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La Chiesa che educa servendo la carità

Prolusione di S.E. Mons. Giuseppe Merisi, Vescovo di Lodi, presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e presidente di Caritas Italiana. Fiuggi, 21 novembre 2011

“Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica” (Paolo VI a Caritas Italiana, 28.09.1972).

“La Caritas Italiana è l’organismo pastorale costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana al fine di promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica” (statuto di Caritas Italiana, art. 1).

Alla luce di queste due citazioni, di Papa Paolo VI e dello Statuto di Caritas Italiana, diamo inizio al nostro 35° Convegno Nazionale delle Caritas Diocesane, segnato dal 40° di Caritas Italiana.

Con un cordiale benvenuto a tutti i presenti ...

E con sensi di gratitudine nei confronti di tutti coloro che in questi 40 anni ci hanno incoraggiato e ci hanno consentito di percorrere la via della testimonianza della carità: il Papa Paolo VI e i Sommi Pontefici che sono venuto dopo di lui, sino a Benedetto XVI, che ci riceverà in udienza speciale giovedì mattina 24 novembre. E poi i Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana e i loro Presidenti, con il Cardinale Angelo Bagnasco che celebrerà, con noi e per noi, la santa Messa in San Pietro prima della udienza. E con i Vescovi Presidenti di Caritas Italiana qui rappresentati da S. Ecc. Mons. Francesco Montenegro. E i Direttori di Caritas Italiana di questi 40 anni, che ascolteremo in questi giorni, fino a Monsignor Vittorio Nozza, attuale direttore, che avremo occasione di ringraziare adeguatamente.

Con i Direttori, i preti, i religiosi, i laici, gli operatori e i volontari di Caritas Italiana e delle Caritas Diocesane, ma anche delle Caritas parrocchiali e delle stesse Delegazioni regionali Caritas, collaboratori che nei diversi ambiti di impegno hanno portato e portano sulle loro spalle, robuste e solide, le responsabilità del lavoro quotidiano.

A tutti il nostro ringraziamento.

A tutti il nostro incoraggiamento fraterno e cordiale.

Di fronte alle citazioni che ho ricordato all’inizio, mi chiedo: su che cosa si fonda il nostro impegno? Su che cosa si è fondato l’impegno di questi 40 anni? Su che cosa si fonderà l’impegno degli anni a venire? Si fonda, io credo, noi crediamo, non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, ma è bene risentirlo dal profondo del cuore, sull’amore, sull’amore del Signore. Basterà ricordare quanto disse Gesù al capitolo 22 del Vangelo secondo Matteo rispondendo alla domanda sul più grande comandamento della Legge. Gesù rispose: “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso”. Quell’amore del Signore, quell’amore per il Signore e per i fratelli che emblematicamente, ci viene riproposto nel Vangelo secondo Luca, con la parabola del Buon Samaritano, a tutti nota, che ci aiuta a ... a chinarci sull’uomo bisognoso di tutto, per esercitare quella diaconia della carità, quella diaconia del territorio, che è l’anima del nostro servizio. E che ci obbliga innanzitutto a guardare con occhio buono e misericordioso la condizione umana in cui viviamo e che ci interpella con le sue povertà, con le sue fragilità, con i suoi nodi problematici.

1. NEI NODI DEL TESSUTO SOCIALE E DELLA CULTURA CONTEMPORANEA

Non ci possiamo dimenticare che oggi siamo tutti di fronte ad una situazione seria e grave che nessuno può limitarsi a subire, ma che chiede ad ognuno un impegno positivo e responsabile, per una piena mobilitazione e valorizzazione di tutte le energie, contro ogni tentazione di egoismo individuale e corporativo. Siamo convinti che il futuro passi per decisioni difficili ma lungimiranti, da assumere al più presto, a tutti i livelli di responsabilità, sulla base di un quadro informativo ampio e condiviso. Le Caritas diocesane e parrocchiali, come presenza di una Chiesa che sta nel mondo e che è fedele alla propria vocazione educativa, non possono non cogliere alcuni segnali preoccupanti:

  •  la crescente vulnerabilità delle persone e delle famiglie
  •  la precarietà del mondo giovanile
  •  la criticità del Mezzogiorno
  •  la necessità di guardare in modo nuovo la vita della Società civile e delle sue Istituzioni
  •  le incertezze del contesto europeo e l’immigrazione nell’ottica globale.

1.1. La crescente vulnerabilità delle persone e delle famiglie

In un quadro di povertà complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese, le famiglie continuano a pagare in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte nel mercato del lavoro e una progressiva erosione di risorse. In particolare i dati parlano di famiglie di cinque o più componenti ma anche di famiglie monogenitoriali, quelle residenti nel Mezzogiorno con tre o più figli minori ma anche persone e famiglie prive di risparmi o di capitale sociale, come pure famiglie con redditi da pensione di anziani o che si fanno carico di altre povertà: la perdita improvvisa del lavoro o un qualunque altro imprevisto può far precipitare facilmente nella povertà.

L’impoverimento complessivo è dovuto però non solo alla crisi economica ma a una molteplicità di fattori quali i processi di globalizzazione, la precarizzazione del lavoro, la crisi del welfare state. Una povertà dipendente sì dall’assenza di reddito ma pure dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria, della sicurezza, dell’occupazione, delle possibilità di espressione e di relazionalità sociale e affettiva. Il carattere non solo economico ma antropologico del fenomeno della povertà e delle nuove povertà deve indurci a considerare l’urgenza di efficaci politiche di contrasto insieme all’incidenza della dimensione relazionale, culturale ed etica. In quest’ottica prendersi carico e promuovere la persona nella sua interezza, rendendola soggetto consapevole del proprio riscatto, costituisce il più potente fattore di contrasto della povertà.

1.2. La precarietà del mondo giovanile

Precarietà e assenza di speranza. Anche se in gran parte inseriti, più o meno volontariamente, all’interno della dimensione familiare, la condizione dei giovani merita un’attenzione a parte e specifica. Non solo per gli sviluppi e le preoccupanti forme di protesta in cui spesso trova sbocco esponendosi a manipolazioni e strumentalizzazioni. A livello generale appare connotata da:

  • aumento della disoccupazione e da carenze di prospettive di inserimento professionale;
  • migrazioni forzate, anche all’estero, per trovare opportunità di inserimento lavorativo;
  • difficoltà di aggregazione sociale, specie per gli adolescenti;
  • coinvolgimento progressivo all’interno di contesti aggregativi potenzialmente devianti;
  • aumento delle tossicodipendenze, con particolare riguardo all’uso dell’alcool;
  • diffusione crescente di povertà spirituali e culturali, che si ripercuotono sui modelli di comportamento e sulle effettive capacità di progettare il proprio futuro.

 

1.3. La criticità del Mezzogiorno

Il Mezzogiorno presenta, a sua volta, segni crescenti di vulnerabilità economica e sociale.

Ciò richiede necessariamente un’attenzione particolare da parte della politica, del mondo produttivo e della società, così da contenere i frequenti fenomeni di migrazione e conseguente depauperamento del capitale umano disponibile. Proprio per questo il Paese guarda con attenzione ad un federalismo solidale, come valore positivo per tutti che consenta una condivisione in una prospettiva di vicinanza sempre più efficace ed efficiente dello Stato al territorio. Sussidiarietà e solidarietà stanno se stanno insieme, in un gioco di squadra.

Parlando di Mezzogiorno, alla luce dei cambiamenti in atto spesso purtroppo con pagine cruente, non possiamo non allargare lo sguardo alle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo.

Quella del Mediterraneo è oggi una vera e propria opzione strategica per tutto il Paese, inserito nel cammino europeo e aperto al mondo globalizzato. Molto spesso proprio il Sud è il primo approdo della speranza per migliaia di immigrati (o di profughi o di richiedenti asilo) e costituisce banco per prove di convivenza, con tutte le innegabili difficoltà. Le Caritas diocesane e parrocchiali, ben consapevoli della responsabilità e della specifica competenza delle Istituzioni civili, anche su queste tematiche si sono messe e si mettono volentieri a disposizione per contribuire ad affrontare e risolvere i problemi dell’emergenza, come hanno fatto in tutte le Regioni italiane negli scorsi mesi. E come continuano a fare su tutto il territorio a partire da Lampedusa e dalle regioni meridionali. Nel contempo è indispensabile continuare ogni giorno a lavorare sul territorio perché possa esserci un’effettiva integrazione e, nell’ottica del bene comune, si diffonda una cultura di attenzione e valorizzazione dell’altro così che le nostre comunità possano essere ‘laboratori’ di incontro, di confronto e scambio per un vivere comune che non voglia escludere nessuno, vicino o lontano che sia.

1.4. L’urgenza di guardare in modo nuovo la vita della Società civile e delle sue Istituzioni

Le questioni nodali che nell’ultimo periodo hanno pericolosamente allargato la forbice tra società e istituzione riguardano l’equilibrio tra i poteri, lo sviluppo di un autentico federalismo unitario, responsabile e solidale; la stabilizzazione dell’assetto del sistema politico. Fra tutte urge la necessità di recuperare progettualità nella politica, che comporta rettifica di atteggiamenti e di comportamenti e un rinnovamento in termini di ricchezza di contenuti a partire dal riconoscimento e dalla tutela dei diritti fondamentali che sono espressione di una dignità personale che permane in ogni fase e in ogni condizione della vita umana. In altre parole deve trovare sempre più cittadinanza l’idea di una politica – così come di una economia - a servizio dell’uomo. Con la consapevolezza che «sia il mercato che la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 39). Questo vuol dire perseguire la via istituzionale della ricerca del bene comune, inteso come «esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 7).

1.5. Le incertezze nel contesto europeo e l’immigrazione nell’ottica globale

Il complesso fenomeno della globalizzazione dei mercati ha mutato profondamente la geografia economica del pianeta, accrescendo la competizione sui mercati internazionali e il peso crescente della finanza con gli effetti perversi dell’assolutizzazione del guadagno, ha provocato quella crisi senza precedenti i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Una crisi che rischia di travolgere un’Europa finora aggregata su livelli fiscali e monetari, ma priva di coesione sociale, mettendone a nudo le fragilità e compromettendone gli sforzi della Strategia Europa 2020. In un quadro globale in mutamento, l’Europa - e in essa l’Italia – diventa meta di crescenti flussi di immigrati, dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’Asia. Tutto questo da un lato alimenta chiusure e paure acuite dagli effetti della crisi, mentre dall’altro rende urgenti nuove forme di solidarietà. Oggi però è possibile dire che ci sono le condizioni per avviare uno scambio virtuoso tra opportunità e responsabilità con quanti arrivano in Italia in cerca di lavoro e di diritti. Certo, la presenza di persone che provengono da altre culture e tradizioni - sono 5milioni gli immigrati regolari come evidenzia il Dossier Statistico Caritas-Migrantes, pubblicato il mese scorso - chiede maggior impegno di conoscenza e di apertura e impone la necessità di coniugare in modo corretto i principi più volte richiamati dell’accoglienza, della legalità, del rispetto dei diritti umani e dell’integrazione, con diritti e doveri da parte di tutti.

Davanti a questi nodi e nel vivo di una crisi globale, la Chiesa, e in essa la Caritas, che vive e si incarna nelle comunità locali, moltiplicherà gli sforzi continuando ad offrire il suo contributo a favore di tutti per quell’umanizzazione della società che trova nel Vangelo la sua linfa. Qualche numero può dare l’idea dell’intensità dell’impegno in atto. In base ai dati (riferiti al 2010) del Censimento delle opere sanitarie e sociali ecclesiali in Italia, promosso dalla Consulta ecclesiale nazionale degli organismi socio-assistenziali, da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale per la pastorale della sanità della CEI, i servizi ecclesiali censiti sono 14.214. Di questi il 20,4% riguardano il contrasto della povertà economica: in particolare i ‘Centri di erogazione di beni primari’ rappresentano la forma di servizio più diffusa nel territorio italiano, seguono poi le mense e l’assistenza residenziale per persone senza dimora. Accanto a tali servizi ‘storici’, per far fronte agli effetti della crisi economica, sono state avviate ben 806 nuove iniziative presso 203 diocesi. Il dato include solamente le nuove progettualità del microcredito e dei fondi di solidarietà, sorti negli ultimi tre anni, per sostenere in modo specifico le famiglie e le piccole imprese. Vi sono infine ulteriori blocchi di attività, di carattere più specifico e innovativo, che riguardano, nell’ordine, la creazione di botteghe/empori solidali, l’allestimento di carte magnetiche di spesa, gli sportelli/progetti di inserimento/orientamento lavorativo e i progetti di sostegno al disagio abitativo. Non si tratta di una semplice ‘conta’ delle opere e dei servizi, ma questi ultimi, in un’ottica di scelta pastorale, rappresentano luoghi, strumenti, progettualità, occasioni di incontro, di ascolto e relazioni con le persone, soprattutto con quelle in situazione di precarietà, fragilità e povertà.

2. EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO

L’educazione cristiana è il tema ed è la prassi pastorale al centro degli Orientamenti pastorali (2010-2020) per il decennio sull’‘educare alla vita buona del Vangelo’. Un’educazione che troppo spesso, anche in ambito ecclesiale, rischia di essere ridotta a didattica, a trasmissione di abilità tecniche, competenze professionali o principi aridi.

In linea con il Magistero di Benedetto XVI, gli Orientamenti pastorali insistono su un’idea di educazione che, radicandosi nella figura di Gesù Maestro, ha quale meta esplicita la perfezione nella carità.

L’educazione cristiana infatti è caratterizzata:

  • dall’essere atto d’amore e, in quanto tale, riconosce la libertà dell’altro come presupposto indispensabile per la crescita della persona;
  • dalla ricerca costante della possibilità di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone, portando alla luce le domande più profonde dell’uomo;
  • dalla considerazione integrale della persona, nell’armonica e reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, tra intelligenza e sensibilità, tra mente, cuore e spirito;
  • dalla centralità della relazione come percorso (segnato da conflitti e riconciliazioni, perdite e ritrovamenti, tensioni e incontri), processo di crescita che avviene in tempi lunghi, con molta pazienza;
  • dallo scopo di formare persone solide, ‘testimoni di verità nella carità’, capaci di vivere la propria vocazione e di cooperare al bene comune, di dare un senso alla propria vita e di compiere scelte responsabili verso gli altri.

Le dimensioni costitutive della Chiesa hanno in sé una grande valenza educativa: l’ascolto assiduo e amoroso della parola, la celebrazione liturgica, la comunione nella vita e il servizio di carità rende il credente capace di condividere i beni materiali e spirituali: “Ogni Chiesa particolare dispone di un potenziale educativo straordinario, grazie alla sua capillare presenza nel territorio. In quanto luogo d’incontro con il Signore Gesù e di comunione con i fratelli, la comunità cristiana alimenta un’autentica relazione con Dio; favorisce la formazione della coscienza adulta; propone esperienze di libera e cordiale appartenenza, di servizio e di promozione sociale, di aggregazione e di festa … La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi di tutti il volto di una comunità che testimonia la comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola dei poveri e degli ultimi, impara a riconoscere la presenza di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel carcerato, nell’ammalato e in ogni bisognoso. La comunità cristiana è pronta ad accogliere e valorizzare ogni persona, anche quelle che vivono in stato di disabilità o svantaggio. Per questo vanno incentivate proposte educative e percorsi di volontariato adeguati all’età e alla condizione delle persone, mediante l’azione della Caritas e delle altre realtà ecclesiali che operano in questo ambito, anche a fianco dei missionari” EVBV, 39).

La Chiesa è luogo e segno della permanenza di Gesù Cristo nella storia. Nel suo compito missionario l’educazione diventa esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa e parte integrante della sua missione. Una missione, quella della Chiesa, sviluppata attraverso il suo essere e discepola, e madre e maestra:

  • “Imparate da me” (Mt.11,29). La Chiesa educa perché prima di tutto è discepola del Signore. Umilmente si mette alla sua sequela con mitezza ed umiltà di cuore, imparando nel tempo la via del servizio, del discernimento dei segni dei tempi e della carità nella verità.
  • Inoltre la Chiesa educa in quanto madre. È una comunità di credenti che educa ogni giorno con tutta la sua vita. È chiamata infatti ad essere un ‘insieme educativo’.
  • Infine la Chiesa educa perché maestra. È un ‘insieme educativo’ che assume la fatica della ricerca della verità a servizio dello sviluppo della persona perché viva la carità, l’amore nella verità.

Tutto questo chiede che si sviluppi un’esistenza personale e comunitaria ricca di una spiritualità secondo lo Spirito: “Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa”. I tratti di questa spiritualità sono: il non conformismo, il rinnovamento del modo di pensare e il desiderio di discernimento e di accompagnamento personale e comunitario. Pertanto dentro questo decennio sull’educare occorre sentire che è urgente investire nell’educare e occorre vivere con gusto e passione il cooperare con Dio in questa azione dell’educare.

 3. L’ESSERE, IL FARE E L’AGIRE DELLA CARITAS

A partire dalla quarantennale presenza di Caritas Italiana siamo chiamati ad avere ben chiari tre aspetti della Caritas: l’essere organismo pastorale, il fare e l’agire mantenendo costante coerenza tra questi tre aspetti. La via migliore per fare questo è quella di rifarsi alle ragioni della sua istituzione, da parte di Paolo VI, e al ricco patrimonio di presenza pastorale servito dalle Caritas a territori e chiese a livello nazionale, europeo e internazionale.

È la declinazione dell’aggettivo pastorale che specifica come la Caritas è chiamata a condurre le comunità all’assunzione consapevole e responsabile dell’esercizio e della testimonianza della carità. Pastorale infatti rimanda a quella ricaduta di coscienza, di formazione e di responsabilità delle stesse comunità cristiane. Esse sono il vero e insostituibile soggetto della carità evangelica, chiamate a una profonda trasformazione di mentalità e di approccio ai temi e alle prassi della carità, in forme solidali, organizzate e profetiche.

Antiche e nuove povertà mandano facilmente in difficoltà, in sovraccarico, in confusione.

Si è costantemente chiamati a conoscere, ascoltare e discernere le molteplici situazioni di povertà per prendere decisioni, per costruire e orientare le operatività. Al riguardo il fare, l’operatività delle Caritas diocesane e parrocchiali deve accorgersi dei molteplici bisogni costantemente in crescita: bisogni di tipo materiale, relazionale, di dignità e di precarietà economica. Deve accorgersi del fatto che si sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità; dell’assolutizzazione del guadagno immediato; dello smantellamento delle politiche sociali e quindi dell’impoverimento della solidarietà istituzionale; del crescere della cultura dell’esclusione, della caccia al rom, all’immigrato, al carcerato, …; della minore attenzione al Concilio, della sua memoria e delle sue indicazioni; della crisi dell’antropologia e della civiltà. L’agire della Caritas, nei quattro decenni, ha aperto ed è chiamato ad aprire strade nuove, cioè: una carità che promuova fraternità, giustizia, collaborazione, responsabilità, partecipazione, difesa di diritti, cura della vita. Una carità libera e liberante perché persegue lo scopo di liberare l’altro dal bisogno e di ricostruire la sua umanità. Una carità generativa, feconda per le persone che la ricevono. A chi tocca dunque questo compito di aprire strade nuove se non alle Caritas?

È alle Caritas che è stato affidato il compito di sviluppare la funzione prevalentemente pedagogica.

È questa funzione la spina dorsale che lega i diversi livelli territoriali delle Caritas. Più che fare è importante agire, dare un senso, una direzione, una prospettiva alla pur esigente e doverosa necessità del fare:

  • A chi tocca avere uno sguardo ampio sulla realtà e sulla chiesa, a chi tocca abitare i luoghi di confine, a chi tocca aprire strade inusitate, a chi spetta attuare quella che Paolo VI chiamava la civiltà dell’amore, a chi tocca fondare la carità sulla fraternità e non tanto sulla pura erogazione di servizi e risposte?
  • Chi ha il compito di far udire, dentro le comunità cristiane, che la chiesa è per il mondo, è per gli uomini, che la chiesa è se stessa nella misura in cui si fa prossima ai luoghi, ai volti, alle storie, ai mondi della povertà?
  • Chi ha il compito di assumere posizione profetica nella chiesa perché si senta forte, nella società, la voce della carità?

La Caritas, noi diciamo, nella fedeltà ad un mandato che fa della Caritas un organismo pastorale con funzione prevalentemente pedagogica. È tempo infatti di ‘lasciarci afferrare dallo Spirito’ per frequentare una pluralità di ‘luoghi’, nei ‘deserti’ dei nostri territori, e per rendere visibile l’agire di Dio nell’opera di testimonianza, perché “la fede se non è seguita dalle opere è morta” (Gc. 2,17). Ciò chiede alle Caritas di assumere, in modo convinto e continuativo, l’impegno a superare la facile autoreferenzialità, il trascinamento a volte stanco dentro prassi consolidate, la ripetitività di riflessioni povere di fantasia, la cronicizzazione di dinamiche, prassi e progettualità, la fatica a mettersi a servizio della bontà e della bellezza di tutte le opere di carità della Chiesa per curarne il costante radicamento nella fede e nello sviluppo della loro ecclesialità. Opere che siano ‘segno’ e della Parola e dell’Eucaristia e della Carità di Dio.

4. IL SENSO, LA DIREZIONE DA DARE ALL’AGIRE DELLE CARITAS PERCHÉ SIA RICCO DI MEMORIA, FEDELTÀ E FUTURO

Sembra importante qui far emergere la direzione, il senso dell’agire delle Caritas, sviluppato in questi quattro decenni, in virtù del quale progettare cammini futuri e azioni concrete su cui articolare un modo fedele e sempre nuovo di essere “l’organismo pastorale costituito al fine di promuovere la testimonianza della carità della comunità ecclesiale” (Statuto, art. 1).

Quali sono state le principali strade percorse dalle Caritas in questi quattro decenni?

Camminando e guardando dentro i quattro decenni di servizio pastorale da parte di Caritas Italiana, delle Caritas diocesane e parrocchiali è possibile individuare almeno sei ‘direzioni’, sei cammini sui quali le Caritas hanno significativamente lavorato e sui cui sono chiamate, anche in avvenire, a lavorare intensamente per arricchire di memoria fedeltà e futuro, l’essere, il fare e l’agire delle Caritas.

4.1. La STRADA dell’agire per sviluppare il carattere di ‘itineranza’ dell’organismo pastorale Caritas

Il mandato affidato a Caritas Italiana, alle Caritas diocesane e parrocchiali, prevede l’impegno a svolgere compiti educativi nei confronti dello spazio sociale e culturale nella vita della Chiesa. E chiede impegno per quella funzione pedagogica, educativa, di animazione propria della carità richiamata dall’Enciclica Deus caritas est (cfr. DCE 29, 30b). In quest’ottica le Caritas sono chiamate a dare il loro contributo, soprattutto in riferimento alla conoscenza dei linguaggi della modernità e alla capacità di utilizzare gli strumenti pastorali che esse hanno sviluppato per conoscere e studiare la società, per promuovere e animare l’agire della comunità. Si tratta di salvaguardare il ‘carattere di itineranza’ delle Caritas nei linguaggi della modernità, nei territori e nelle comunità ecclesiali.

Uno sguardo capace di rispondere alla domanda: “Sentinella, a che punto è la notte?” (Is. 21,11). La paura, l’insicurezza, la sfiducia, l’abbandono si vincono solo guardando a mete grandi, ardue, ma possibili. Occorrono testimoni di speranza, uomini e donne capaci di pensare in grande e di agire nel piccolo della ferialità, di osare per una meta bella e alta, di pagare il prezzo anche a livello personale per il conseguimento di un fine che valga la pena: “il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe salvi – Benedetto XVI).

Per poter sviluppare un dialogo serio con il linguaggio della modernità, per poter esercitare su di esso un’azione maturante, la Chiesa, e in essa la Caritas, ha bisogno di persone preparate che, oltre a fornire delle competenze, siano disposte a interpretare questa loro funzione in una prospettiva vocazionale. Al riguardo si avverte l’esigenza di una approfondita e insistita riflessione e sperimentazione sul profilo dell’animatore pastorale Caritas. La questione è dettata dall’urgenza di promuovere o rivalutare questa figura, in Caritas diocesana e in parrocchia, come colui che, sulla base di una solida spiritualità, è in grado di esprimere e testimoniare quella carità delle opere che assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole (cfr. NMI, 50), e anche di promuovere e animare – nei singoli e nelle comunità – l’assunzione di forme diffuse di responsabilità e impegno per il prossimo, unica via da percorrere per “fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come a casa loro” (cfr. NMI, 50). Occorre, pertanto, investire sempre più nell’educare alla spiritualità della carità e della speranza e formare a competenze socio pastorali.

Per realizzare ciò occorre unire forze e competenze, comporre esperienze, percezioni e punti di vista diversi.

4.2. La STRADA dell’agire per promuovere ed accompagnare Caritas parrocchiali, volontariato ed esperienze di servizio educanti alla gratuità.

A quarant’anni dalla sua istituzione fatica ad emergere e ad essere assunta con chiarezza l’identità dell’organismo pastorale Caritas nel cammino delle Chiese in Italia. A livello diocesano e parrocchiale è facilmente inteso come deputato unicamente ad operare, rispondere e risolvere situazioni di bisogno. Occorre indagare seriamente sulle cause di tali ambiguità e verificare quali responsabilità possano risiedere nelle modalità e negli strumenti di animazione finora adottati per promuovere vere Caritas parrocchiali, vere comunità parrocchiali segnate dalla dimensione comunitaria della testimonianza della carità.

La fedeltà al mandato di animazione impone di partire dall’ascolto e dall’educazione della domanda che proviene solo dal frequentare assiduamente le comunità parrocchiali e dalla convinzione, lucidità e condivisione di un’idea e di un progetto di Chiesa da costruire insieme.

L’obiettivo dell’animazione non può essere la promozione della Caritas parrocchiale ad ogni costo!

La meta rimane la promozione della testimonianza comunitaria della carità, attraverso lo strumento pastorale Caritas che “serve solo se progettato e utilizzato per aiutare ogni parrocchia ad essere compiutamente se stessa”.

Non è raro che anche le Caritas diocesane manifestino una percezione del proprio mandato più orientata a gestire e fare, che ad agire, promuovere e animare. A tale riguardo è opportuno che ci si convinca della necessità e dell’importanza che ogni Caritas diocesana (piccola, media o grande che sia) non manchi di avere e di curare i tre strumenti pastorali dell’essere, del fare e dell’agire della Caritas: il Centro di Ascolto, l’Osservatorio delle povertà e delle risorse, e il Laboratorio diocesano per la promozione e l’accompagnamento delle Caritas parrocchiali. Senza questi necessari e fondamentali strumenti pastorali è impensabile essere ed esprimere, come Caritas diocesana, la propria identità e i propri compiti pastorali.

4.3. La STRADA dell’agire per promuovere opere segno, conoscenza e cura delle opere della Chiesa e pedagogia dei fatti.

Dalla promozione dei processi e degli strumenti pastorali di ascolto, osservazione e animazione devono scaturire nuove o rinnovate piste di impegno per Caritas Italiana e per le Caritas diocesane nell’ambito della progettazione socio pastorale:

  • in primo luogo, l’attenzione e il servizio di carità per i poveri impone alle Caritas diocesane di intervenire soprattutto in risposta ai bisogni meno considerati, emergenti, urgenti;
  • in secondo luogo, la prevalente funzione pedagogica esige che non si accettino deleghe, né dalla società civile né dalla comunità ecclesiale, nel garantire a ogni persona i propri diritti e nel servizio della carità;
  • infine, il compito di curare il coordinamento possibile delle iniziative e delle opere caritative e assistenziali di ispirazione cristiana chiede alle Caritas diocesane un ruolo di tessitura, di valorizzazione e di servizio alle molteplici espressioni ed esperienze di carità e servizio, più che di gestione di opere e servizi, anche se necessari e meritevoli.

Sollecitati da povertà e ingiustizie, sempre più gravi e urgenti, rischiamo di dimenticare che i poveri e non i servizi, l’amore e non le prestazioni, sono i luoghi attraverso cui Dio parla e provoca il mondo. E che all’organismo pastorale Caritas è chiesto di costruire ponti soprattutto tra Dio, che parla e si impone attraverso i poveri, e la comunità ecclesiale e il territorio. È chiesto alle Caritas di operare per la cura dell’anima, del cuore, dello stile e delle prassi di tutte le opere delle nostre Chiese, utilizzando o attivando anche alcune specifiche opere pensate, progettate e sperimentate dall’organismo pastorale Caritas. L’attività, le opere, gli interventi, la stessa organizzazione della Caritas ha il suo ‘segno’ di validazione nella crescita della fraternità.

Conoscere, curare e tessere in rete le opere. Negli anni, abbiamo maturato una significativa capacità di ascolto, di relazione ricca di intenzionalità educativa con i poveri. Si tratta allora di assumere con le opere la stessa scelta e lo stesso stile vissuto, ormai da decenni, con i poveri.

Scelta e stile caratterizzati dalla:

  • volontà di esserci e di fermarsi, di investire tempo e risorse in questo impegno di ascolto, osservazione, relazione e discernimento delle opere della Chiesa. Essenziale è riconoscere che l’incontro non è tempo perso, ma sparso, seminato, donato a piene mani, solo per scoprirsi, riconoscersi e comprendersi;
  • umiltà di mettersi alla scuola di tutte le opere della Chiesa che avranno pure grossi limiti e fatiche, ma posseggono anche un patrimonio ricchissimo di esperienza ecclesiale e tradizione nel servizio della carità.

4.4. La STRADA dell’agire per assumere e promuovere il senso del riscatto: giustizia, diritti, legalità, politiche sociali, inclusione, bene comune.

Occorre servire ed educare al bene comune. Giustizia per tutti, pace come frutto di dialogo, perdono ricevuto e donato, promozione e rispetto per la dignità di ciascuno, sono i volti concreti del bene comune. Tutta questa azione politica è chiamata a diventare altissima forma di carità.

L’educare al bene comune, che è opera di Chiesa, di “un cuore che vede” (DCE, 31b), impegna a percorrere alcune strade necessarie: la strada della scelta preferenziale dei poveri; la strada della destinazione universale dei beni; la strada della globalizzazione dei diritti; la strada di una nuova ‘città’, di un nuovo territorio, di una nuova politica. Strade che le Caritas, nella vita della comunità ecclesiale, devono pensare, sensibilizzare, proporre, sempre nel rispetto delle distinte responsabilità. Occorre curare il rapporto tra carità e giustizia. Nella gestione dei rapporti con la comunità e il territorio, emerge costantemente la questione della “relazione tra il necessario impegno perla giustizia e il servizio della carità” (DCE). “L'amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta” (DCE).

Occorre assumere la sfida di collegare emergenza e quotidianità. Ciò chiede di ritornare nei territori a tessere reti e a riattivare rapporti tra le persone. Oggi deve prevalere una pedagogia di fatti quotidiani che entrino tra le pieghe della società. L’esperienza delle piccole comunità radicate in un territorio ci consegna la concreta possibilità di promuovere la carità di popolo: una diffusa solidarietà di quartiere, contrada e condominio e una cultura dell’ospitalità fatta di ascolto, di sospensione del giudizio sulla diversità dell’altro, di simpatia e inclusione.

L’Europa, che è chiamata ad essere sempre più soggetto di politiche e referente istituzionale sia per il livello nazionale che per quello locale, sarà sempre più luogo, territorio sul quale le Chiese sono chiamate a confrontarsi e ad esprimere propositività circa lo sviluppo della dimensione culturale a partire dalle radici cristiane e quindi solidali, sociali, pacifiche, che mettano al centro i poveri e la loro dignità. Con gradualità occorre puntare sull’accompagnamento formativo circa la corretta progettualità europea, sul rafforzamento del coordinamento delle già numerose iniziative europee avviate, magari partendo da filoni estremamente rilevanti, come, ad esempio, quello del volontariato sociale europeo e della promozione degli strumenti pastorali Caritas, tanto più nell’anno europeo del volontariato.

Il Sud del mondo ci appare come una sorta di ‘emergenza quotidiana’, seppure nella consapevolezza che alcuni passi in avanti sono stati compiuti. Enorme è il vuoto che accompagna questi mondi in termini di informazione, formazione e politica. Grandi domande sono dentro le nostre comunità, anche nei contesti giovanili, in particolare sull’insostenibilità morale di questa tragica spaccatura tra i sommersi dalla fame e i salvati dallo sviluppo. Nodi aperti sulla globalizzazione e sulle grandi questioni planetarie.

A partire da questo scenario mondiale, quali sfide per Caritas Italiana e le Caritas diocesane?

  • La sfida dell’informare. Rinnoviamo lo slogan ‘conoscere per amare’: l’impegno da portare avanti è combattere le banalizzazioni, i fraintendimenti, le culture dell’intolleranza, sia quando sono prodotti avanzati dell’industria della comunicazione che quando sono frutto delle paure, delle frustrazioni e dei luoghi comuni, entrambe da ascoltare evitando i soli comportamenti di condanna, ma da affrontare nel confronto forte, pacato e motivato.
  • La sfida dell’educare. È l’imperativo che ci dovrà accompagnare nei prossimi anni. Educare a nuovi stili di vita, personali e comunitari, nell’oggi e nel qui del nostro tempo; all’ecumenismo, al dialogo tra le religioni, all’interculturalità, alla pace; alla responsabilità, alla cittadinanza consapevole, alla mondialità. Il tutto con iniziative, itinerari, opere di volontariato, da proporre a tutti, partendo dai giovani.
  • La sfida dello stimolare le istituzioni e dei difendere diritti dei più deboli. Le istituzioni rinnovino le loro scelte e i loro approcci per la promozione della pace internazionale; tengano alta la vigilanza sul commercio internazionale delle armi; rilancino le politiche sia di riduzione dei sistemi protezionistici dei commerci occidentali sia gli aiuti diretti allo sviluppo nei paesi più bisognosi.

4.5. La STRADA dell’agire per sviluppare la parresia, la coscienza dell’abitare il confine, il coraggio della verità nella carità.

La Caritas è una realtà di confine, sta dentro e guarda anche fuori. È questo il coraggio, per usare una famosa espressione, di ‘fare, dei confini, dei ponti’, dei luoghi di passaggio, delle occasioni per tendere la mano, per servire amore, giustizia, diritti e fraternità.

Tenere questa posizione è frutto di coraggio evangelico, imita il Gesù che supera le differenze, le differenze, che va verso i lontani, quelli di fuori, perché è sicuro che il Padre suo opera dove e quando e come vuole. Si tratta di recuperare costantemente l’iniziale dote della Chiesa di riconoscere nel mondo e nella storia i segni della presenza di Cristo, segni espliciti, come la Parola e l’Eucaristia, la comunità e il povero, ma anche segni impliciti in tutti coloro che pur non professando la fede in Gesù, di fatto fanno come lui ha detto: danno un bicchiere d’acqua, lottano per la giustizia, si fermano accanto al ferito, amano la pace. Ovunque questo accade, lì è all’opera il Signore.

Occorre misurare e pesare le prassi. L’impegno dei piccoli passi deve unirsi alla strategia delle grandi mete, dei sogni e delle speranze comunitarie. Non si vive di solo pane: occorre promuovere con la vita la dignità della vita, con il soddisfacimento dei bisogni materiali la cura delle relazioni e le risposte alle esigenze di senso, di spiritualità e di dignità di ogni vita umana. C’è bisogno di uomini e donne capaci di coniugare carità e verità, pronti a non cedere ai compromessi morali, decisi nel rifiutare la menzogna e il vantaggio egoistico. Capaci di cura e di custodia della vita impegnandosi a difendere ogni vita, in ogni fase, contro la violenza dell’aborto e la disumanità dell’eutanasia, contro l’abbandono, la dimenticanza e la trascuranza della dignità di tanti volti e storie di povertà; come contro la barbarie del terrorismo e della guerra, come contro ogni fenomeno di razzismo e di rigetto dell’altro e dello straniero. Occorre servire con abbondanza, senza stancarsi, la diaconia della verità e della carità: “verità e carità stanno o cadono insieme”, hanno affermato i nostri Vescovi nella 59° Assemblea Generale. Ridare valore e serietà al linguaggio e alla comunicazione è una delle opere pedagogiche della Caritas.

Si assiste quotidianamente purtroppo ad un uso spregiudicato e superficiale del linguaggio, ad un uso a volte mistificatorio, retorico. Pertanto appare sempre più urgente il parlare con franchezza. La parola sarà di volta in volta analisi, lettura, interpretazione, giudizio, decisione, risposta. Essa veicolerà annuncio, denuncia, proposta, giudizio di approvazione e di condanna. Stimolare il dialogo a tutti i livelli; dare voce a chi non ha voce; osare di essere parola viva al servizio della causa di Dio e della verità: queste sono le sfide a cui si apre chi sceglie la parola come strumento di servizio alla persona e al bene comune.

4.6. La STRADA dell’agire per sviluppare l’animazione della comunità e del territorio alla testimonianza comunitaria della carità. Agire per esserci e per farci essere altri: farci essere l’intera comunità.

Un aspetto particolarmente significativo per l’attività delle Caritas diocesane e parrocchiali è quello relativo all’osmosi del triplice compito pastorale dell’annuncio della Parola, della celebrazione dei Sacramenti e del servizio della Carità. Il contesto parrocchiale appare, strutturalmente, quello più favorevole alla realizzazione dell’osmosi fra queste tre dimensioni ecclesiali a servizio degli ambiti di vita della persona: tradizione, affettività, fragilità, festa e lavoro, cittadinanza: “La parrocchia rappresenta la comunità educante più completa in ordine alla fede. Mediante l’evangelizzazione e la catechesi, la liturgia e la preghiera, la vita di comunione nella carità, essa offre gli elementi essenziali del cammino del credente verso la pienezza della vita in Cristo” (EVBV,39).

Eppure, trovare tempi e modalità per costruire tali prassi sembra rappresentare una considerevole fatica per le Caritas diocesane. Alle Caritas è richiesta una testimonianza di Chiesa, capace di portare la Parola e l’Eucaristia nelle situazioni e le situazioni all’altare della Parola e dell’Eucaristia. In questo senso i percorsi educativi possono rappresentare anche un’occasione importante di coagulo e di osmosi tra le tre dimensioni ecclesiali, oltre che rappresentare, per la Chiesa, una importante sfida sul piano culturale.

Occorre sviluppare comunione e promuovere testimonianza. Occorre costruire un rapporto di fiducia e di stimolo critico fra quanti nella comunità assumono un ruolo di servizio e di animazione caritativo, sociale e la comunità stessa in tutte le sue espressioni. Tutto questo chiede corrispondenti scelte e stili di vita. Scelte e stili che non si improvvisano, ma che sono fatti da un insieme di comportamenti, di modi di pensare ed agire, che maturano in anni di cammino, alla scuola della Parola, dell’Eucaristia, dei poveri e della storia e che ci impegnano a fare la proposta, per le comunità parrocchiali, di stili di vita alternativi alla cultura e alle mode correnti, quali: l'attenzione ai poveri; l'uso ricco di gratuità del proprio tempo e del proprio denaro; il senso e la dignità dell'altro; l'accoglienza e il rispetto della diversità; l'apertura delle proprie case; una qualche forma di condivisione dei beni; le azioni di incontro, ascolto, relazione, dialogo e riconciliazione nei contesti di vita ordinaria. Per i giovani riproporre prospettive come il servizio civile e l’anno di volontariato sociale.

Il percorre queste strade chiede e provoca la messa in atto di alcuni percorsi educativi per salvaguardare e assicurare ‘l’esserci per farci essere altri’, per garantire il ‘passaggio del mantello’ dell’animazione alla testimonianza comunitaria della carità, dalla Caritas all’intera comunità ecclesiale e territoriale: la scelta pastorale delle relazioni; l’uso dei beni e l’assunzione della gratuità nella vita personale e comunitario; l‘andare alla ‘scuola dei poveri’ per imparare ad umanizzare la vita; il ritorno alla partecipazione e alla corresponsabilità; la promozione dell’interculturalità e la crescita di nuovi stili di vita.

Le nostre comunità cristiane, chiamate a vivere ‘dentro’ la storia, a vivere ‘adesso’, non sono estranee all’educazione e alla crescita della testimonianza comunitaria della carità. Tre sono i luoghi e le esperienze forti di una parrocchia in cui, a partire dalla persona, educare a questa testimonianza ecclesiale della carità:

  • il luogo eucaristico domenicale: in ogni eucaristia viviamo la dinamica di dono, gratuità, condivisione, ascolto. La cultura eucaristica è una cultura dell’esserci per farci essere altri.
  • Il luogo dell’annuncio: i nuovi itinerari e i percorsi di catecumenato e di iniziazione cristiana invitano a questa dinamica dell’uno e dei tutti.
  • Il luogo della carità: non c’è comunità che non abbia un segno, un luogo di carità, un’esperienza e un progetto di carità: piccolo o grande capace di educare alla testimonianza della carità. Si tratta di non isolare luoghi, gesti, esperienze di carità dalla crescita e dal rinnovamento dell’intera vita della comunità.

Concludo: ieri nella solennità di Cristo Re abbiamo riascoltato il testo evangelico di Matteo 25 sul criterio del Giudizio finale, fondato sulla solidarietà e sulla gratuità nei confronti degli ultimi, per amore del Signore.

Fra qualche giorno inizieremo il tempo di Avvento per prepararci alla celebrazione del Natale. E parleremo di conversione, di vigilanza, di speranza, di gioia per il Signore che viene.

Parlare di carità, promuovere la Caritas per servire i poveri e l’amore per gli altri, significa proprio rinnovare questo impegno che contribuisce ad aprire alla accoglienza del Signore che contempleremo nella povertà di Betlemme, per dare, a partire da questa povertà, senso nuovo alla nostra vita.

Mons. Giuseppe Merisi

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