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Imu, un balzello figlio del caos

Non sono lo Stato o il Comune a fissare le quote, ma ci deve pensare lo stesso contribuente. Il quale è tenuto a sapere tutto su aree calpestabili, oneri collegati, somme detraibili...

Meno male che sono dei tecnici. Fosse stato un governo politico a imporre l'Imu, certamente le cose non sarebbero andate lisce. La gente avrebbe protestato, i giornali avrebbero scritto cose di fuoco. Più o meno, cioè, quel che è successo nei giorni scorsi. Però con una differenza, e non da poco. Di fronte alle necessità di trovare soldi, anche a costo di spremere chi già paga il giusto e più del giusto, un ministro politico avrebbe fatto i suoi calcoli. Ma appunto calcoli da politico, non solo da contabile. Prevedendo la reazione popolare, si sarebbe premurato anzitutto di non combinare pastrocchi. Quindi consultazioni con gli esperti, i quali gli avrebbero presentato un progetto non solo realizzabile ma comprensibile. E privo di stupidità.

Ora poniamo che questo team mettesse su carta un provvedimento come quello di cui oggi si parla. Non sono lo Stato o il Comune a fissare le quote, ma ci deve pensare lo stesso contribuente. Il quale è tenuto a sapere tutto su aree calpestabili, oneri collegati, somme detraibili, quote aggiuntive e carichi familiari, dopo di che estrae di tasca le banconote e va tutto allegro a pagare. Se così avvenisse, è chiaro che anche il più scalcinato fra i ministri politici prenderebbe a pedate questi docenti di tecnica amministrativa e si rivolgerebbe ai propri burocrati, i quali hanno tutti i vizi ma non quello della più sfrenata bizzarria. Invece è successo proprio questo: i ministri tecnici che, appunto su materie tecniche, dovrebbero andare a scuola dai politici. E non è, purtroppo, la prima volta.

Non stiamo qui a ripetere che il governo Monti ha i suoi meriti, a cominciare dal soprassalto di dignità nazionale e dall'inizio, sia pure precario e largamente incompleto, di un risanamento economico. Non insistiamo neppure sugli altri passi da compiere, più sviluppo, meno disoccupazione e maggiori prospettive per i giovani. Non sono problemi che si risolvono per decreto. Detto però tutto questo, continua ad allarmare quella sorta di olimpico distacco, quel senso di magistero che sembra contrassegnare le iniziative ministeriali. Loro sanno e provvedono per il nostro bene, ingrati noi che non lo capiamo. Ora non c'era un motivo al mondo per creare quel putiferio intorno all'articolo 18, questione che poteva essere risolta con garbo e misura. Non c'era bisogno di irritare le plebi con la ben nota sequela di dichiarazioni dall'alto, poco meditate e sempre di tono professorale.

Adesso poi, con la caotica gestione dell'Imu, al disagio per i modi si accompagna un pesante sospetto sui contenuti. E su chi li predispone. Strani tecnici in verità, se nemmeno sanno fare i conti e li delegano ai pagatori. Strana tendenza alla semplificazione e al risparmio, se si obbligano milioni di famiglie a far felici i commercialisti e quindi a sborsare di più. Infine, ciliegia sulla torta, la valanga di denunce private che stanno arrivando in tema di sprechi, quando ai ministri competenti sarebbe bastato leggere le innumerevoli inchieste fatte dai giornali e dalla tv. Fra opere incompiute, progetti sballati, privilegi della Casta, denaro pubblico buttato dalla finestra, c'era già da lavorare per anni. Ma probabilmente siamo noi gli ingenui. Non bastando un  commissario per gli sprechi, metteranno in piedi altre commissioni, metodo tecnicamente perfetto per rinviare tutto a babbo morto.

 
Giorgio Vecchiato

© Famiglia Cristiana, 5 maggio 2012

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