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La Giornata. «Porgere l’altra guancia» unisce ebrei e cattolici

È dedicata al Libro delle Lamentazioni la 29ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei. Le riflessioni del rabbino Di Segni e del presidente del Sae Stefani

C’è un invito che giunge dal Libro delle Lamentazioni all’uomo colpito da una disgrazia: «Porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni ». E subito alla mente viene quanto dice Gesù nel Vangelo di Matteo o in quello di Luca: «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra». Basta forse questa frase a capire il profondo legame fra un testo cardine della tradizione ebraica – che è parte anche dell’Antico Testamento – e il messaggio di salvezza incarnato da Cristo. Proprio il Libro delle Lamentazioni è al centro della 29ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei che si celebra oggi in Italia. Un appuntamento che vuole «contribuire alla crescita e alla diffusione di un pensiero di conoscenza più approfondita e di collaborazione ancora più concreta tra le comunità ebraiche e le comunità cattoliche nel nostro Paese», spiega il direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo, don Cristiano Bettega, nella presentazione del sussidio Cei per la Giornata. Una pubblicazione che è un confronto a due voci fra Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e Piero Stefani, presidente del Sae (Segretariato attività ecumeniche).

Dal 2017 l’evento è scandito dalla comune riflessione sui cinque libri che nella Bibbia ebraica costituiscono le cinque megillot (i rotoli): Rut, Cantico dei Cantici, Qoelet, Lamentazioni, Ester. Dopo il Libro di Rut, tocca a quello che racconta l’uomo piegato dalla sventura che invoca il Signore. «Il tema è la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi – spiega il rabbino Riccardo Di Segni nel suo intervento all’interno del sussidio – con la descrizione di ciò che l’ha accompagnata (l’assedio, la fame fino al cannibalismo) e seguita (i massacri e la triste sorte dei superstiti), la riflessione sui motivi (colpe antiche e recenti), l’accettazione del giudizio divino ». La catastrofe che si abbatte sulla Città Santa è narrata nel Libro dei Re e nel Libro di Geremia che fu il profeta presente a Sion in quegli anni. E, sottolinea Di Segni, «la tradizione attribuisce a lui la compilazione di Ekhà », nome ebraico per indicare le Lamentazioni. Un rotolo che nella sinagoga viene aperto soprattutto in occasione di precise festività liturgiche. Una è quella del 9 del mese di Av, giorno di ricordo per le due distruzioni del tempio di Gerusalemme: la prima legata all’esilio babilonese; la seconda ad opera dei Romani nel 70. «È un giorno – chiarisce il rabbino capo – accompagnato da una liturgia lugubre, da digiuno e privazioni rituali e sia la sera d’inizio, che la mattina, è segnato dalla lettura con una speciale melodia triste del libro di Ekhà. Che quindi ha nella tradizione religiosa ebraica un preciso ruolo liturgico. L’uso liturgico attesta il profondo legame che la tradizione ebraica ha con la memoria di Gerusalemme».

Il Libro delle Lamentazioni è una sorta di alfabeto (ebraico) in poesia. «La costruzione letteraria è raffinata e sofisticata – osserva il rabbino –. I primi quattro capitoli sono in ordine alfabetico (l’alfabeto ebraico è di 22 lettere) e contengono ciascuno 22 versetti. Nel terzo capitolo ogni lettera è ripetuta tre volte, per un totale di 66 versetti. L’ultimo capitolo non segue l’ordine alfabetico, ma è comunque di 22 versetti». Di Segni si sofferma sul dettaglio della guancia da porgere a chi colpisce che «è notevole anche alla luce di un noto brano evangelico che solleva il problema della originalità di quella affermazione ». E aggiunge: «È interessante vedere come l’esegesi ebraica abbia interpretato il versetto di Ekhà che di molto la precede». Una lettura è che «una persona che accetta la sua vergogna non risponde e in questo modo mette a tacere la controversia e moltiplica la pace». Tuttavia, secondo un’altra interpretazione, se il persecutore è alimentato da odio e spirito vendicativo l’atteggiamento remissivo non lo ferma; quindi bisogna distinguere tra le situazioni. Non così sembra pensarla un’altra voce ebraica che vede nel versetto un messaggio collettivo al popolo eletto di sopportare con dignità il giogo della dispersione. Resta il fatto che il testo fa parte dell’anima ebraica e, conclude Di Segni, «ne rappresenta l’aspetto dolente, ne indirizza i sentimenti e ne configura le speranze».

Stefani: nel popolo eletto le radici comuni di tutte le Chiese

È un’iniziativa che consente «di mettere in pratica un principio ben evidenziato nei documenti ufficiali della Chiesa, secondo cui bisogna conoscere gli ebrei come loro stessi si definiscono». Piero Stefani, presidente del Sae (Segretariato attività ecumeniche), racconta la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei che si celebra oggi. «Benché sia un appuntamento nato nell’ambito della Chiesa italiana – spiega –, intende rimarcare il rapporto fra le tutte Chiese cristiane che si apprestano da domani a vivere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e le comuni radici che hanno con il popolo dell’Alleanza. Perciò la Giornata può essere considerata una significativa introduzione alla Settimana stessa».

Quest’anno al centro c’è il Libro delle Lamentazioni.

Comprendere meglio le componenti proprie del mondo ebraico significa anche entrare all’interno delle celebrazioni e del modo di pregare. Il Libro delle Lamentazioni viene letto durante la festa luttuosa in cui si ricorda la distruzione del tempio di Gerusalemme. Il testo ci suggerisce come affrontare le catastrofi della storia. E tutto ciò è di straordinaria attualità. Il Libro è dal punto di vista formale molto elaborato, poetico, segnato dall’egemonia dell’estetica. Questo testimonia come la devastazione non annienterà il linguaggio, la cultura e soprattutto la preghiera.

Come evocare Dio nel dolore, nella sciagura?

È un tema fondamentale. Il Libro spiega che la calamità è una punizione del Signore per il peccato commesso e se ne invoca il perdono. Le dimensioni del peccato, del pentimento, del perdono sono riferimenti spirituali profondissimi. Quello che non ci è più dato di fare, prendendo a prestito le parole di Benedetto XV sull’«inutile strage» per definire la prima guerra mondiale, è interpretare i flagelli storici come punizioni divine.

Prima della riforma liturgica, c’era il canto in latino delle Lamentazioni nell’“Ufficio delle tenebre” durante il Triduo pasquale che però veniva accompagnato da suoni di chiara impronta antisemita.

L’alfabeto ebraico che segna ogni versetto del testo risuonava nella liturgia cattolica. Ma in un contesto dove dominava l’avversione agli ebrei, ritenuti collettivamente responsabili della morte di Cristo. Oggi potrebbe essere riproposto in un nostro momento di preghiera come segno di fratellanza.

La Giornata è stata preceduta dal documento “Riflessioni a 50 anni da Nostra Aetate” di rabbini provenienti da Europa, Usa e Israele che lo scorso 31 agosto lo hanno consegnato a papa Francesco.

Lo specifico di questo scritto è l’essere stato firmato da una serie di rabbini ortodossi. In esso si sottolinea la positività del cristianesimo nella storia del mondo. È un documento che apre nuove prospettive riproponendo in modo preciso uno spirito già emerso. Sullo sfondo resta invece un punto molto delicato: è quello del ruolo che ha lo Stato d’Israele nell’autodefinizione ebraica. Forse, viste anche le tensioni che stanno crescendo in queste settimane intorno allo status di Gerusalemme, si tratta del problema più complesso negli attuali rapporti ebraico-cristiani.

Giacomo Gambassi

© Avvenire, mercoledì 17 gennaio 2018

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