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Il Papa: «Ogni battezzato è missionario»

Oltre 30mila fedeli in piazza San Pietro per l'udienza generale. Il Papa ha abbracciato e baciato decine di bambini. La catechesi: anche Papa e vescovi sono discepoli.

Oltre 30 mila fedeli sono accorsi stamane in piazza San Pietro per l'udienza generale di papa Francesco. Il pontefice, a bordo della jeep coperta, ha accolto i pellegrini con il consueto giro di saluti sfidando nuovamente il freddo della Capitale.

Il Papa, sorridente, ha baciato e benedetto i tanti bambini, oggi ancora più numerosi rispetto alle precedenti udienze. Migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo hanno gridato e cantato il nome di 'Francescò. Ma è dall'Italia che la Prefettura della Casa Pontificia ha registrato il maggior numero di fedeli in particolare quelli del Pellegrinaggio della Diocesi di Civitavecchia-Tarquinia accompagnati dal vescovo Luigi Marrucci giunti in piazza in 6 mila.

Nel lungo giro compiuto in jeep tra i fedeli, Papa Francesco ha baciato tanti bambini che gli uomini della sicurezza prendevano in braccio per avvicinarglieli. E mentre una bimba di 2 o 3 anni veniva restituita ai genitori, il Pontefice ha voluto fare una piccola raccomandazione alla mamma: "Questa bambina ha le mani molto fredde, bisognerebbe mettergli i guantini", ha detto accompagnando le parole con un gesto eloquente.

La catechesi
Il Papa ha continuato la sua catechesi sul Battesimo, che mercoledì scorso ha inaugurato un ciclo di riflessioni sui Sacramenti. Papa Francesco ha sottolineato “un frutto molto importante” del Battesimo: “Esso ci fa diventare membri del Corpo di Cristo e del Popolo di Dio. San Tommaso d’Aquino afferma che chi riceve il Battesimo viene incorporato a Cristo quasi come suo stesso membro e viene aggregato alla comunità dei fedeli, cioè al popolo di Dio. Alla scuola del Concilio Vaticano II, noi diciamo oggi che il Battesimo ci fa entrare nel Popolo di Dio, ci fa diventare membri di un Popolo in cammino, un popolo peregrinante nella storia”. “In effetti – ha proseguito - come di generazione in generazione si trasmette la vita, così anche di generazione in generazione, attraverso la rinascita dal fonte battesimale, si trasmette la grazia, e con questa grazia il Popolo cristiano cammina nel tempo, come un fiume che irriga la terra e diffonde nel mondo la benedizione di Dio”.

E a braccio ha aggiunto: da quando Gesù ha li ha inviati “i discepoli sono andati a battezzare e da quel tempo ad oggi c’è una catena nella trasmissione della fede per il Battesimo, e ognuno di noi è l’anello di quella catena; un passo avanti sempre, come un fiume che irriga. E così è la grazia di Dio, e così è la nostra fede, che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, trasmettere ai bambini, perché loro, una volta adulti, possano trasmettere la fede ai loro figli. Così è il Battesimo. Perché? Perché il Battesimo ci fa entrare in questo popolo di Dio, che trasmette la fede. Questo è molto importante! Un popolo di Dio che cammina e trasmette la fede”.

“In virtù del Battesimo – ha osservato - noi diventiamo discepoli missionari, chiamati a portare il Vangelo nel mondo. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione… La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di tutti, di tutto il popolo di Dio; un nuovo protagonismo dei battezzati, di ciascuno dei battezzati. Il popolo di Dio è un popolo discepolo, perché riceve la fede, e missionario, perché trasmette la fede. Questo lo fa il Battesimo in noi: ci fa ricevere la grazia. E la fede è trasmettere la fede. Tutti nella Chiesa siamo discepoli, e lo siamo sempre, per tutta la vita; e tutti siamo missionari, ciascuno nel posto che il Signore gli ha assegnato”.

E a braccio ha proseguito: “Tutti: il più piccolo è anche missionario e quello che sembra più grande è discepolo. Ma alcuni di voi diranno: ‘Padre, i vescovi non sono discepoli, i vescovi sanno tutto; il Papa sa tutto, non è discepolo’ … Anche i vescovi e il Papa devono essere discepoli, perché se non sono discepoli non fanno il bene, non possono essere missionari, non possono trasmettere la fede. Capito? Avete capito questo? E’ importante! Tutti noi: discepoli e missionari!”.

“Esiste un legame indissolubile – ha sottolineato poi - tra la dimensione mistica e quella missionaria della vocazione cristiana, entrambe radicate nel Battesimo. «Ricevendo la fede e il battesimo, noi cristiani accogliamo l’azione dello Spirito Santo che conduce a confessare Gesù Cristo come Figlio di Dio e a chiamare Dio “Abbà”, Padre. Tutti i battezzati e le battezzate … siamo chiamati a vivere e trasmettere la comunione con la Trinità, poiché l’evangelizzazione è un appello alla partecipazione della comunione trinitaria».

Quindi ha detto: “Nessuno si salva da solo. Questo è importante. Nessuno si salva da solo. Siamo comunità di credenti, siamo popolo di Dio e in questa comunità sperimentiamo la bellezza di condividere l’esperienza di un amore che ci precede tutti, ma che nello stesso tempo ci chiede di essere “canali” della grazia gli uni per gli altri, malgrado i nostri limiti e i nostri peccati. La dimensione comunitaria non è solo una “cornice”, un “contorno”, ma è parte integrante della vita cristiana, della testimonianza e dell’evangelizzazione. La fede cristiana nasce e vive nella Chiesa, e nel Battesimo le famiglie e le parrocchie celebrano l’incorporazione di un nuovo membro a Cristo e al suo corpo che è la Chiesa, al popolo di Dio".

E “a proposito dell’importanza del Battesimo per il Popolo di Dio – ha affermato - è esemplare la storia della comunità cristiana in Giappone. Ma sentite bene questo. Quella comunità subì una dura persecuzione agli inizi del secolo XVII. Vi furono numerosi martiri, i membri del clero furono espulsi e migliaia di fedeli furono uccisi. Non è rimasto in Giappone nessun prete: tutti sono stati espulsi. Allora la comunità si ritirò nella clandestinità, conservando la fede e la preghiera nel nascondimento. E quando nasceva un bambino, il papà o la mamma lo battezzavano, perché tutti noi possiamo battezzare. Quando, dopo circa due secoli e mezzo - 250 anni dopo - i missionari ritornarono in Giappone, migliaia di cristiani uscirono allo scoperto e la Chiesa poté rifiorire. Erano sopravvissuti con la grazia del loro Battesimo! Ma questo è grande! Il popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti. E avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il Battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del popolo di Dio, membra della Chiesa. Possiamo tanto imparare – ha concluso - da questa storia! Grazie!”.

Infine, salutando i pellegrini di lingua araba, provenienti dalla Giordania e dalla Terra Santa, il Papa così li ha esortati: “imparate dalla Chiesa giapponese che a causa delle persecuzioni del diciassettesimo secolo si ritirò nel nascondimento per circa due secoli e mezzo, tramandando da una generazione all’altra la fiamma della fede sempre accesa. Le difficoltà e le persecuzioni, quando vengono vissute con affidamento, fiducia e speranza, purificano la fede e la fortificano. Siate veri testimoni di Cristo e del Suo Vangelo, autentici figli della Chiesa, pronti sempre a rendere ragione della vostra speranza, con amore e rispetto. Il Signore custodisca la vostra vita e vi benedica!”.

© Avvenire, 15 gennaio 2014

 

Il testo dell'Udienza

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Mercoledì scorso abbiamo iniziato un breve ciclo di catechesi sui Sacramenti, incominciando dal Battesimo.

E sul Battesimo vorrei soffermarmi anche oggi, per sottolineare un frutto molto importante di questo Sacramento: esso ci fa diventare membri del Corpo di Cristo e del Popolo di Dio. San Tommaso d’Aquino afferma che chi riceve il Battesimo viene incorporato a Cristo quasi come suo stesso membro e viene aggregato alla comunità dei fedeli (cfr Summa Theologiae, III, q. 69, art. 5; q. 70, art. 1), cioè al Popolo di Dio. Alla scuola del Concilio Vaticano II, noi diciamo oggi che il Battesimo ci fa entrare nel Popolo di Dio, ci fa diventare membri di un Popolo in cammino, un Popolo peregrinante nella storia.

In effetti, come di generazione in generazione si trasmette la vita, così anche di generazione in generazione, attraverso la rinascita dal fonte battesimale, si trasmette la grazia, e con questa grazia il Popolo cristiano cammina nel tempo, come un fiume che irriga la terra e diffonde nel mondo la benedizione di Dio. Dal momento che Gesù disse quanto abbiamo sentito dal Vangelo, i discepoli sono andati a battezzare; e da quel tempo a oggi c'è una catena nella trasmissione della fede mediante il Battesimo. E ognuno di noi è un anello di quella catena: un passo avanti, sempre; come un fiume che irriga. Così è la grazia di Dio e così è la nostra fede, che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, trasmettere ai bambini, perché essi, una volta adulti, possano trasmetterla ai loro figli. Così è il battesimo. Perché? Perché il battesimo ci fa entrare in questo Popolo di Dio che trasmette la fede. Questo è molto importante. Un Popolo di Dio che cammina e trasmette la fede.

In virtù del Battesimo noi diventiamo discepoli missionari, chiamati a portare il Vangelo nel mondo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 120). «Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione… La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo» (ibid.) di tutti, di tutto il popolo di Dio, un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Il Popolo di Dio è un Popolo discepolo – perché riceve la fede – e missionario – perché trasmette la fede. E questo lo fa il Battesimo in noi. Ci dona la Grazia di trasmettere la fede. Tutti nella Chiesa siamo discepoli, e lo siamo sempre, per tutta la vita; e tutti siamo missionari, ciascuno nel posto che il Signore gli ha assegnato. Tutti: il più piccolo è anche missionario; e quello che sembra più grande è discepolo. Ma qualcuno di voi dirà: “I Vescovi non sono discepoli, i Vescovi sanno tutto; il Papa sa tutto non è discepolo”. No, anche i Vescovi e il Papa devono essere discepoli, perché se non sono discepoli non fanno il bene, non possono essere missionari, non possono trasmettere la fede. Tutti noi siamo discepoli e missionari.

Esiste un legame indissolubile tra la dimensione mistica e quella missionaria della vocazione cristiana, entrambe radicate nel Battesimo. «Ricevendo la fede e il battesimo, noi cristiani accogliamo l’azione dello Spirito Santo che conduce a confessare Gesù Cristo come Figlio di Dio e a chiamare Dio “Abbà”, Padre. Tutti i battezzati e le battezzate … siamo chiamati a vivere e trasmettere la comunione con la Trinità, poiché l’evangelizzazione è un appello alla partecipazione della comunione trinitaria» (Documento finale di Aparecida, n. 157).

Nessuno si salva da solo. Siamo comunità di credenti, siamo Popolo di Dio e in questa comunità sperimentiamo la bellezza di condividere l’esperienza di un amore che ci precede tutti, ma che nello stesso tempo ci chiede di essere “canali” della grazia gli uni per gli altri, malgrado i nostri limiti e i nostri peccati. La dimensione comunitaria non è solo una “cornice”, un “contorno”, ma è parte integrante della vita cristiana, della testimonianza e dell’evangelizzazione. La fede cristiana nasce e vive nella Chiesa, e nel Battesimo le famiglie e le parrocchie celebrano l’incorporazione di un nuovo membro a Cristo e al suo corpo che è la Chiesa (cfr ibid., n. 175b).

A proposito dell’importanza del Battesimo per il Popolo di Dio, è esemplare la storia della comunità cristiana in Giappone. Essa subì una dura persecuzione agli inizi del secolo XVII. Vi furono numerosi martiri, i membri del clero furono espulsi e migliaia di fedeli furono uccisi. Non è rimasto in Giappone nessun prete, tutti sono stati espulsi. Allora la comunità si ritirò nella clandestinità, conservando la fede e la preghiera nel nascondimento. E quando nasceva un bambino, il papà o la mamma lo battezzavano, perché tutti i fedeli possono battezzare in particolari circostanze. Quando, dopo circa due secoli e mezzo, 250 anni dopo, i missionari ritornarono in Giappone, migliaia di cristiani uscirono allo scoperto e la Chiesa poté rifiorire. Erano sopravvissuti con la grazia del loro Battesimo! Questo è grande: il Popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti.

E avevano mantenuto, pur nel segreto, un forte spirito comunitario, perché il Battesimo li aveva fatti diventare un solo corpo in Cristo: erano isolati e nascosti, ma erano sempre membra del Popolo di Dio, membra della Chiesa. Possiamo tanto imparare da questa storia!

Papa Francesco
© Avvenire, 15 gennaio 2014
La Chiesa giapponese, grande testimone

 

 

 

 

La storia dei cattolici giapponesi è, come ha detto nell'udienza del mercoledì papa Francesco, esemplare. Esemplare perché ci testimonia fino a che punto un piccolo resto di popolo possa rimanere fedele a Cristo nonostante tutto. Nonostante le persecuzioni. In particolare, lo ha ricordato Francesco spiegando l'importanza del sacramento del Battesimo, la Chiesa giapponese è riuscita a sopravvivere per due secoli e mezzo senza sacerdoti. Se è potuto accadere è stato per merito del Battesimo. Questo può essere impartito da chiunque sia a sua volta stato battezzato. Non occorre un prete. Così i cattolici giapponesi, vivendo di nascosto e pregando con ardore e continuità, hanno sfidato per generazioni la morte. I credenti poi si sposavano pur senza un prete davanti a Dio, in quanto gli sposi sono gli stessi ministri del sacramento.

E quando nel 1853, in seguito a un conflitto commerciale con gli Stati Uniti, l'imperatore fu costretto a riaprire le frontiere, e i missionari poterono rientrare nel Paese del Sol Levante, questi ebbero la sorpresa di vedere uscire dalle catacombe migliaia di credenti. Quel "resto di Israele" che era rimasto fedele a Dio fu felice di riavere di nuovo, dopo tanto tempo, con sé i sacerdoti e di potere finalmente celebrare l'Eucarestia, rimasta per loro solo un desiderio. Come dice Francesco «Erano sopravvissuti con la grazia del loro Battesimo! Questo è grande: il popolo di Dio trasmette la fede, battezza i suoi figli e va avanti».

Questo popolo cristiano, prima di rimanere solo e isolato, si era forgiato nel sangue delle persecuzioni. La storia della Chiesa giapponese infatti è segnata dal martirio. La prima comunità dell'arcipelago nipponico fu fondata a Kagoshima dal gesuita san Francesco Saverio nel 1549, oggi patrono delle missioni. Le conversioni non mancarono e per alcuni decenni le cose andarono bene, senza contrasti. Anzi si fecero cristiani anche molti nobili e signori.

Nel 1587 scoppiò la prima tempesta. I cattolici erano oltre duecentomila, con 43 sacerdoti e qualche decina di chierici. Nel luglio venne proclamato un editto contro di loro, che minacciava anche dure punizioni se avessero continuato a professare la loro fede. Diverse le motivazioni. Si va dalla paura diffusa tra i ceti dominanti di un'eccessiva influenza straniera nel Paese, all'opposizione che alcune vergini cristiane entrassero nella cerchia delle concubine dell'imperatore. L'editto però non venne applicato, ma restò come testo promulgato e facilitò poi la ripresa della campagna anticattolica, fornendo una base legale. Un po' come era successo nell'Impero romano in cui il cristianesimo era stato ritenuto "superstitio illicita": la persecuzione sistematica non scattò subito, ma il Senato Consulto, come studiato dalla storica Marta Sordi, servì come base giuridica per i futuri persecutori.

Così nel 1597 i nemici della Chiesa tornarono all'attacco con un nuovo decreto di persecuzione. Questa volta a causarlo fu la paura di una possibile invasione straniera da parte del dissoluto e violento imperatore Taikosama Hideyoshi. La sua fobia venne anche alimentata dai racconti di un capitano spagnolo che sosteneva che l'espansionismo dei re di Spagna era sostenuto dai missionari. Così tre gesuiti, 6 francescani e 17 terziari francescani, furono catturati, torturati, mutilati e trasportati per le vie della città di Miyako. Diversi di loro erano giapponesi. Uno spettacolo straziante che le vittime sopportarono, come raccontarono i testimoni, con serenità e pregando. Furono poi, sempre su delle carrette, trasportati fino a Nagasaki. Il viaggio durò 26 giorni.

Qui li attendeva il martirio della croce. Il comandante di Nagasaki tentò di convincere due giovanissimi anche loro sui carri dei condannati. Invano. Nessuno rinnegò la fede in Cristo. Fu loro concesso di confessarsi, ma non di comunicarsi. Infatti ai sacerdoti che si erano presentati, nonostante la persecuzione, per assisterli fu vietato di celebrare Messa. Furono messi in croce. Ventisei croci vennero innalzate. Il giovanissimo Antonio per conto suo intonò il salmo "Lodate fanciulli il Signore". Lo seguirono altri due compagni. Tutti prima di essere crocifissi si erano inginocchiati e avevano baciato il legno che li avrebbe uccisi. Furono canonizzati da Pio IX li canonizzo nel 1862.

Ma le persecuzioni non terminarono qui. Dopo la morte dell'imperatore seguì un periodo di relativa calma. Il potere era impegnato nella lotta per la successione. Finché non si arrivò al 1614, quando il monaco zen Konchiin Suden redasse un decreto di espulsione di tutti i missionari dal Giappone. Tra le accuse ai cattolici anche quelle di avere diffamato lo scintoismo, calunniato la vera legge e corrotto la bontà. I cristiani si inabissarono nella clandestinità. Camuffarono simboli e canti sotto spoglie stilistiche buddiste. Intanto tutte le chiese vennero distrutte e i monaci buddisti furono incaricati che non ci fossero più cattolici. Tutti dovevano seguire un corso religioso e ricevere l'attestato di ortodossia religiosa, accettabilità sociale e fedeltà al governo. Nel caso venissero scoperti era loro destino finire giustiziati, a meno che non abiurassero. La pena di morte veniva eseguita a Nagasaki, sul monte Unzen. Eppure la Chiesa giapponese sopravvisse. La sua fede non venne meno. E, come ha ricordato Francesco, ai bambini si continuò a impartire il Battesimo, rendendoli parte integrante della Chiesa universale.

Giampiero Bernardini

© Avvenire, 15 gennaio 2014
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