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Impegno necessario, possibile a diversi livelli

Pubblichiamo ampi stralci dell’editoriale del presidente emerito della Corte Costituzionale, Riccardo Chieppa, apparso sull’ultimo numero di "iustitia", rivista trimestrale di cultura giuridica dei giuristi cattolici italiani fondata nel 1948 e diretta dall’avvocato Benito Perrone.

L’interrogativo nel titolo («La presenza dei cattolici in politica e oggi?») si riferisce solo alle modalità possibili della presenza in politica dei cattolici, intesa anche come partecipazione. La necessità che vi sia una presenza-partecipazione appare indiscutibile di fronte a una crisi e a un disorientamento sui valori, che dovrebbero, invece, animare una società civile con l’obiettivo di un bene comune nel rispetto della dignità di ogni persona umana componente della collettività.

Il tema è quanto mai di attualità e mi ha richiamato alla memoria – associandolo agli interventi recentissimi in campo cattolico (gerarchia della Chiesa e associazionismo del laicato) – due analogie significative, ambedue in tempi passati di crisi e di difficoltà: la prima è data dall’effervescenza di iniziative (più o meno clandestine) nel periodo buio di pericoli e di crisi (1943-1945), in cui si intravedeva la fine della seconda guerra mondiale con le sofferenze della occupazione tedesca e della prigionia. Almeno allora riemergeva, a poco a poco, tra gli italiani, un forte sentimento di coesione e di volontà di risorgere dalle distruzioni morali e materiali.
Adesso?

Certamente è quanto mai attuale nella comunità italiana, compresa quella di ispirazione cattolica, questa conclamata esigenza di una ripresa di quella coscienza politica che si sta indebolendo e corre il rischio di spegnersi in una tendenza a delegare o a concentrare in pochi e in "altri" le scelte e l’esercizio del potere, senza che l’azione e il loro comportamento concreto si confermino aderenti ai principi fondamentali enunciati solo a parole.

Vi è, più che mai ora, l’importanza di far circolare "lieviti" e anzi per adoperare una espressione di Giuseppe Lazzati di "farsi sale e lievito dell’umanità intera", per una riflessione e per "stimoli" al mondo, compreso quello laico cristiano. Questo occorre ora per non subire sempre in semplice difesa ancorché semplicemente critica, ma per essere attivi e protagonisti di progresso e sviluppo e per proporre – soprattutto con analisi e soluzioni concrete e comuni (largamente condivise) – e attuare l’enorme tesoro dei principi ispirati dalla dottrina sociale cristiana per una società civile migliore e democratica. Deve essere un disegno complessivo in piena sintonia con la parte prima della Costituzione, in particolare con gli articoli 2 e 3, e i principi di solidarietà e di eguaglianza, inseparabili per il rispetto della persona umana.

Quanto sopra per il laicato cattolico non può necessariamente essere limitato ai problemi, pur sommamente necessari, della vita, della famiglia fondata sul matrimonio, della procreazione responsabile, ma riguardare, anche un programma completo a tutela dello svolgimento da parte di ciascuno della propria personalità.
Questo programma non deve tralasciare i problemi del lavoro, della giusta retribuzione, della difesa della salute e dell’ambiente, né tantomeno quelli dell’aiuto alle famiglie sia nella loro formazione (casa), sia dal punto di vista economico e tributario, sia nella educazione dei minori e per una migliore tutela di questi dalle insidie televisive e di internet. Il programma deve comprendere pure la funzione sociale delle libertà di iniziativa economica e delle regole di mercato e concorrenza, che non possono essere riguardate in un’ottica di individualismo estremo ed egoistico o di esclusivo profitto.

La presenza-partecipazione alla politica non può mai risolversi solo con l’essere rappresentanti eletti o nominati negli organi istituzionali o con l’inserirsi attivamente nei partiti o raggruppamenti propriamente politici, ovvero con il contribuire in maniera effettiva alla scelta dei rappresentanti, pretendendo, in ogni caso, sistemi elettorali che siano efficienti sul piano democratico e che, consentendo una maggiore partecipazione attiva del corpo elettorale, restituiscano all’elettore la pienezza di poteri.

Può partecipare alla costruzione di una polis comune anche chi, nell’ambito dello svolgimento della propria attività professionale e di lavoro, pone a disposizione le proprie conoscenze lavorative e anche tecniche, contribuendo nei modi più vari, anche con critiche purché accompagnate da suggerimenti, da incitamenti e da stimoli, per mettere in risalto le esigenze settoriali o generali della collettività e per una migliore chiarezza di fini e possibili soluzioni per il bene comune.

Naturalmente tutto questo può avvenire non solo attraverso una partecipazione o un contributo diretto ai partiti politici, che sono nel pluralismo democratico un indispensabile, ma non esclusivo, strumento per concorrere a determinare la politica nazionale (argomentando da artt. 49 e 3, comma secondo, Cost.). La partecipazione può avvenire anche individualmente nell’ambito di un confronto dialettico culturale, ovvero come contributo all’associazionismo cattolico o ai molteplici istituti di ispirazione cristiana che operano nel campo del privato sociale.

L’importante è che si dibatta su problemi concreti e su soluzioni adeguate, che siano ampiamente condivisibili per il bene comune nel rispetto dei principi fondamentali non rinunciabili, al di sopra di ogni schieramento politico-elettorale e nel contempo con una azione finalizzata a uno sviluppo non solo materiale.
Ho già avuto occasione, non recente, di affermare che non si può fare a meno di un confronto continuo e più ampio, cercando nelle soluzioni concrete di ridurre lo schematismo di schieramenti e agevolando una abitudine al dialogo e a una preparazione e formazione continua culturale in uno spirito di umiltà.

Cultura e Politica, infatti, sono aspetti inseparabili: non vi può essere cultura senza sensibilità politica e non vi può essere politica senza cultura, perché la politica senza cultura comporta mancanza sia di dialogo (con rischi autoritari e di accentramento personalistico), sia di comunicazione, che, invece, presuppongono l’esistenza di pensiero, di linguaggio e di principi fondamentali riconosciuti, almeno in parte come comuni.

Questo comporta anche l’esigenza di un sistema diverso di concepire i rapporti, soprattutto nella sede propriamente politica nazionale o regionale, tra gli schieramenti politici e tra governo ed opposizioni, sempre divisi in un bipolarismo forzato ed artefatto, nonché dominato dai vertici: aspetti che l’attuale difettosa e insana legge elettorale tende ad accentuare in perenne e deliberata contrapposizione, spesso unica giustificazione di taluni dissensi.

Riccardo Chieppa - presidente emerito della Corte Costituzionale
 
© Avvenire, 20 ottobre 2012
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