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Guardare e toccare il povero La lezione spiazzante di Francesco

L'elemosina non basta, bisogna anche accogliere

«Ma, lei dà l’elemosina?». «Sì, padre!». «Ah, bene, bene. E, mi dica, quando lei dà l’elemosina, guarda negli occhi quello o quella a cui dà l’elemosina?». «Ah, non so, non me ne sono accorto». «E quando lei dà l’elemosina, tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?». Queste parole pronunciate da papa Francesco sembrano averci appena sfiorato e sono state accolte con un tenero sorriso di condivisione. Eppure, sono rimaste scolpite nella nostra coscienza e lì rimbombano con persistenza, come quando ci logora il tormento di qualcosa che dobbiamo assolutamente fare, ma che dimentichiamo sempre, perché di fatto non riusciamo a fare. Mai, mi sembra di poter dire, è stato dato un senso così profondo del nostro difficile rapporto con la povertà come istituzioni e con i poveri come persone credenti e no.

«Tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina?»: non si poteva dire in modo più semplice e più immediato. Non ci ricordiamo se guardiamo negli occhi il povero cui diamo l’elemosina, certamente non ci è mai passato per la mente la possibilità di toccarlo. Dico la possibilità poiché escludere tale possibilità significa di fatto marcare una barriera tra noi e i poveri; quasi rifuggire da un rischio di contaminazione. E fondamentale per noi, anche se forse inconsciamente, restare diversi, dalla nostra parte, non confonderci e non essere confusi, non perdere la nostra identità, non mescolarci, non apparire insieme o peggio ancora dalla loro parte. E noi, pensiamoci bene, di fatto la escludiamo questa possibilità di toccare i poveri. Noi come istituzioni e noi come persone. L’approccio delle istituzioni nei riguardi della povertà rimane tuttora, malgrado la crescita dei diritti umani e della dignità delle persone, un approccio assai tradizionale al limite dell’assistenza e della criticità. I poveri rimangono un fardello per la società, ai quali al massimo, se le condizioni lo permettono (oggi si direbbe la crisi ed è tutto dire), regaliamo un po’ di assistenza superflua.

Ma i poveri restano per le istituzioni sostanzialmente un peso fatale, un tributo alla crescita, quando c’è; un pianeta passivo ed inutile ai limiti della colpevolezza; i poveri sono ben distinti e distanti da noi ed a loro al massimo si getta qualcosa per dovere civico, quando sono troppo manifesti; o per lo più si preferisce ignorarli, non averne coscienza, non vederli. I poveri sono gli invisibili, come potremmo mai toccarli ? O peggio ancora associarli in un qualsiasi progetto di cambiamento della nostra società? Ma anche noi come persone rifuggiamo dal contatto con i poveri anche solamente verbale. Li vediamo in faccia? Non so, è sempre un rischio, potremmo trasmettere emozioni, comprensione, solidarietà. E poi sono troppi, sempre di più e ci disturbano, ci strattonano proprio mentre squilla il telefono o stiamo facendo qualcosa di molto importante.

Non arriviamo nemmeno a concepire la possibilità di sfiorarli, anzi li scansiamo decisamente e dentro di noi forse rimuoviamo ogni riflessione, ogni considerazione, ogni pensiero sulla loro esistenza, sul loro vissuto, sulla loro capacità di resistere, sui problemi di sopravvivenza che devono affrontare giornalmente. Ma soprattutto ci guardiamo bene dal toccarli ! La barriera che ci divide da loro è insuperabile e non va assolutamente intaccata, questa barriera è una prova concreta e tangibile della loro diversità, della loro non appartenenza alla nostra società. E già, non fanno parte della nostra società che, e non è un caso, non è e non sarà mai una comunità fin quando non ci confonderemo tutti insieme e non avremo obiettivi e valori comuni, contando sulle risorse di ognuno di noi, primi tra tutti i più poveri.

Claudio Calvaruso

© Avvenire, 6 giugno 2013

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