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Il Papa dialoga in Duomo: non temere le sfide, annunciare gioia del Vangelo

Evangelizzazione, diaconato, le periferie. Papa Francesco ha dialogato a tutto campo nel Duomo di Milano rispondendo alle domande di un sacerdote, di un diacono e di una suora

Il Pontefice ha sottolineato che le sfide non devono mai essere temute dalla Chiesa, ma viste come opportunità per un rinnovato annuncio del Vangelo a tutti. Al termine dell’incontro, il cardinale Angelo Scola ha “donato” al Papa a nome dell’arcidiocesi di Milano - grazie alla Caritas ambrosiana - 50 case per i poveri della città.

Quando gettiamo le reti dell’evangelizzazione, ricordiamo sempre che non siamo noi a prendere i pesci, “è il Signore a prendere i pesci”. Papa Francesco ha esordito con questa immagine evangelica nel dialogo con i religiosi nel Duomo di Milano.

Le sfide aiutano la Chiesa a far sì che la fede non diventi ideologia
Rispondendo a don Gabriele Gioia sulle sfide della società plurale per la Chiesa, ha innanzitutto evidenziato che le sfide sono positive per la Chiesa. “Non dobbiamo temere le sfide”, ha detto, “perché ci fanno crescere”:

“Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose; tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve. Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica”.

Il Papa ha messo in guardia dalle ideologie che, ha osservato, “crescono quando uno crede di avere la fede completa”. Le sfide invece, ha ribadito, “ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato”.

La fede è una, ma le differenze arricchiscono la vita della Chiesa
Ha così rivolto il pensiero alla dimensione della multiculturalità che contraddistingue le nostre società. Non dobbiamo temere le diversità, ha detto il Papa, nella consapevolezza che la Chiesa è una, ma è “un’esperienza multiforme”. Questa, ha detto, è “la ricchezza della Chiesa”:

“La Chiesa è una nelle differenze: è una. E quelle differenze si uniscono in quella unità. Ma chi fa le differenze? Lo Spirito Santo è il Maestro delle differenze! E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo: anche, Lui è il Maestro dell’unità. Quel grande artista, quel grande Maestro dell’unità nelle differenze è lo Spirito Santo. E questo dobbiamo capirlo bene”.

Francesco ha ribadito che “l’uniformità e il pluralismo non sono di buono spirito: non vengono dallo Spirito Santo. La pluralità e l’unità vengono dallo Spirito Santo”. Ed ha così messo l’accento sull’importanza del “discernimento”.

Aiutare i giovani nel discernere il bene nella “cultura dell’abbondanza”
Il Papa non ha poi mancato di riferirsi ai giovani che devono proprio essere aiutati nel discernimento delle cose buone in una “cultura dell’abbondanza”:

“I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro”.

Il diacono sia il custode del servizio nella Chiesa
Francesco ha così risposto a Roberto Crespi, diacono permanente, proprio sulla particolarità del servizio del diaconato. Il Papa ha subito evidenziato che il contributo dei diaconi è molto importante nella vita della Chiesa. Ed ha messo in guardia da due pericoli per il diaconato: il clericalismo e il funzionalismo. Il diacono, ha detto, “è il custode del servizio nella Chiesa”. Servizio, ha affermato, è la parola chiave da cui “viene tutto lo sviluppo del vostro lavoro, della vostra vocazione, del vostro essere nella Chiesa”:

“Una vocazione che come tutte le vocazioni non è solamente individuale, ma vissuta all’interno della famiglia e con la famiglia; all’interno del Popolo di Dio e con il Popolo di Dio. In sintesi: non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non si apra al servizio dei poveri, e non c’è servizio dei poveri che non conduca alla liturgia; non c’è vocazione ecclesiale che non sia familiare. Questo ci aiuta a rivalutare il diaconato come vocazione ecclesiale”.

Siamo lievito, vincere la rassegnazione e avviare processi
Francesco ha, infine, risposto alla madre Paola Paganoni sulle sfide per i cristiani nell’essere “minorità” nella società di oggi. Innanzitutto, il Papa ha sottolineato che l’essere minoranza non deve portarci alla “rassegnazione” e ricordarci che sempre serve il lievito, “piccolo”, per  “far crescere la farina”. Ancora, ha affermato che bisogna avviare processi piuttosto che occupare spazi:

“Oggi, la realtà – per molti fattori che non possiamo ora fermarci ad analizzare – ci chiama ad avviare processi più che occupare spazi, a lottare per l’unità più che attaccarci a conflitti passati, ad ascoltare la realtà, ad aprirci alla ‘massa’, al santo Popolo fedele di Dio, al tutto ecclesiale. Aprirci al tutto ecclesiale”.

Scegliere le periferie, trasformare le fragilità in spazio di benedizione
Il Papa ha parlato della testimonianza delle ultime due Sorelle di Gesù in Afghanistan ed ha ribadito la necessità di andare nelle “periferie esistenziali”, di essere missionari, di andare ai confini ad incontrarsi con il Signore:

“E quella è la strada che dovete andare. Scegliete le periferie, risvegliate processi, accendete la speranza spenta e fiaccata da una società che è diventata insensibile al dolore degli altri. Nella nostra fragilità come congregazioni possiamo farci più attenti a tante fragilità che ci circondano e trasformarle in spazio di benedizione”.

Alessandro Gisotti, Radio Vaticana

© www.news.va, sabato 25 marzo 2017

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