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Giubileo dei carcerati. Il Papa:«Dio è sempre pronto a perdonare»

“Dove c’è una persona che ha sbagliato, là si fa ancora più presente la misericordia del Padre”. Così il Papa per la Messa in occasione del Giubileo dei carcerati

“Dove c’è una persona che ha sbagliato, là si fa ancora più presente la misericordia del Padre”. Così il Papa questa mattina nella Basilica di San Pietro per la Messa in occasione del Giubileo dei carcerati. Presenti oltre 4 mila persone provenienti da 12 Paesi del mondo. Mille i detenuti che hanno partecipato alla celebrazione. Francesco ha ribadito più volte la forza della speranza che “guarda” al “futuro” ed è donata da Dio.

Il Papa entra in una Basilica commossa, ci sono carcerati, ex-detenuti, famigliari, operatori, cappellani e agenti della polizia penitenziaria. Gli occhi di molti diventano lucidi, c’è chi porta le mani al volto, chi le ha giunte e prega. In tutti risuonano le parole perdono e speranza. E il Santo Padre, nella sua omelia ripercorrendo la liturgia del giorno, parte proprio dalla “speranza che non delude” che poggia in Dio le sue radici. Francesco abbraccia nella gioia del Giubileo tutta l’assemblea:
“Cari detenuti, è il giorno del vostro Giubileo! Che oggi, dinanzi al Signore, la vostra speranza sia accesa. Il Giubileo, per sua stessa natura, porta con sé l’annuncio della liberazione”.


“La speranza è dono di Dio” - dice - “dobbiamo chiederla”, è “posta nel più profondo nel cuore di ogni persona”. Sempre, precisa, deve prevalere la certezza “della presenza e della compassione di Dio, nonostante il male che abbiamo compiuto”:
“Non esiste luogo del nostro cuore che non possa essere raggiunto dall’amore di Dio. Dove c’è una persona che ha sbagliato, là si fa ancora più presente la misericordia del Padre, per suscitare pentimento, perdono, riconciliazione, pace”.
Francesco parla del “mancato rispetto della legge” che “ha meritato la condanna”, “della privazione della libertà” che è - rimarca - “la forma più pesante della pena”, “perché tocca la persona nel suo nucleo più intimo”, ma subito aggiunge:
“La speranza non può venire meno. Una cosa, infatti, è ciò che meritiamo per il male compiuto; altra cosa, invece, è il respiro della speranza, che non può essere soffocato da niente e da nessuno”.

E’ Dio che “spera”, la “sua misericordia non lo lascia tranquillo”. “Non esiste - afferma - tregua né riposo per Dio fino a quando non ha ritrovato la pecora che si era perduta”:
“Se dunque Dio spera, allora la speranza non può essere tolta a nessuno, perché è la forza per andare avanti; è la tensione verso il futuro per trasformare la vita; è una spinta verso il domani, perché l’amore con cui, nonostante tutto, siamo amati, possa diventare nuovo cammino…”


Insomma, “la speranza”, per il Papa, “è la prova interiore della forza della misericordia di Dio, che chiede di guardare avanti e di vincere, con la fede”, “l’attrattiva verso il male e il peccato”. “La Chiesa - incalza - non può rinunciare a suscitare in ognuno” “il desiderio della vera libertà”. Poi parla dell’ipocrisia di chi punta il dito verso l’altro:

“Ogni volta che entro in un carcere mi domando: 'Perché loro e non io?'. Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. In una o in un’altra maniera abbiamo sbagliato. E quell'ipocrisia fa che non si pensa alla possibilità di cambiare vita, c’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società”. Il questo modo, continua, “si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto”: “Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà. E puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni”.

“Nessuno davanti a Dio può considerarsi giusto”, sostiene, “ma nessuno può vivere senza la certezza di trovare il perdono!”. Inviata a non rinchiudersi nel passato e a non cadere nella tentazione “di pensare di non poter essere perdonati”, perché “Dio è più grande del nostro cuore”, dobbiamo “solo affidarci alla sua misericordia”:
“La storia che inizia oggi, e che guarda al futuro, è ancora tutta da scrivere, con la grazia di Dio e con la vostra personale responsabilità. Imparando dagli sbagli del passato, si può aprire un nuovo capitolo della vita”.


“Quante volte - aggiunge - la forza della fede ha permesso di pronunciare la parola perdono in condizioni umanamente impossibili! Fa riferimento a persone “che hanno patito violenze e soprusi” … “Solo la forza di Dio la misericordia”, dice, può guarire certe ferite: “Dove alla violenza si risponde con il perdono, là anche il cuore di chi ha sbagliato può essere vinto dall’amore che sconfigge ogni forma di male. E così, tra le vittime e tra i colpevoli, Dio suscita autentici testimoni e operatori di misericordia".

© Avvenire, lunedì 7 novembre 2016

 

Angelus. Francesco: chiedo atto di clemenza per i carcerati

Un atto di clemenza verso i detenuti. E’ quanto chiesto da Papa Francesco all’Angelus, dopo la Messa celebrata per il Giubileo dei carcerati

Un atto di clemenza verso i detenuti. E’ quanto chiesto da Papa Francesco all’Angelus, dopo la Messa celebrata per il Giubileo dei carcerati. Il Pontefice ha ribadito che la giustizia penale non può avere solo dimensione punitiva, ma deve aprirsi alla speranza. Dal Papa, quindi, l’incoraggiamento affinché abbia successo la Conferenza sul clima che inizia domani a Marrakech.

Migliorare le condizioni di vita nelle carceri, rispettare “pienamente la dignità umana dei detenuti”. E’ l’appello che Papa Francesco ha levato all’Angelus nella domenica dedicata al Giubileo dei carcerati.

Il Papa ha desiderato “ribadire l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società”.
“In modo speciale, sottopongo alla considerazione delle competenti Autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento”.

Dopo le parole sui carcerati il Papa ha ricordato che in questi giorni è entrato in vigore l’Accordo di Parigi sul clima ed ha ribadito che bisogna porre “l’economia al servizio delle persone e per costruire la pace e la giustizia”. Quindi, ha espresso il suo sostegno alla nuova conferenza sul Clima, al via a Marrakech in Marocco, finalizzata proprio “all’attuazione di tale Accordo”:
“Auspico che tutto questo processo sia guidato dalla coscienza della nostra responsabilità per la cura della casa comune”.

Il Papa non ha poi mancato di ricordare i 38 nuovi Beati martiri del regime ateo comunista che ha dominato in Albania:
“Essi preferirono subire il carcere, le torture e infine la morte, pur di rimanere fedeli a Cristo e alla Chiesa. Il loro esempio ci aiuti a trovare nel Signore la forza che sostiene nei momenti di difficoltà e che ispira atteggiamenti di bontà, di perdono e di pace”.

Commentando il Vangelo odierno, il Papa si era invece soffermato sulla “verità della risurrezione”. In questo mondo, ha detto, “viviamo realtà provvisorie che finiscono”, mentre dopo la risurrezione vivremo tutto, anche il matrimonio, “in maniera trasfigurata”, tutto “risplenderà trasformato in piena luce nella comunione gloriosa dei Santi in Paradiso”: “La risurrezione è il fondamento della fede cristiana! Se non ci fosse il riferimento al Paradiso e alla vita eterna, il cristianesimo si ridurrebbe a un’etica, a una filosofia di vita. Invece il messaggio della fede cristiana viene dal cielo, è rivelato da Dio e va oltre questo mondo. Credere alla risurrezione è essenziale, affinché ogni nostro atto di amore cristiano non sia effimero e fine a sé stesso, ma diventi un seme destinato a sbocciare nel giardino di Dio, e produrre frutti di vita eterna”.

© Avvenire, lunedì 7 novembre 2016

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