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Il buon signor Dio e la pioggia creativa

I racconti del buonumore 1

Era l’inizio di un bel pomeriggio di sole settembrino quando il Buon Vecchio Caro Signor Dio uscì di casa tenendo sottobraccio l’album di fogli da disegno e la scatola di acquerelli, legati insieme da una robusta cinghia elastica. Con l’altra mano faceva dondolare il seggiolino pieghevole chiuso mentre si avviava oltre il cancello del giardino, sotto un cielo azzurro azzurro che una strisciata di nuvole sottolineava all’orizzonte.

La strada percorreva la vallata quadrettata come una vecchia coperta di pezze di lana cucite a caso una accanto all’altra: rettangoli di campi più scuri con la terra rivoltata per la semina; quadratini di prati ancora verdi dove l’erba aveva ripreso vigore dopo l’estate; zone ocra di stoppie aride che la calura aveva bruciato. Sui bordi spiccavano qua e là allegre chiazze giallo-oro: le prime foglie cadute dagli alberi sulle colline intorno.

Un solitario cocuzzolo si alzava nel mezzo della piana incoronato sulla cima da un cerchio di alti cipressi e quando il Buon Caro Vecchio Signor Dio l’ebbe raggiunto lasciò la strada per salire alla loro ombra. Un sentiero tra l’erba Lo portò su, fino al piccolo spiazzo da cui dominava l’intero panorama: proprio sotto di Lui un piccolo stagno circondato da canne palustri dorate e da scure code di gatto era una lucida macchia quasi viola sotto il sole, con il rosso squillante della vite americana abbarbicata al pinnacolo di roccia che sorgeva prepotente dall’acqua. E il Buon Caro Vecchio Signor Dio guardava tutto con piacere, contento di Sé.
Poggiato a terra il seggiolino aperto, su cui sedette comodamente, sciolse la cinghia e si sistemò sulle ginocchia l’album con il primo foglio bianco; diede un’ultima occhiata attorno e poi cominciò ad abbozzare, con pochi tratti leggeri e sicuri della matita, le linee e gli elementi del paesaggio che aveva davanti. Quando fu soddisfatto prese la scatola degli acquerelli e ne sollevò il coperchio, incantandosi per un momento a osservare i quadratini di colore schierati ordinatamente fianco a fianco in tante sfumature diverse che scivolavano quasi una nell’altra come la lenta cascata di note del pianoforte quando chi suona lascia scorrere piano le dita sulla tastiera.

Da un piccolo contenitore versò con cura poca acqua nelle vaschette accanto ai colori; scelse un pennello da un mazzetto di varie misure, lo inumidì, lo passò più volte sul quadrettino dell’azzurro, fra l’indaco e il blu, e tenendone sospesa sulla carta la punta gonfia d’acqua colorata alzò di nuovo gli occhi dal disegno al cielo per controllare che l’intensità del colore corrispondesse. Distrattamente notò che ora nell’azzurro c’era qualche nuvola in più e che anzi, laggiù dall’orizzonte, ne stava salendo una molto grande ma scosse il capo e si concentrò sull’album, cominciando a trascinare leggermente il pennello sul foglio che via via colorava di quella delicata sfumatura di celeste. Lasciò qua e là delle piccole zone senza colore per le nuvole, che subito dopo con un pennello più piccolo con cui aveva appena sfiorato i quadretti del rosa e del grigio segnò con un’ombra leggera. Sempre velocemente, lavando e ripassando ogni volta i pennelli nell’acqua delle vaschette, continuò a riportare sulla carta i colori del paesaggio: brillanti o morbidi, limpidi o soffusi, caldi o sfumati.
Lavorava concentrato in quanto stava facendo nascere sul foglio: scopriva riflessi, aggiungeva ombre e accennava particolari, lasciando indietro ciò da cui aveva preso l’ispirazione: se ne allontanava riproponendo tutto come un ricordo quasi dimenticato, una lontana memoria piena d’infinita nostalgia. Continuò fin quando non decise che l’opera era compiuta e allora sostò ad ammirarla compiaciuto, apprezzandone tutta la bellezza.

Tornò a volgere lo sguardo al panorama per coglierne le tracce nascoste nella Sua nuova creazione, ma vide che adesso la luce era diversa e si rese conto che nel frattempo le nuvole s’erano addensate, scurite ed estese, tanto che ormai occupavano il cielo nascondendo quasi il sole: si stava preparando un gran temporale. Un attimo dopo, infatti, dall’orizzonte lampeggiò lucente la saetta di un fulmine mentre il tuono rimbombava nella valle e cadde una prima grossa goccia di pioggia che andò proprio a finire sull’album da disegno e rotolò lenta attraverso tutto l’acquerello con una striscia sottile in cui si scioglievano i colori. Subito ne seguirono altre sempre più fitte, a scrosci, mentre tutt’intorno nella campagna i prati, i campi, gli alberi, l’erba, lo stagno, la strada bianca e ogni cosa sembravano scomparire cancellati dall’acquazzone improvviso. E sotto quella cascata d’acqua i colori sulla carta stingevano e colavano e sbiadivano e venivano lavati via, finché restò sul foglio bianco soltanto la prima sottile traccia di matita che la pioggia non riusciva a far scomparire.

Intanto il Buon Caro Vecchio Signor Dio se ne stava seduto sul seggiolino mentre l’acqua diluviava furiosa su di Lui e sull’album e sul Suo disegno e su ogni cosa, e un gran sorriso mostrava quanto si stesse divertendo.
Ma ormai l’acquazzone s’era in gran parte sfogato e già lasciava capire che di lì a poco sarebbe tutto finito: la pioggia diventava meno fitta, i tuoni e i lampi diminuivano e si allontanavano, gli scrosci accennavano a rallentare per ridursi fra breve a un’abbondante pioggerella e poi ancora a un rado gocciolio. Poco dopo, difatti, quella furia era passata e le nuvole erano tornate piccole e inoffensive lasciando di nuovo il cielo al sereno e al sole che aveva deciso di riaffacciarsi: subito ogni cosa brillò lucida e nuova mentre una brezza leggera si preparava ad asciugare la terra.

Una larga pozzanghera indugiava ancora ai piedi del Buon Caro Vecchio Signor Dio che si era chinato a osservarla: le tinte dell’acquerello dilavato dalla pioggia erano tutte lì, tante allegre macchie di ogni colore che indugiavano sulla superficie dell’acqua azzurrata dal riflesso del cielo navigando lente, senza mischiarsi, come portata ognuna da una corrente segreta.

Allora il Buon Caro Vecchio Signor Dio intinse il Suo pennello più grosso in quell’acqua colorata e con un gesto forte e deciso lo alzò di scatto in un grande arco verso il cielo, spruzzandolo di infinite goccioline, così che lassù, sopra il mondo ancora bagnato di pioggia, s’inarcò altissimo, esile e perfetto, il primo arcobaleno. Egli restò a guardare quel gran nastro luminoso che legava l’uno all’altro gli estremi dell’orizzonte e vide che era molto bello. Come faceva spesso si passò compiaciuto la mano sulla fluente barba bianca mentre mormorava fra Sé e Sé: «Voglio proprio farci qualcosa di molto buono con tutto questo, prima o poi!».
Sorridendo raccolse il seggiolino pieghevole, riprese sottobraccio l’album e la scatola degli acquerelli e si avviò fischiettando per la discesa, diretto a casa.

 

Guido Clericetti
 
© Avvenire, 1 agosto 2012

 

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