotolo del Tempio, il Grande rotolo dei Salmi, il Paleo-Levitico. Nel recente lavoro di scavo e di ricerca, negli archivi e nei magazzini, sono stati ritrovati 52 nuovi frammenti. Della scoperta parla uno dei protagonisti della ricerca, Marcello Fidanzio, curatore di un volume, di prossima pubblicazione, sulla grotta 11Q. Il libro è frutto di una collaborazione tra l’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme, e l’Istituto di cultura e archeologia delle Terre bibliche della facoltà di teologia di Lugano, dove Fidanzio insegna.

Perché dopo così tanto tempo ci sono ancora materiali inediti a Qumran?

La storia delle scoperte di Qumran è strettamente intrecciata alle vicende storiche del Vicino oriente. I primi manoscritti vennero riconosciuti e acquistati il 29 novembre 1947 da Eleazar Sukenik, docente all’Università Ebraica, lo stesso giorno in cui all’Onu veniva votata la spartizione della Palestina tra ebrei e arabi. Da allora, le tappe della ricerca sono state segnate dai grandi eventi che hanno interessato la regione. Un esempio: dopo la guerra del 1948, trovandosi Qumran nei confini della Giordania, gli scavi furono realizzati, su invito dell’autorità giordana, dal domenicano Roland de Vaux, archeologo dell’École Biblique; ma con la guerra dei Sei giorni nel 1967 e con il controllo da parte di Israele di Gerusalemme Est, dove era conservata la gran parte dei materiali, i lavori si fermarono. Inoltre, nel 1971 la morte prematura di padre de Vaux segnò un’interruzione prolungata. Oggi i materiali di Qumran sono distribuiti in otto musei e laboratori tra Israele e Giordania. I testi sono tutti disponibili, mentre la pubblicazione del contesto materiale in cui sono stati trovati i rotoli, ovvero degli studi archeologici, richiede ancora del lavoro, su cui è impegnato il successore di Roland de Vaux, padre Jean-Baptiste Humbert.

Tra le oltre sessanta grotte di Qumran con tracce di attività umana, in undici sono stati ritrovati dei manoscritti. Al simposio di Gerusalemme lei ha presentato i risultati degli scavi realizzati nella grotta denominata 11Q, quelli fatti da Roland de Vaux nel 1956 e da lei nel 2017. Che sorprese ha riservato questo lavoro?

Circa tre anni fa abbiamo iniziato un programma dedicato allo studio dell’archeologia delle grotte e siamo partiti dal caso più urgente: la grotta inedita, la 11Q. Il lavoro di un’équipe internazionale ha permesso di conoscere qualcosa della sua storia, prima e dopo il maggiore evento che l’ha interessata: la deposizione di almeno trenta rotoli contenenti letteratura religiosa, scritti fra il i secolo prima dell’era cristiana e il i dell’era cristiana, certamente prima del 68, quando l’area fu occupata dalle truppe di Vespasiano. I materiali ritrovati nella grotta 11Q ci indicano soprattutto le modalità della deposizione dei manoscritti: rotoli di pelle o di papiro, chiusi con una striscia di pelle inserita in una fibbia, poi avvolti in tessuti di lino e riposti all’interno di giare. Un coperchio e a volte un tessuto in mezzo chiudevano il contenitore. Gli scavi recenti ci hanno permesso di comprendere meglio quanto è avvenuto nelle ricerche del 1956 e di avvicinarci ulteriormente al chiarimento di alcune questioni dibattute tra gli specialisti.

Perché i rotoli sono stati portati in questa grotta?

Le nostre possibilità di conoscenza sono limitate dal fatto che, ben dopo la deposizione dei manoscritti, nel periodo medievale e anche successivamente, altri sono entrati nella grotta, compromettendone la situazione. Nel 1956 fu scoperta dai beduini, alla ricerca dei preziosi rotoli, ma la loro attività ha seriamente modificato il contesto archeologico. Nei primi anni dopo la scoperta, si pensava che la grotta fosse l’abitazione di alcuni membri del gruppo stanziato nel vicino insediamento di Qumran, a un chilometro e mezzo di distanza. Oggi c’è invece consenso sul fatto che la grotta nel periodo romano non fosse un’abitazione. Sul piano archeologico tutto fa pensare che i rotoli siano stati portati nella grotta 11Q per essere nascosti, ma si discute se questo nascondiglio sia dovuto a un pericolo imminente (l’arrivo dei romani) o a una forma di rispetto per i rotoli contenenti testi religiosi ormai fuori uso (per il deterioramento del materiale o per contenuti ritenuti non adeguati). La questione interessa quanti si interrogano sull’origine dei manoscritti: chi li ha portati nelle grotte e perché? Oltre ai contenuti dei testi, interroghiamo l’archeologia per trovare la risposta a queste domande.

Non solo archeologia ma anche 52 nuovi frammenti manoscritti: altre sorprese sono venute dalla ricognizione nei magazzini, da cui è emerso del materiale che era stato trascurato. Qual è l’interesse dei frammenti inediti?

Lavorando nei magazzini e nei laboratori dove sono conservati i materiali di scavo, sono stati ritrovati molti oggetti e documentazione ancora da pubblicare, tra cui tre lotti di piccoli frammenti manoscritti, tutti attributi alla grotta 11Q. Il più ampio, composto da 32 frammenti, era rimasto in una piccola scatola insieme ai tessuti raccolti durante lo scavo. Le scritte sulla scatola sono importanti: la grafia è di padre de Vaux, e il testo indica la provenienza, grotta 11Q, e la data, 4 marzo 1956, uno dei giorni dello scavo. Questo è importante perché finora tutti i rotoli attribuiti alla grotta 11Q erano stati acquistati tramite mediatori o mercanti di antichità, e la provenienza era dichiarata dai beduini. Ora questi frammenti, identificati da Émile Puech dell’École Biblique, si uniscono ai grandi rotoli già noti, e certificano che essi provengono davvero dalla grotta 11Q. Anche un piccolo frammento può portare a nuove identificazioni: come nel caso di un frammento di sole due lettere, scritte con un alfabeto cifrato detto “criptico a”, che Puech ha riconsiderato insieme ad altri frammenti già noti, identificando diversi passaggi del libro del Levitico. È stato trovato inoltre un ulteriore lotto di otto frammenti di papiro. Infine, grazie alle nuove tecnologie impiegate dall’Autorità israeliana per le Antichità e inizialmente sviluppate per la Nasa, è stato possibile rintracciare su alcuni frammenti dei testi scritti non visibili a occhio nudo. Dodici di questi frammenti saranno inclusi nella prossima pubblicazione. Anc

e in questo caso un piccolo frammento, con una sola parola del salmo 147, 1 (זמרה zmrh) e due lettere della riga sottostante, può portare ad aprire la discussione sull’attribuzione di un testo molto più ampio, tre colonne contenute in un altro frammento considerato parte del Grande rotolo dei Salmi.

Quanto i manoscritti di Qumran ci aiutano a conoscere la Bibbia?

Gli studi biblici sono stati molto stimolati da questa scoperta, considerata tra le più importanti del Novecento. A Qumran troviamo testi religiosi, scritti prima della fissazione del canone biblico. Possiamo così conoscere le ultime tappe della formazione della Bibbia e in che modo alcuni ebrei del tempo di Gesù vi si rapportavano. Nello specifico, il simposio di questi giorni a Gerusalemme è stato centrato sulla citazione di Isaia 40, 3 («voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore», ripresa nei vangeli per introdurre Giovanni Battista: l’uso di questo testo nel Nuovo Testamento trova paralleli nei manoscritti di Qumran che presentano un’altra corrente del giudaismo (con le sue regole di comunità e altri testi religiosi). Pur ignorando ancora molte cose sul giudaismo del tempo di Gesù, ora il Nuovo Testamento può essere confrontato con i testi di una diversa comunità. Durante il simposio è emerso che alcune interpretazioni dell’Antico Testamento — che prese isolatamente sollevano questioni — possono ora essere comprese nel contesto più ampio del rapporto con le Scritture in quel periodo. Si tratta di un tema complesso e affascinante, che ci restituisce la Bibbia come un testo in cui la parola rivelata passa attraverso tutte le dinamiche dell’umano. Non basta l’armamentario filologico per comprendere l’uso di alcuni testi: è l’esperienza religiosa nella sua interezza che chiede di essere capita.

da Gerusalemme
Sara Fornari

© www.osservatoreromano.va, mercoledì 2 maggio 2018