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La «motoscarpa»del Don e i chierichetti pellegrini

I racconti del buonumore 12

I pensieri non procedono in linea retta, come i treni intercity, ma saltano da tutte le parti come canguri, e non sai mai dove possono atterrare. Alcuni anni fa, in Galles, alla fine di una presentazione dove avevo spiegato di non essere uno scrittore, ma un narratore, qualcuno che ri-racconta le storie invece di inventarle di sana pianta, una signora del pubblico mi chiese se non avevo paura di finirle un giorno, se non fosse un rischio limitarsi a scrivere di quello che so. La mia risposta, stando a quello che ho capito mentre il traduttore parlava, in inglese suonava più o meno così: «Maybe it’s hard, anyway, we walkin’ on, in motorshoes, to Rivacciola».

Dentro la mia testa, un pensiero aveva fatto un balzo tipo salto mortale, e mi aveva riportato a quando con i miei amici eravamo chierichetti alle prime armi, all’inizio degli anni ottanta. Non conoscevamo ancora a memoria i meccanismi delle varie liturgie, e alcuni di noi, come il sottoscritto, ancora non riuscivano a recitare per bene "L’Atto di Dolore". Io non sapevo il finale, e al termine di una problematica confessione, dove avevo confidato all’Arci di aver ripulito il portamonete di mia nonna dai pezzi da venti lire, per scambiarli e andare a giocare ai primi videogiochi che erano spuntati al Bar Nuovo, terminai il mio Atto di Dolore dicendo «...e di fuggire alle occasioni prossime di peccato, o clemente o pia o Dolce Vergine Maria».

«Eh?» disse l’Arci, spalancando lo sportellino che ci divideva. Mi beccai quattro pater nostri supplementari, giustamente. Del resto, eravamo chierichetti novelli. Le uniche cose che sapevamo erano che il calcino della canonica funzionava con un pezzo da 50 lire, che non valevano gancino e il frullo continuo, e che prima della messa delle nove bisognava gettarsi a peso morto sulle tonache, appese nel piccolo anfratto umido che portava al campanile. Solo tre erano della misura giusta per noi, ed erano più ricercate del Santo Graal. Tutte avevano un nome, scritto nella linguetta sul retro del colletto.

La Spartaco era la migliore. Non vestivano male nemmeno la "00" e la "2" sottolineata. Le altre andavano evitate come la peste bubbonica. La "1" era lunghissima, e chi la indossava se la trascinava dietro per la chiesa, come lo strascico di un abito nuziale. La "Dudu" era corta da far spavento, sembrava quasi una tonaca a mezze maniche, un modello da spiaggia. Queste erano le poche cose che conoscevamo del mondo, quando l’Arci ci radunò dopo una messa e ci disse che la settimana successiva ci sarebbe stata la processione a Rivacciola. Era la fine di maggio del 1981.

A sette anni, il mondo è qualcosa di veramente sconfinato. A quell’età si è ancora come gli antichi romani, arroccati in un piccola fetta del creato e circondati dall’ignoto. Già Faenza risuonava come una metropoli remota; fonti informate ci assicuravano che ci voleva un intero giorno di viaggio in diligenza, come nei film western, per arrivarci. Per noi che dividevamo il nostro tempo tra le mura della parrocchia e il cortile della Misericordia, Rivacciola era avvolta nel mistero come le Colonne d’Ercole. E in più ci saremmo andati camminando.

«C’è la processione a Rivacciola» disse il nostro Arci quel giorno di fine maggio. «Oh Gesù», pensai. Probabile che dopo il ponte di Baffadi avremmo dovuto mettere gli orologi indietro di un ora, perché lì cambiava il fuso orario. «Mi sa che ci serviranno dei portatori indigeni ben armati», mi venne da dire, perché avevo visto troppi film di spedizioni audaci nel cuore dell’Africa Nera. «Ma è lontanissimo» trovò il coraggio di dire qualcuno. A sette anni era vero. Einstein si sarebbe risparmiato un sacco di fatica sui libri, se ci avesse chiesto a noi qualcosa sulla relatività. Nel 1981, le estati duravano secoli e i chilometri si dilatavano per anni luce. Il nostro Arci si passò il pollice e l’indice sull’attaccatura dei capelli. Era un gesto familiare, per me. Come mia mamma che tirava la sfoglia con le labbra strette o mio nonno quando si infilava i pantaloni senza mettersi in piedi, ma restando seduto sul bordo del letto. Quando il nostro Arci metteva in funzione il pollice e l’indice, voleva dire che stava studiando qualcosa di portentoso, audace e che sarebbe quasi certamente finito con un in mezzo disastro. Nei momenti davvero importanti, il Buon Gesù aveva lo Spirito Santo che gli svolazzava intorno come una colomba di fuoco il nostro Arci aveva il Pollice e l’Indice. Li metteva all’opera prima di avanzare una torre in una giocata fenomenale a scacchi, o quando ci conduceva per una scorciatoia sconosciuta che ci avrebbe fatto arrivare prima sulla vetta del Monte la Fine.

«Ecco la curva che non finisce mai!» diceva strofinandosi l’attaccatura dei capelli con il Pollice e l’Indice, quando percorrevamo con il furgoncino Wolkswagen della parrocchia il tratto più spettacolare della Maddalena, diretti a Piancaldoli.

«Rivacciola è lontanissimo» disse qualcuno in quel lontano 1981. E il Nostro Arci, passandosi il Pollice e l’Indice sopra le tempie, mimando un passo da maratoneta olimpico: «Magari è dura, ma in ogni caso andremo a piedi, in motoscarpa, a Rivacciola». Sapeva sempre come esaltarci. Bastava il suo tono di voce, o quel fantastico "motoscarpa", a darci coraggio. La settimana dopo ci presentammo tutti alla linea di partenza per il pellegrinaggio a Rivacciola, pronti a darci il cambio per portare la croce. Non era quella solita della messa, dorata, ma aveva il manico di legno e un crocifisso bianco, squadrato, appoggiato su una M maiuscola. Probabilmente voleva dire "Maria" o "Madonna", ma io per tutto il tragitto mi convinsi che stava lì a indicare "Motoscarpa". Feci molta fatica, quella sera, perché avevo beccato la tonaca numero "1"; le maniche erano lunghe, come quelle delle camicie di forza, e mi scivolavano sulle dita rendendomi difficile la presa. Ma era un onore, faticare per quel pellegrinaggio, e sapere che le nostre "motoscarpe" avrebbero scortato e sorretto il buon vecchio Gesù lungo il cammino misterioso e pieno di insidie che portava a Rivacciola.

Adesso siamo diventati tutti più grandi. Nessuno di noi riuscirebbe più a entrare dentro la tonaca numero "1", tanto per dire. E la "Dudu" al massimo potremmo usarla come sciarpa. Però, ho scoperto solo ora un sacco di cose importanti. E arrivano direttamente da quegli anni, quando eravamo chierichetti al debutto nel fantastico mondo della parrocchia. Per molti anni ho bisticciato con la mia fede, da quando terminai ignominiosamente la mia carriera di chierichetto, espulso in diretta dall’Arci durante l’omelia, per aver scatenato involontariamente una rissa dietro all’altare. Pensavo che il buon Dio avesse gettato l’indirizzo di casa mia, ed evitasse di rispondermi per raccomandata espresso a domande che ritenevo fondamentali. Solo adesso mi sono reso conto che mi aveva già risposto da parecchio tempo. E lo aveva fatto con la voce del nostro Arci. In questo mondo, lui era il suo traduttore. Io non so se il buon Dio si passa il Pollice e l’Indice sulle tempie; non so nemmeno se ha i capelli, a dire il vero. E non credo che l’Arci abbia mai avuto qualcosa di soprannaturale o di divino, perché una volta ci ha insegnato una canzone per prendere in giro i professori, e questo è il genere di cosa che i Santi non fanno mai. Ma di certo, quando mi trovo in una situazione difficile, tipo il primo pellegrinaggio a Rivacciola, quando mi aspettano decisioni importanti disseminate di errori come in un campo minato, quando mi viene voglia di fare dietrofront e nascondermi sotto il letto, lui mi ha insegnato a rispondere a dovere. Suona più o meno così: «Magari è dura, ma in ogni caso andrò a piedi, in motoscarpa, a Rivacciola».


Cristiano Cavina
 
© Avvenire, 14 agosto 2012
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