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Il Papa: il perdono è la vera giustizia

"Dio non vuole la condanna di nessuno" e non "ci tratta secondo i nostri peccati" ha detto il Pontefice nell'udienza generale del mercoledì invitando i confessori ad avere un cuore di padre. Al termine, una esibizione circense

"Solo la misericordia di Dio porta a compimento la vera giustizia", ed è "un cammino difficile quello che ognuno deve fare per capire questo. Perchè chi ha subito il torto sappia perdonare". Lo ha detto Papa Francesco all'Udienza generale di oggi alla quale partecipano circa 15 mila persone. "Dio ha un cuore di Padre che non ci tratta secondo i nostri peccati e precisamente è un cuore di padre quello che vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale. Il sacerdote forse ci dirà qualcosa per farci capire meglio il male, ma tutti noi vogliamo incontrare un padre che ci perdoni in nome di Dio", ha detto papa Francesco.

"Essere confessori - ha scandito - è una responsabiolità tanto grande". In confessionale arriva infatti "quel figlio che cerca un padre. E tu sta lì al posto del padre che fa giustizia con la sua misericordia". "Dio non vuole la condanna di nessuno" ha ricordato il Pontefice. Parlando a braccio ai fedeli, il Papa ha ipotizzato un'obiezione che qualcuno potrebbe fare alla sua affermazione: "Padre, nemmeno quella di Pilato e Giuda, che se la sono meritata?". "Sì. Voleva salvare Pilato e Giuda. Dio vuole salvare tutti: il problema - ha scandito Bergoglio - è lasciare che Lui entri nel cuore. Un cuore di padre che va al di là del nostro piccolo concetto di giustizia".

In jeep con Papa Francesco. Questo insperato regalo lo hanno ricevuto oggi due bambini, un maschio e una femmina, che in piazza San Pietro sono saliti sulla jeep del Pontefice alla fine del consueto giro tra i fedeli. Il Papa li ha abbracciati e ha dato a ciascuno dei piccoli un bacio sui capelli.

Gli artisti del circo. "Voi fate bellezza e la bellezza sempre ci avvicina a Dio". Con queste parole Papa Francesco ha ringraziato gli artisti dell'American Circus" che al termine dell'Udienza gli hanno offerto un breve frammento del loro spettacolo (in questi giorni a Roma in via di Tor di Quinto). Un'esibizione molto apprezzata da Papa Francesco che poi ha invitato i fedeli ad ammirare il presepe in piazza San Pietro perché oggi verrà smontato.

© www.avvenire, 3 febbraio 2016

 

Il testo dell'Udienza

 

«La Misericordia di Dio porta a compimento la vera giustizia»

 

Misericordia e giustizia Cari fratelli e sorelle, buongiorno, La Sacra Scrittura ci presenta Dio come misericordia infinita, ma anche come giustizia perfetta. Come conciliare le due cose? Come si articola la realtà della misericordia con le esigenze della giustizia? Potrebbe sembrare che siano due realtà che si contraddicono; in realtà non è così, perché è proprio la misericordia di Dio che porta a compimento la vera giustizia. Ma di quale giustizia si tratta?
Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3).
Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto.
Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto.
Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso. Ma solo così la giustizia può trionfare, perché, se il colpevole riconosce il male fatto e smette di farlo, ecco che il male non c’è più, e colui che era ingiusto diventa giusto, perché perdonato e aiutato a ritrovare la via del bene. E qui c’entra proprio il perdono, la misericordia.
È così che Dio agisce nei confronti di noi peccatori. Il Signore continuamente ci offre il suo perdono e ci aiuta ad accoglierlo e a prendere coscienza del nostro male per potercene liberare. Perché Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra salvezza. Dio non vuole la condanna di nessuno! Qualcuno di voi potrà farmi la domanda: “Ma Padre, la condanna di Pilato se la meritava? Dio la voleva?” – No! Dio voleva salvare Pilato e anche Giuda, tutti! Lui il Signore della misericordia vuole salvare tutti!. Il problema è lasciare che Lui entri nel cuore. Tutte le parole dei profeti sono un appello appassionato e pieno di amore che ricerca la nostra conversione. Ecco cosa il Signore dice attraverso il profeta Ezechiele: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio […] o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (18,23; cfr 33,11), quello che piace a Dio!
E questo è il cuore di Dio, un cuore di Padre che ama e vuole che i suoi figli vivano nel bene e nella giustizia, e perciò vivano in pienezza e siano felici. Un cuore di Padre che va al di là del nostro piccolo concetto di giustizia per aprirci agli orizzonti sconfinati della sua misericordia. Un cuore di Padre che non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe, come dice il Salmo (103,9-10). E precisamente è un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale. Forse ci dirà qualcosa per farci capire meglio il male, ma nel confessionale tutti andiamo a trovare un padre che ci aiuti a cambiare vita; un padre che ci dia la forza di andare avanti; un padre che ci perdoni in nome di Dio. E per questo essere confessori è una responsabilità tanto grande, perché quel figlio, quella figlia che viene da te cerca soltanto di trovare un padre. E tu, prete, che sei lì nel confessionale, tu stai lì al posto del Padre che fa giustizia con la sua misericordia.



Saluti:
Cari pellegrini di lingua francese, sono lieto di accogliervi stamane. Saluto particolarmente la Comunità San Martino, i giovani venuti da Francia e Svizzera, come pure i fedeli della Costa d’Avorio. Vi invito a chiedere al Signore di rendervi capaci di accogliere il suo perdono e, a vostra volta, di perdonare ai vostri fratelli e alle vostre sorelle. Che Dio vi benedica!

Saluto cordialmente i pellegrini di lingua inglese presenti a questa Udienza, specialmente quelli provenienti dagli Stati Uniti. Possiate aprire le vostre vite al dono della misericordia del Signore, per condividerlo con tutti coloro che conoscete. Siate figli del Padre Buono, missionari della Sua misercordia. Dio vi benedica tutti!
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca, in particolare ai fratelli, alle suore e ai famigliari dell’Ordine Teutonico che sono venuti a Roma in occasione dell’ottocento-venticinquesimo anniversario di fondazione. Preghiamo che Gesù Cristo ci renda capaci di accogliere il perdono del Padre misericordioso e così di perdonare sinceramente i fratelli. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie.

[Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini di lingua portoghese. Cari amici, dobbiamo lasciare indietro il nostro piccolo concetto di giustizia e aprire il nostro cuore all’esperienza dell’infinita misericordia di Dio, che non si stanca mai di perdonarci, perché possiamo cercare la riconciliazione con tutti coloro che ci circondano, a partire dai nostri familiari. Dio vi benedica!
[Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua araba, in particolare a quelli provenienti dal Medio Oriente! Cari fratelli e sorelle, la giustizia di Dio è il suo perdono! Accogliamo dunque questo perdono divino per poter perdonare a nostra volta i fratelli. Il Signore vi benedica!

Do il cordiale benvenuto ai pellegrini polacchi. Carissimi, la giustizia di Dio è il suo perdono. E noi come figli di questo Padre buono, siamo chiamati ad accogliere il perdono divino e perdonare a nostra volta i fratelli. Preghiamo perché il Signore ce ne renda capaci, così da poterci rivolgere a Lui chiedendo che “rimetta i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, e per poterLo chiamare, in piena verità, “Padre nostro”. Sia lodato Gesù Cristo!

* * * Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana! Sono lieto di accogliere i fedeli della Diocesi di Livorno, con il Vescovo Mons. Simone Giusti; i partecipanti al seminario promosso dalla Pontificia Università della Santa Croce, gli alunni della Scuola Svizzera di Roma e gli artisti dell’American Circus. E vi ringrazio! Vorrei ripetere quello che ho detto una settimana fa, quando è stato fatto uno spettacolo così. Voi fate bellezza e la bellezza ci avvicina sempre a Dio. Vi ringrazio per questo. Ma c’è un’altra cosa che vorrei sottolineare: questo non si improvvisa; dietro questo spettacolo di bellezza, ci sono ore ed ore di allenamento che comportano fatica. L’allenamento è fatica! L’apostolo Paolo ci dice che per arrivare proprio alla fine e per vincere ci si deve allenare, e questo è un esempio per tutti noi, perché la seduzione della vita facile, trovare un fine buono senza sforzo, è una tentazione. Voi con questo che avete fatto oggi, e con l’allenamento che c’è dietro, ci date una testimonianza che la vita senza sforzarsi continuamente è una vita mediocre. Vi ringrazio tanto del vostro esempio.

Saluto i rappresentanti della Federazione Italiana Esercizi Spirituali ed auspico che quest’esperienza di fede possa essere maggiormente vissuta in occasione del Giubileo della misericordia. Saluto i fedeli dell’Arcidiocesi di Trento, accompagnati dall’Arcivescovo Mons. Luigi Bressan e dalle Autorità della Provincia Autonoma: vi rinnovo la mia riconoscenza per l’allestimento del Presepio che tanti pellegrini hanno potuto ammirare nelle scorse settimane in Piazza San Pietro - ed oggi sarà l’ultimo giorno -. A tutti auguro che il passaggio attraverso la Porta Santa, fatto con fede, trasformi i cuori di ciascuno e li apra alla carità operosa verso i fratelli.
Rivolgo un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi ricordiamo San Biagio, martire dell’Armenia. Questo santo vescovo ci ricorda l’impegno di annunciare il Vangelo anche in condizioni difficili. Cari giovani, diventate coraggiosi testimoni della vostra fede; cari ammalati, offrite la vostra croce quotidiana per la conversione dei lontani alla luce di Cristo; e voi, cari sposi novelli, siate annunciatori del suo amore a partire dalla vostra famiglia.

© Avvenire, 3 febbraio 2016

 

La Video-Intervista

«In Messico mi farò contagiare dalla ricchezza della vostra fede»

 

Rinnovamento spirituale, lotta alla corruzione e alla violenza, impegno per il dialogo e la pace. Sono i temi che Papa Francesco ha affrontato in un’intervista all’agenzia informativa messicana Notimex a pochi giorni dal suo viaggio in Messico che si svolgerà dal 12 al 18 febbraio.

L’agenzia di stampa ha raccolto una serie di domande da parte di cittadini messicani (16 donne e 17 uomini da 10 diverse città) Francesco ha potuto vedere e ascoltare i messaggi per realizzare una video-intervista che assomiglia più a un dialogo a distanza tra i messicani e il Pontefice.

Il filo conduttore di tutte le risposte di Francesco è stata la sua devozione filiale per la Vergine di Guadalupe, ma l'esordio è stato sulla pace, realtà su cui occorre lavorare «tutti i giorni». «Bisogna lottare per la pace tutti i giorni, bisogna combattere per la pace, non per la guerra».
Ha ribadito che la pace è un «lavoro di tutti i giorni, che viene impastato con le mani» e nasce dalle cose più semplici: dall’educazione di un bambino fino alla carezza per un anziano. Perché la pace «nasce dalla tenerezza», dalla comprensione e dal dialogo, non dalla divisione.

“Io - ha affermato il Papa - non vengo in Messico come un Re Magio, carico di cose da portare”, vengo piuttosto “come un pellegrino a cercare che il popolo messicano mi dia qualcosa”

«Vengo a farmi contagiare dalla ricchezza della vostra fede»
“Tranquilli - ha scherzato - non vengo a passare con il cestino, però vengo a cercare la ricchezza della fede che voi avete, vengo a farmi contagiare dalla ricchezza di questa fede”. Voi, dice Francesco, “non siete un popolo orfano, perché vi gloriate di avere una Madre e quando un uomo o una donna o un popolo non si dimentica di sua Madre, si riceve una ricchezza che non si riesce a descrivere”. E ricorda il detto che dice che “anche un messicano ateo è guadalupano”. La Madre, conclude, “questa è la grande ricchezza che vengo a cercare in Messico”.

Il Papa non manca poi di parlare del “rinnovamento spirituale” dei messicani che auspica da questa sua visita. “Io - ha affermato - vengo per servirvi, per essere un servitore della vostra fede” perché “è per questo motivo che sono diventato sacerdote, per servire, perché ho sentito questa vocazione a servire la vostra fede, la fede del popolo”.

«La fede non sia imbottigliata in un barattolo di latta»
Questa fede, riprende, deve “uscire fuori e porsi nella vita di tutti i giorni, una fede pubblica”. E la fede, prosegue, “si fa forte soprattutto nei momenti di crisi”. È vero, constata, che “oggi c’è una crisi di fede nel mondo, ma al tempo stesso abbiamo una grande benedizione e un gran desiderio che la fede esca, che la fede si faccia missionaria, che la fede non sia imbottigliata come in un barattolo di latta”. “La nostra fede non è una fede da museo, la Chiesa non è un museo, la nostra fede nasce dal contatto, dal dialogo con Gesù”; è una fede che “deve uscire nelle strade” e “non solo per una processione”, deve arrivare “nei luoghi di lavoro, a scuola, in famiglia”, altrimenti “non serve”.

© Avvenire, 3 febbraio 2016