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La Chiesa italiana e l'emergenza lavoro

Disoccupazione, lavoro nero, precariato, mancata conciliazione lavoro famiglia, fuga dei cervelli: sono aspetti dell’emergenza occupazionale italiana oggetto di un'analisi del progetto culturale della Cei i cui risultati vengono presentati nel pomeriggio a Roma alla presenza del cardinale Camillo Ruini e del segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata.

Disoccupazione record, lavoro nero, precariato, mancata conciliazione lavoro famiglia, fuga dei cervelli: sono  alcuni dei caratteri dell’emergenza occupazionale che l'Italia patisce e che sono destinati a durare almeno fino al 2020. Per questo il progetto culturale della Cei ha coordinato una ricerca approdata nel volume “Per il lavoro. Rapporto-proposta sulla situazione italiana”, presentato nel pomeriggio a Roma alla presenza del cardinale Camillo Ruini e del segretario generale della Cei mons. Mariano Crociata.
Intervistato dai Paolo Ondarza di Radio vaticana il sociologo Sergio Belardinelli, tra i curatori dell’opera ha sottolineato come «I tassi di disoccupazione, che sappiamo essere molto alti, la disoccupazione giovanile, inefficienti meccanismi di formazione al lavoro, un mercato del lavoro troppo ingessato: sono tratti di cui si parla da tempo e che sono noti. Non abbiamo parlato abbastanza, in questi anni, della progressiva perdita di senso che il lavoro andava registrando …» I problemi si accavallano: «sono circa due milioni i giovani che nel nostro Paese ormai neanche lo cercano più, un lavoro. La transizione tra scuola e lavoro non funziona. E’ necessario che quando parliamo di giovani e lavoro, ci poniamo il problema della formazione al lavoro: è qualcosa che richiede uno sforzo culturale che forse non abbiamo fatto e che però è arrivato il momento di fare, assolutamente». 
La soluzione non può prescindere dal coinvolgimento della piccola-media impresa: «Noi sappiamo - dice ancora Belardinelli - che l’Italia è il Paese della piccola e media impresa: è questo il grande patrimonio di ricchezza economica del Paese. Ci piacerebbe che forse un po’ di più si riflettesse sulle condizioni che hanno reso possibile, nel nostro Paese, lo sviluppo di questo patrimonio, vale a dire sulle energie creative, proprie, del popolo italiano. È qualcosa che più di quanto non si pensi ha a che fare con la cultura italiana, che è una cultura della quale si enfatizza magari il particolarismo, l’egoismo, la furbizia … forse sarebbe ora che incominciassimo anche ad apprezzarne i lati positivi come il gusto del lavoro fatto bene, una tradizione del lavoro incominciata nelle botteghe artigiane del Rinascimento e che nei secoli è arrivata fino a noi». 
Un ruolo importante spetta anche all'educazione, in considerazione del fatto che «il lavoro è un’attività economica ma non è solo un’attività economica: è un’attività nella quale davvero si gioca il destino delle persone e delle comunità. Per questo, persone e comunità debbono investire con realismo su questo, su una formazione al lavoro che sia all’altezza del tempo nel quale siamo. Noi non possiamo giustificare il fatto che in un momento di crisi come quello che viviamo ci siano centinaia di migliaia di giovani che non sono disposti a fare alcuni lavori che stanno diventando una prerogativa esclusiva degli immigrati. Noi abbiamo bisogno di educare i nostri giovani anche a farsi carico di qualche sacrificio. Ci sono momenti in cui bisogna sacrificare alcune legittime aspirazioni e prendere il lavoro che ci viene offerto».  ​

© Avvenire, 13 maggio 2013

 

Le otto proposte

 

Sono otto le proposte conclusive del documento sul lavoro elaborato dal progetto culturale Cei.

Liberare il mercato del lavoro
Di fronte alla forte diversificazione dei mercati e delle economie occorre non irrigimentarle in modelli standard (come fanno i contratti nazionali) e usare diverse forme di denaro. Occorre favorire le forme di lavoro di co-produzione, lavoro fra pari, produzione e consumo insieme, lavoro di cura, nel settore del privato sociale. Anziché gli sgravi – da usare solo in maniera mirata e per le emergenze – meglio promuovere la contrattazione aziendale e territoriale. Andrebbero promossi anche i cosiddetti contratti di tipo relazionale, che trattano il lavoro per le relazioni sociali che implica, includendo oltre alla prestazione, anche servizi di welfare per la famiglia, misure assicurative e previdenziali che seguono il nesso fra i gradi di libertà del lavoratore e le sue responsabilità nell’impresa.

Più formazione
Occorre che le imprese si facciano carico della capacità di innovazione nella formazione del capitale umano e che siano sostenute da un sistema scolastico, universitario e di ricerca capace di competere sul piano della globalizzazione. Occorrerebbe fare entrare più lavoro anche negli istituti tecnici e nei licei, puntando sulla promozione delle esperienze di alternanza scuola-lavoro. Sarebbe urgente incoraggiare la diffusione dell’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale per i giovani tra i 15 e i 18 anni, così come l’apprendistato di alta formazione. Le principali barriere di ingresso dei giovani risiedono soprattutto nell’assenza o debolezza di adeguati percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, che sappiano connettere sinergicamente il mondo del sapere e quello del saper fare.

Una nuova idea di produttività
Pensare che il solo aumento di produttività in senso quantitativo possa risolvere il problema dei salari rientra in una vecchia logica. Va superato il concetto di PIL (prodotto interno lordo) con quello di BIL (benessere interno lordo). La produttività deve essere il risultato di un altro modo di lavorare, più attento alle ricompense intrinseche al lavoro e alla possibilità di scambiare parte del compenso monetario con servizi di qualità sociale per i bisogni delle persone, delle famiglie, delle comunità. La maggiore produttività è presente oggi nelle imprese che praticano il welfare aziendale, o la cittadinanza dell’impresa (corporate citizenship), con la quale i lavoratori si sentono protetti e sostenuti in un largo spettro di bisogni nella loro vita, a prescindere dal "monte salari".

Una nuova cultura del lavoro
Una nuova cultura del lavoro deve prendere atto che il lavoro è sussidiario alla persona umana e alla famiglia, e non viceversa. Quando un’impresa modifica la sua divisione del lavoro, quando adotta misure di welfare aziendale si tratta di vedere se queste iniziative corrispondono effettivamente alla realizzazione dei fini umani della persona e al sostegno delle sue relazioni familiari o, invece, rispondono a criteri di mera utilità e profitto dell’impresa. L’idea di fondo è promuovere un lavoro che elevi la qualità della vita, non solo benessere materiale (welfare) e psicologico (well-being), ma anche e soprattutto vita buona in senso morale. Da promuovere i contratti relazionali che, oltre alla parte retributiva e normativa, contemplano anche le misure di conciliazione fra l’impegno lavorativo individuale e i tempi e i servizi necessari alla sua famiglia.

Una nuova cultura del merito
È evidente a tutti che il sistema-Italia non premia il merito, non valorizza le persone, non punta a sviluppare le potenzialità del lavoratore, in particolare per le donne, ma fa esattamente il contrario. Parlare di cultura del merito significa dunque rimettere la persona al centro dell’economia e farne il perno di sviluppo sociale. Ma per ottenere questo, occorre praticamente ribaltare le regole che di fatto prevalgono nel mondo (nei mondi) del lavoro in Italia.

Investire maggiormente sul patrimonio artistico e sull’innovazione scientifico-tecnologica
L’Italia ha tutte le potenzialità per creare anche nel lungo termine lavoro qualificato, ma deve puntare di più sulla cura del suo grande patrimonio artistico e paesaggistico e sulla scienza: i due soli pilastri su cui possono fondarsi il turismo e l’innovazione tecnologica, motori primari dello sviluppo economico di un paese povero di risorse naturali. Gli investimenti pubblici devono essere duplicati e quelli privati triplicati; occorre investire in scienza, e occorre farlo anche in tempi di crisi perché per arrivare a un livello decente ci vogliono dieci-quindici anni. E tra dieci-quindici anni il lavoro avrà sicuramente un ancora più alto contenuto scientifico-tecnologico.

Il lavoro "a regola d’arte"
Uno dei patrimoni più grandi dell’Italia è rappresentato senz’altro dal lavoro artigiano. Si tratta di una cultura del lavoro basata sull’eccellenza, sulla maestria, su quel gusto del fare, e del far bene, che abbiamo saputo estendere dalle piccole botteghe artigiane fino a molte delle nostre medie imprese. Il successo del cosiddetto made in Italy dipende per l’appunto dalla capacità di molte nostre imprese di saper inglobare in se stesse la maestria del lavoro artigiano. La nostra idea è che riguardo sia alla produzione delle merci, sia alla produzione dei servizi dovrebbe essere sempre richiamata l’importanza di una cultura del lavoro "ben fatto", di un lavoro "a regola d’arte", e per questo capace di produrre soddisfazione tanto nel lavoratore che lo fa, quanto in colui che a vario titolo ne usufruisce.

Lotta alla precarietà
La lotta alla precarietà va portata su un piano culturale che superi gli schemi antiquati, in gran parte derivati da quelli marxisti, secondo i quali la precarietà è solo uno strumento di sfruttamento nelle mani del capitalista. Non si è capito che è l’intera società che sta cambiando, che la precarietà è un aspetto intrinseco di quella che ormai è nota come "società del rischio". La precarietà del lavoro è connessa, in via più generale, alla cultura di una tarda modernità che rende precarie le scelte di ogni giorno, gli stili di vita. È un intero modello di società che sta scomparendo, quello dei lavori fissi, stabili, a tempo indeterminato, mentre sorge una società delle attività e dei lavori che andrebbe compresa e allevata con saggezza, non certo con i vecchi strumenti della concertazione sindacale o con gli schemi della struttura di classe. Dobbiamo metterci all’opera per dimostrare che una nuova cultura del lavoro è possibile, una cultura del lavoro che sia per l’uomo e quindi per il lavoro.

© Avvenire, 13 maggio 2013

 

Bagnasco, no a sfruttamento e asservimento al capitale

 

 

 

Si deve sviluppare ogni sforzo affinchè siano eliminate, oltre alle numerose sacche di non lavoro, le condizioni lavorative non degne della persona, ogni forma di asservimento dell'uomo al capitale e tutte le situazioni di sfruttamento". È quanto chiede il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nell'intervento sul rapporto "Per il lavoro" elaborato dalla Conferenza episcopale italiana.
Nel messaggio - letto dal segretario generale Mariano Crociata, in rappresentanza del cardinale Bagnasco, a Genova per la vicinanza ai familiari delle vittime della tragedia al porto - il presidente della Cei sottolinea che "l'uomo e non le strutture deve essere il centro e il fine del lavoro: il lavoro, pur potendo produrre beni e ricchezze, deve anzitutto servire all'uomo, per esprimere e realizzare se stesso, divenendo anche segno di partecipazione".Bagnasco chiede che si compiano "le scelte necessarie per un autentico rinnovamento sociale", premettendo che "la Chiesa italiana considera le questioni sociali non estranee alla sua missione ma parte di essa".

Un sistema che subordina il lavoro al capitale si rivela più preoccupato di accumulare che di investire
e una società che sacrifica la crescita destina se stessa all'impoverimento e alla recessione", avverte il cardinale. Per Bagnasco, questo rischio deriva anche da "una concezione utilitaristica e individualistica, che dà la precedenza alla ricerca dei beni materiali invece che a quelli spirituali, ai beni individuali invece che a quelli relazionali e comunitari". Da ciò deriva che "molti giovani vivono il proprio futuro lavorativo come un dramma e non come una opportunità: ciò richiede una maggiore personalizzazione del lavoro e una più efficace formazione. "La Chiesa, con la sua dottrina sociale, non intende formulare un programma di governo, ma suggerire linee di fondo che orientino l'azione politica", tiene a precisare Bagnasco.

© Avvenire, 13 maggio 2013

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