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«La Chiesa guardi alle periferie»

Da Bergoglio l’invito ad andare ai confini non solo geografici ma anche esistenziali. Nel suo intervento alle Congregazioni generali il futuro Pontefice metteva in guardia dal rischio dell’autoreferenzialità e della mondanità spirituale. Da una parte esiste la Chiesa evangelizzatrice, che esce da sé, dall’altra la Chiesa mondana che vive in sé, di sé e per sé. Il testo diffuso dal cardinale cubano Ortega.

«Pensando al prossimo Papa: un uomo che, dalla contemplazione di Gesù Cristo e dall’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da sé verso le periferie esistenziali, che la aiuti ad essere madre feconda che vive della "dolce e confortante gioia d’evangelizzare"».

È questo l’ultimo, illuminante, punto di quello che con ogni probabilità è stato l’ultimo intervento da cardinale dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco.

Da più testimonianze era noto che durante le Congregazioni generali che hanno preceduto l’ultimo Conclave l’intervento dell’allora cardinale Bergoglio aveva colpito in modo particolare l’eminentissimo uditorio che poi lo ha scelto come successore di Benedetto XVI. Ora, grazie al cardinale dell’Avana Jaime Lucas Ortega y Alamino, e con l’autorizzazione di papa Francesco, tutto il mondo può conoscere i contenuti di quell’intervento.

Il cardinale Ortega ha fatto la preziosa rivelazione durante l’omelia pronunciata nel corso della Messa crismale che all’Avana è stata celebrata sabato mattina. Alla presenza al nunzio apostolico, l’arcivescovo Bruno Musarò, dei vescovi ausiliari Alfredo Petit e Juan de Dios Hernandez, e del clero "habanero" che rinnovava le promesse sacerdotali, il porporato ha raccontato che durante le Congregazioni generali precedenti il Conclave l’allora cardinale Bergoglio aveva fatto un intervento «magistrale», che rifletteva anche il suo pensiero sulla Chiesa.

Per questo motivo Ortega chiese a Bergoglio se aveva un testo scritto da poter conservare. Bergoglio disse che non l’aveva ma il giorno dopo «con delicatezza estrema», racconta Ortega, Bergoglio gli consegnò l’«intervento scritto di suo pugno tale come lo ricordava». Ortega chiese all’allora confratello cardinale se poteva diffondere il testo e Bergoglio disse di sì.

Poi il cardinale dell’Avana rinnovò la richiesta dopo la fine del Conclave quando l’arcivescovo di Buenos Aires era stato eletto al Soglio di Pietro. E papa Francesco rinnovò la sua autorizzazione. Ieri l’immagine dell’appunto bergogliano, la trascrizione del testo e una sintesi dell’omelia del cardinale cubano sono state messe in rete dal sito di Palabra Nueva, rivista dell’arcidiocesi "habanera".

Tutti così possono leggere quello che il cardinale Ortega, a giusto titolo, definisce «un tesoro speciale della Chiesa e un ricordo privilegiato dell’attuale Sommo Pontefice».
L’appunto, scritto in spagnolo (a parte ne pubblichiamo la traduzione integrale), inizia con la considerazione che nel corso delle Congregazioni generali si era fatto riferimento alla «evangelizzazione» (sottolineato nel testo originale), che «è la ragione di essere della Chiesa» e subito si richiamava una citazione del paragrafo 80 dell’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi promulgata da Paolo VI nel 1975, laddove papa Montini invita tutta la Chiesa a conservare «la dolce e confortante gioia d’evangelizzare».

Il testo di Bergoglio si articola poi in quattro punti. Nel primo si sottolinea che «evangelizzare implica zelo apostolico», e cioè «la parresia di uscire da se stessa» e di recarsi «verso le periferie non solo quelle geografiche ma anche le periferie esistenziali», del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza e indifferenza religiosa, del pensiero, di ogni forma di miseria.

Nel secondo si evidenzia che quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare «diventa autoreferenziale e allora si ammala» e qui Bergoglio fa un riferimento al brano del Vangelo di Luca (13, 10-17) in cui Gesù guarisce una donna «curva» che «aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma», e poi denuncia come «i mali» che affliggono «le istituzioni ecclesiali» hanno radice nell’«autoreferenzialità», definita come «una sorta di narcisismo teologico». «Nell’Apocalisse – continua Bergoglio riferendosi al verso 20 del capitolo 3 – Gesù dice che sta alla porta e bussa. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che bussa da fuori la porta per entrare... Però penso che a volte Gesù bussi da dentro, perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire».

Da qui il terzo punto dell’intervento che l’allora cardinale Bergoglio pronunciò alle Congregazioni generali. «La Chiesa – si legge nel testo diffusa all’Avana – quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il mysterium lunae» e così incorre nella «mondanità spirituale» di cui parlava il teologo gesuita, e poi cardinale, Henri de Lubac, che la definiva come «il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa», il «vivere per darsi gloria gli uni con gli altri». «Semplificando – spiega Bergoglio – ci sono due immagini di Chiesa».

Da una parte «la Chiesa evangelizzatrice che esce da sé; la Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans» come si legge nell’incipit della celebre Costituzione conciliare («che ascolta religiosamente la Parola di Dio e la proclama con ferma fiducia»). Dall’altra invece «la Chiesa mondana, che vive in sé, da sé, per sé».

Infine in quarto e ultimo punto: l’auspicio di un Papa che contemplando Gesù Cristo aiuti la Chiesa a «uscire da sé» verso le «periferie esistenziali». Ovviamente papa Francesco non aveva il problema di essere lui questo Papa. Ma i cardinali elettori, e lo Spirito Santo attraverso loro, hanno pensato proprio così.​​

 

Gianni Cardinale
Avvenire, 27 marzo 2013
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