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Galantino: scelte in stile sinodale

i chiama «esercizi di sinodalità», e non si riferisce solo a quanto stanno sperimentando i 2.200 partecipanti al Convegno ecclesiale nazionale.

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, osserva i delegati dentro la Fortezza da Basso, ma già guarda oltre le mura della grande opera rinascimentale e prefigura il lavoro per il "dopo-Firenze". Che comincia già oggi.

Cosa sta emergendo in queste giornate?
Il Convegno ecclesiale di Firenze va visto come una sfida non solo per i contenuti ma anche per il metodo. È stato caratterizzato dall’invito forte a vivere e operare con uno stile di sinodalità, nel solco tracciato cinquant’anni fa dal Concilio Vaticano II.

Siamo già al punto: tutti qui parlano con convinzione di "stile sinodale". Ma cosa si deve intendere?
Lo stile sinodale, in quanto stile, non è costituito da procedure standard da applicare nelle singole diocesi ma è una disposizione permanente, aperta e dinamica, a vivere e operare insieme nello spirito di comunione, collaborazione e corresponsabilità. Non esiste la formula magica della sinodalità, ma ciò che conta è invece proprio questo spirito che per noi è spirito ecclesiale, che la anima, la promuove, la sostiene. Proprio in quanto stile, non è neppure un semplice ideale, un insieme di auspici che rischiano di rimanere retorici, ma consiste nel mettersi all’opera assumendo determinati atteggiamenti e avviando determinati processi.

La "sinodalità" in che senso va intesa?
Per riprendere altre parole importanti proposte nel Convegno, comporta due profili: la prospettiva della concretezza, dove si intrecciano insieme il coraggio del proporre, l’intelligenza del ricercare e del capire, la cura dell’ascolto, la fatica dell’operare, la pazienza dell’attesa, la creatività del costruire; e la prospettiva dell’alleanza, dove l’incontro e la comunicazione profonda con l’altro diventa strada di continua umanizzazione.

Si potrebbe pensare che "siamo già capaci", "l’abbiamo già fatto". Come ci si deve porre invece di fronte a questo metodo?
Uno stile sinodale è un dinamismo aperto, che chiede perciò di essere coltivato e alimentato. Non possiamo fare corsi teorici per insegnare la sinodalità, né dobbiamo cercare un modello teorico ideale o rigidi dispositivi organizzativi. Si cresce nella sinodalità esercitandola, si capisce meglio in cosa consiste cominciando a lavorare e a confrontarsi insieme sulle questioni concrete delle nostre comunità. Ciò che si è cercato di fare a Firenze è proprio questo: avviare un esercizio di sinodalità.

In che modo va esercitata la sinodalità?
Il metodo con cui si è lavorato nei gruppi può rappresentare un significativo punto di riferimento, non tanto perché vada semplicemente replicato nelle diocesi ma perché nella sua logica interna ci dice alcuni aspetti che permettono di dare concretezza alla dimensione dell’alleanza che regge la sinodalità. In primo luogo il metodo attuato a Firenze, semplice nella sua idea e articolato nella sua realizzazione, ci dice l’importanza di alcune caratteristiche di base del lavorare insieme: promuovere idee, riflettere, dare a ciascuno la possibilità di parlare, darsi il tempo per l’ascolto e il confronto, mettere insieme le idee e le proposte. Non possiamo costruire sinodalità con riunioni affrettate, o invitare le persone chiedendo loro soltanto di ascoltare una relazione.

A questo punto si potrebbe essere tentati di replicare sic et simpliciter quello che si è visto qui…
Oltre a mettere in luce alcune caratteristiche, che potremmo chiamare anche le "operazioni del metodo" (stimolare, riflettere, parlare, ascoltare, mettere insieme, scegliere), il lavoro svolto a Firenze ci insegna che occorre avere attenzione anche a una serie di condizioni per non cadere nell’improvvisazione e per contenere il rischio di parlarsi "addosso" e di "girare a vuoto". Occorre preparare il lavoro, in un modo sufficientemente aperto per non chiudere i discorsi prima di aprirli, ma anche sufficientemente strutturato per permettere a tutti di capire su che cosa si sta lavorando e dove si sta andando. Servono figure di riferimento che facilitino i processi, che sappiano gestire le normali dinamiche che il lavorare insieme comporta. Occorre che sia chiaro il senso del lavoro, è importante che vi sia cura alla strutturazione degli spazi. È difficile, ad esempio, confrontarsi senza potersi guardare in faccia.

Una delle novità del Convegno di Firenze è l’ampio spazio lasciato ai lavori degli oltre 200 "tavoli" che hanno dato sostanza allo stile sinodale. Cosa insegna questa esperienza?
Le caratteristiche e le condizioni che ho citato sono tenute insieme da alcuni criteri di fondo che concorrono a dare l’orizzonte e il tono al lavorare insieme. Perché ci si è trovati insieme a Firenze? Perché ci si è confrontati per molte ore? Non per lamentarsi, non per chiuderci in noi stessi, ma per dare concretezza a ciò che più è proprio della sinodalità, ossia il discernimento. L’esercizio di sinodalità di Firenze è stato volutamente un esercizio di discernimento con precisi criteri, già indicati due anni fa nell’"Invito" al Convegno: la verità, ossia il non avere paura di guardare la realtà delle nostre Chiese, dei nostri territori, della società in cui viviamo; la complessità, cioè la bella fatica di cogliere la pluralità di elementi che concorrono a determinare la realtà, lontano da banali semplificazioni; la speranza, vale a dire il leggere la realtà nella sua complessità nella consapevolezza credente che lo Spirito è all’opera; la progettualità, che è tensione pratica a diffondere il bene.

La Chiesa italiana a Firenze dunque ha sperimentato una "scuola di metodo" piuttosto che preoccuparsi di un documento finale, che non ci sarà. Facile immaginare che questo nuovo approccio incontrerà qualche resistenza. Quali sono le difficoltà prevedibili? Da Firenze il lavoro dei gruppi ha messo in luce diverse linee di lavoro, che vanno tradotte in impegni, che a loro volta chiamano in causa la progettualità delle diocesi e di tutte le realtà ecclesiali. C’è sempre un grande ostacolo: il pretendere risultati immediati con poca fatica. La progettualità invece comporta la fatica di scegliere, di lasciare da parte alcune cose, di osare il nuovo. Il metodo sperimentato a Firenze vuole essere una mappa di riferimento per una creatività intelligente e appassionata delle nostre comunità, sostenuta da una umiltà coraggiosa.

Lei ha parlato del Convegno come di una "sfida": in che senso va intesa?
È una sfida nei contenuti – il "nuovo umanesimo in Gesù Cristo" – ma soprattutto nel metodo. I Convegni decennali precedenti si differenziavano per il titolo ma erano identici nel modello: un relatore centrale, grandi gruppi di studio, le conclusioni. A Firenze abbiamo sperimentato un metodo che è esso stesso contenuto, e che non è solo un titolo ma un modo di essere Chiesa. Si è voluto mettere in atto l’invito del Concilio: vivere e operare con uno stile di sinodalità, un impegno che ha ricevuto un forte impulso da Papa Francesco che con i suoi interventi per i due Sinodi sulla famiglia ci ha spiegato in maniera chiara cosa chiede e propone.

Molte diocesi hanno già celebrato il loro Sinodo, o lo stanno facendo. Qual è allora la novità adesso?
Percorrere con più coraggio e verità la "strada cattolica" alla sinodalità, diversa ovviamente rispetto alle esperienze nel mondo ortodosso, dove il Sinodo è riservato ai vescovi, o a quelle delle Chiese riformate, più simili a strutture parlamentari. La "strada cattolica" alla sinodalità include vescovi, preti, religiosi e laici, ma soprattutto è "cum Petro" e "sub Petro", un dato che non è un limite ma una garanzia di unità e anche di libertà. Qui si apre un compito anche per la teologia, chiamata a costruire questa "strada cattolica", per certi versi già disegnata ma che fa molta fatica a diventare prassi ordinaria a tutti i livelli.

Qual è la consegna del Papa alla Chiesa italiana?
Ci ha detto: adesso tocca a voi. E ha assegnato alla nostra Chiesa – quindi a ciascuno di noi e a ogni singola comunità – i contenuti e il metodo con cui individuare alcuni punti sui quali lavorare confrontandoli a ogni livello con la "Evangelii gaudium". È la garanzia perché la sinodalità non diventi uno slogan tanto comodo quanto deresponsabilizzante.

Si è parlato di una "sferzata" del Papa…
Chi lo dice continua ad applicare alle dinamiche della Chiesa gli schemi della peggiore politica, dove chi parla lo fa per guadagnare qualcosa e a scapito dell’altro. L’esatto opposto dello stile sinodale, che in quanto ascolto reciproco la Chiesa può proporre alla società e alla stessa politica.

Ci sarà un Sinodo della Chiesa italiana?
Non è necessario, rischieremmo di fissarci sull’evento-Sinodo, che paradossalmente può diventare una distrazione. Mi auguro invece che nasca, piuttosto che un Sinodo, uno stile sinodale della Chiesa italiana.

Francesco Ognibene

© Avvenire, 13 novembre 2015

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