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S.E. Giuseppe

Satriano

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«Imparare a declinare il nostro "essere con gli altri" in "essere per gli altri" fa di noi i testimoni dell’amore del Cristo, morto e risorto per l’umanità»

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto per la Celebrazione Eucaristica nella Concattedrale di Bitonto di sabato 13 febbraio 2021

Care sorelle e cari fratelli,

         sono felice di essere tra voi, in questa Concattedrale ricca di storia e segno luminoso di quello stile romanico pugliese che ha impresso una precisa traccia artistica nel nostro territorio. Entrare nel solco millenario della religiosità di un popolo è sempre un momento di grazia e di grande trepidazione.

         Le vostre radici cristiane riportano al lontano 1089, quando sotto la guida del vescovo Arnolfo prende vita la comunità ecclesiale nella sua conformazione di diocesi.

         L’evoluzione dei tempi ci conduce sino ai nostri giorni, quando nel 1986, con S.E. Mons. Mariano Magrassi, si avvia quel progetto conciliare in cui le due diocesi sorelle, di Bari e di Bitonto, vengono chiamate a camminare insieme.

         Colgo oggi l’occasione, quasi in un prolungamento della celebrazione del 25 gennaio scorso, per ricordare una bella storia di Chiesa che si attesta nell’aver generato, in questi anni, momenti di grazia, spazi di condivisione e di carità fraterna, e diversi figli che, nel servizio alla Chiesa sono stati chiamati a esercitare il ministero episcopale.

         In particolare desidero ricordare e salutare, fraternamente, S.E Mons. Cristoforo Palmieri, vescovo emerito di Rrëshen, in Albania; S.E. Mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto; S.E. Mons Vito Angiuli, vescovo nella diocesi di Ugento - S. Maria di Leuca; e S.E. Mons. Francesco Savino, vescovo a Cassano allo Jonio, con cui ho condiviso questi ultimi 5 anni di servizio in Calabria.

         Un percorso fecondo e ricco di grazia quello che la Chiesa di Bari-Bitonto ha saputo realizzare in questi ultimi decenni, proteso verso un’attenzione, a tutto campo, alla persona, esprimendo realtà caritative, di grande portata, che hanno saputo offrire risposte concrete ai disagi emergenti.

         Oggi sono qui, con voi, per rendere grazie di tutto e chiedere l’intercessione della Beata Vergine, dei Santi Medici, e di tutti i Santi patroni, perché nel cammino che siamo chiamati a vivere, continuino a sostenere i nostri passi.

         La liturgia della sesta domenica del tempo ordinario ci offre alcuni elementi significativi per continuare a vivificare il nostro itinerario di fede.

         Il vangelo di Marco ci pone dinanzi l’incontro di Gesù con un lebbroso che, alla sofferenza per la malattia, unisce il dolore e la vergogna per il senso di colpa che lo affligge, poiché la lebbra lo dichiara pubblicamente peccatore e colpito da Dio. Questo è lo sguardo che gli altri hanno su di lui, ma è anche lo sguardo che il lebbroso arriva ad assumere su di sé. Per tale ragione egli chiede a Gesù non di essere guarito ma purificato.

         Colpisce il suo atteggiamento. Infatti, se da un lato la malattia incattivisce, isola, porta a nutrire sfiducia verso gli altri e a ritirarsi dalla vita, perfino a maledirla; dall’altro ritroviamo quest’uomo che mostra volontà di vivere e fiducia in Gesù. Il suo coraggio, la sua volontà di guarire, lo portano a cercare il Maestro, sfidando ogni regola sociale.

         In Gesù, egli trova finalmente un “tu”, qualcuno con cui relazionarsi, che non lo lascia nell’isolamento: “Se vuoi, puoi purificarmi”.

         Gesù reagisce, innanzitutto, attraverso la compassione (Mc 1,41) che, nel verbo greco originale, assume la tonalità della rabbia, della indignazione per la prostrazione a cui è giunto questo lebbroso a causa degli altri.

Gesù si lascia ferire dalla sofferenza del malato e agisce di conseguenza, entrando nella sua situazione. Il Maestro mostra vicinanza e decide di “sporcarsi le mani”: è difficile fare del bene senza “sporcarsi le mani”.

         L’incontro con l’altro, vissuto con tale compromissione corporea, può aiutare il lebbroso ad accogliere sé stesso e a guardarsi con occhi nuovi. La guarigione arriva grazie al ritrovamento di una relazione autentica.

         Le misure di autodifesa della società sono vinte a motivo della compassione, che è rifiuto radicale dell’indifferenza, rifiuto di abbandonare l’altro alla solitudine della sua sofferenza.

         Gesù si coinvolge con determinazione e volontà: “Sì lo voglio, sii purificato”. In tale direzione ci orienta il Messaggio del Santo Padre per la 39a Giornata del Malato, celebrata lo scorso 11 febbraio. Il Papa ci indirizza parole chiare: “davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35)”. Lo stile messo in atto da Gesù è inclusivo.

Egli si rende ospitale verso la sofferenza e la fatica del vivere di quest’uomo.

Inclusione. È questa la parola che ci viene offerta e che siamo chiamati a fare nostra per nutrire quell’essere Chiesa a cui aneliamo. Inclusione a tutti i livelli relazionali. Inclusione nei confronti dell’altro che bussa alla porta dei nostri cuori con i suoi bisogni. Inclusione nei rapporti familiari spesso spaccati dall’inimicizia. Inclusione sociale per attivare percorsi che bandiscano la cultura dello scarto. Inclusione ecclesiale nel nostro essere comunità aperte e accogliente, disponibili a ospitare il cammino e le fatiche degli altri.

         C’è una prossimità che non possiamo relegare solo a momenti sicuri e gratificanti del vivere. C’è uno sguardo di carità che non può essere tradotto in una pietistica elemosina, ma che deve tradursi in servizio, in un autentico coinvolgimento esistenziale.

         Domenica scorsa la suocera di Pietro ci ha offerto un esempio luminoso: l’incontro con Cristo e la sua grazia apre a un servizio generoso verso i fratelli.

         Come afferma Papa Francesco, in una sua omelia tenuta a L’Avana (Cuba), vivere un servizio ricco di attenzione e cura verso i più fragili, diviene impegno a “mettere da parte le proprie esigenze e aspettative, i propri desideri di onnipotenza […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a soffrirla, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone”.

         Anche la fede, rischia di ridursi “a sterili esercizi verbali” – afferma Papa Francesco per la 39a Giornata del Malato – se non vive un reale coinvolgimento “nella storia e nelle necessità dell’altro”. Senza coinvolgersi nelle vicende umane degli altri, la nostra fede verrebbe meno a quella coerenza tra ciò che si professa e la vita reale delle persone. Da qui, uno scivolamento verso l’idolatria di sé stessi, facilitando fughe verso forme d’individualismo devastante che lasciano il mondo fuori dalla porta del proprio cuore.

         Carissimi, imparare a declinare il nostro essere con gli altri in essere per gli altri fa di noi i testimoni dell’amore del Cristo, morto e risorto per l’umanità.

         Il segno del pane che stasera riceverete, già consegnato in Cattedrale a Bari, ci doni l’orizzonte, l’impegno, la responsabilità del nostro camminare e del dare un senso alla vita, nella logica del dono, della condivisione. Viviamo il nostro essere Chiesa sapendo testimoniare una vita donata a Dio e per i fratelli; diveniamo pane spezzato e offerto, capace di restituire speranza alla vita del mondo.

Così sia.

† don Giuseppe, vescovo