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Il «cardinale dei poveri» che denunciò la speculazione in Argentina

Dalla finestra del suo piccolo appartamento di Buenos Aires, proprio accanto al palazzo della Curia, l’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio vide con i propri occhi le scene di violenza che si stavano consumando lì sotto

Era il dicembre 2002 e la rabbia del popolo argentino ormai ridotto sul lastrico da un crac economico senza precedenti si era trasformata in rivolta sanguinosa. Bergoglio prese il telefono e chiamò l’allora presidente De La Rua chiedendogli di fermare le cariche della polizia. Ma quello che più lo straziava non era l’urlo della piazza politicizzata quanto la disperazione delle madri e dei padri che non sapevano più garantire un futuro ai propri figli.

Il «cardinale dei poveri» – così viene chiamato dalla gente – non si limitò però alle parole, ma attraverso la Caritas diocesana organizzò delle mense popolari, distribuì aiuti e fu presente con i suoi preti tra la gente. Portava la Chiesa ai più derelitti. Bergoglio alzò la voce in difesa del «popolo strangolato dall’economia speculativa», denunciando la corruzione generalizzata «che mina l’unità della nazione e ci toglie prestigio agli occhi del mondo». È questo lo stile del Pastore argentino, mite e pacato, ma inflessibile davanti all’ingiustizia.

E nonostante il suo essere sempre dalla parte dei poveri e degli ultimi, il settantaseienne gesuita non mancò mai di marcare la distanza dalla vecchia teologia della liberazione. A farlo conoscere al mondo fu la sua partecipazione al sinodo dei vescovi del 2001 come relatore. Primo gesuita a salire al soglio petrino, per Jorge Mario Bergoglio la preoccupazione per i poveri è sempre andata di pari passo con quella educativa. «Il dramma della nostra epoca – ha detto una volta – è che l’adolescente vive in un mondo che a sua volta non è mai uscito dall’adolescenza».

Per Papa Francesco I – che questa estate a luglio parteciperà alla Giornata mondiale della gioventù di Rio De Janeiro, primo vero incontro con i ragazzi di tutto il mondo – «i giovani crescono in una società che non chiede loro nulla, non li educa al sacrificio e al lavoro, non sa più cosa sia la bellezza e la verità delle cose... Tocca alla Chiesa riaprire i sentieri della speranza».

© Avvenire, 13 marzo 2013

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