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L’Onu ascolta il grido dei cristiani d’Iraq

Il patriarca Sako davanti al Consiglio di sicurezza: punire chi appoggia le stragi. Per la prima volta a New York l’organo di governo delle Nazioni Unite ha affrontato il dramma delle persecuzioni. Parigi ha promosso il dibattito e vuole arrivare a una risoluzione, ma la strada è ancora lunga. Il pastore caldeo di Baghdad: «Azioni legali decise e misure definitive» contro i terroristi.

Il martirio dei cristiani e delle altre minoranze dell’Iraq e del Medio Oriente è approdato finalmente ieri in Consiglio di sicurezza dell’Onu su iniziativa di Parigi, dopo i vibranti appelli sottoscritti oltralpe da ex premier e intellettuali di fama.

«C’è il rischio che le minoranze scompaiano del tutto. La comunità internazionale non può lasciare che accada», ha affermato nel corso di un “dibattito aperto" a livello ministeriale il capo della diplomazia Laurent Fabius, esponendo in quattro punti un «piano d’azione» interpretato che gli osservatori più ottimisti interpretano come la possibile anticamera di future risoluzioni. Il ministro ha denunciato il «barbaro e sistematico processo di sradicamento etnico e religioso» in corso nel Medio Oriente, davanti anche al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, pronto a sua volta ad affermare che «milioni di vite di persone di minoranze religiose sono in gioco, milioni sono in balia dell’Is». Dunque, la comunità internazionale deve «porre fine all’impunità».

Il primo punto di Parigi riguarda il sostegno umanitario a favore innanzitutto del popolo dei rifugiati. Sul piano militare, invece, la Francia giudica indispensabile che la questione delle minoranze diventi una priorità nella strategia della Coalizione e delle altre forze locali in campo. Occorre approdare a «spazi di vita» protetti dalle violenze e pronti ad accogliere al più presto le popolazioni, perché la questione delle minoranze non può attendere la capitolazione dell’Is. Tutto politico invece il terzo punto, volto a promuovere il ripristino di uno Stato di diritto in Iraq, attraverso l’accelerazione del processo di riconciliazione fra le principali fazioni. In questo caso, la Francia chiede sforzi congiunti della comunità internazionale anche per una transizione in Siria. La quarta priorità contenuta nel piano riguarda il versante giudiziario, dato che Parigi intende avviare un procedimento presso la Corte penale internazionale, per via diretta o sostenendo il fascicolo per genocidio e crimini contro l’umanità già inviato all’Aja dal Coordinamento dei cristiani d’Oriente.

Durante la sessione, l’Italia era rappresentata dall’ambasciatore Sebastiano Cardi, che ha ricordato gli assi italiani d’intervento a favore delle minoranze regionali, «con assistenza sanitaria e sostegno psicologico, ricostruzione delle scuole, supporto per il reinserimento educativo e sociale, e protezione del patrimonio multiculturale in Iraq e nella regione». Al Palazzo di Vetro, sono risuonate ieri pure le denunce di Vian Dakhil, la parlamentare irachena della minoranza yazida all’origine, dall’agosto dell’anno scorso, di tante strazianti rivelazioni sui massacri. «Tremila ragazze sono state vendute nei mercati a 18 dollari l’una dai jihadisti dell’Is», ha martellato la deputata, soffermandosi sul vortice di violazioni sistematiche che hanno travolto anche i bambini.
Punto forte della giornata l’intervento del patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael I Sako, anch’egli giunto a New York per l’occasione: ha lanciato moniti che hanno attraversato la sala come il grido di un’intera civiltà millenaria trafitta al cuore.

Occorrono «azioni legali decise e misure definitive» contro i terroristi, ha detto il patriarca, proponendo «una via pratica e concreta per uscire» dal circolo vizioso che intrappola le minoranze. Estremamente diretto soprattutto il terzo punto: «Approvare una legge che punisca nazioni e singoli individui che sostengono gruppi terroristi a livello finanziario, intellettuale o con le armi; renderli perseguibili e considerare i loro gesti come crimini contro la pace sociale». Evidenziando l’«impatto negativo», sui cristiani e non solo, di una Primavera araba rimasta a metà strada, monsignor Sako ha chiesto per l’Iraq alla comunità internazionale un «pieno sostegno al governo centrale e al governo regionale curdo».

Per Sako fra i pilastri del futuro edificio civile regionale, dovrà pure figurare una «riforma dei programmi educativi» capace d’interrompere la spirale dell’odio, così come un impegno delle gerarchie religiose a «presentare un’adeguata esegesi dei testi religiosi, secondo il principio della “tolleranza zero” nell’estrapolare i testi religiosi dai loro contesti».

Daniele Zappalà

© Avvenire, 28 marzo 2015

 

A rischio estinzione

 

Mai come oggi la presenza crsitiana nel Medio Oriente si è trovata di fronte a una simile minaccia. Fino a pochi anni fa si denunciavano tutt’al più delle discriminazioni subite dai fedeli in alcuni Paesi; ora, invece, è in discussione la loro stessa sopravvivenza. Episodi come
la cacciata dei cristiani dalla Piana di Ninive e il barbaro assassino di 21 copti egiziani in Libia gettano un’ombra cupa sul futuro delle antiche Chiese d’Oriente.

Le previsioni sono particolarmente allarmanti per l’Iraq, teatro di guerre e conflitti da almeno 35 anni. Il Paese ha visto ridursi la propria popolazione cristiana da oltre 600mila a circa 250mila. Le comunità cristiane si sono, infatti, trovate una vittima sacrificale sull’altare di calcoli politici e militari nell’accanita lotta tra sunniti e sciiti, come tra curdi e arabi. Due settimane fa, il patriarca caldeo Sako ha fornito i numeri del disastro: 1.200 cristiani uccisi, tra cui un vescovo e cinque sacerdoti, 100mila fedeli costretti all’esodo e 62 chiese oggetto di attentati. Il tributo di sangue è elevato anche in Siria, dove l’attacco contro le località simbolo del cristianesimo locale hanno accelerato l’esodo dei fedeli.


Così per l’antica Maalula, attaccata da bande estremiste nell’estate 2013 come, più di recente, per la Valle del Khabur, la cui popolazione assira è stata costretta all’esodo dai fanatici dello Stato islamico. Senza parlare dei religiosi uccisi o spariti nel nulla, come padre Paolo Dall’Oglio e due vescovi ortodossi. Un recente rapporto americano sulla libertà religiosa nel Paese parla di «centinaia di migliaia di persone scappate dal Paese nel disperato tentativo di fuggire alle violenze», tanto che «in Siria, come nel resto del Medio Oriente, la presenza di cristiani sta diventando l’ombra di se stessa». «Ci saranno ancora cristiani in Medio Oriente nel terzo millennio?», si chiedeva già nel 1994 Jean-Pierre Valognes nell’introduzione al suo Vie et mort des chrétiens d’Orient.

«Senz’altro – rispondeva l’autore –, ma saranno talmente pochi da non avere quasi peso. Una delle battaglie più lunghe della storia sta per essere persa».

Camille Eid

© Avvenire, 28 marzo 2015

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