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La morte di Wojtyla sei anni dopo

L'ormai prossima beatificazione di Giovanni Paolo II ci offre l'occasione per tornare a riflettere su come i media raccontarono i suoi ultimi giorni

Sono le prese di posizione e i commenti ecclesiali sulla guerra in Libia, la generale crisi nel Nord Africa e nel Medio Oriente e il conseguente afflusso di immigrati e profughi a Lampedusa a prevalere questa settimana (26 marzo - 1 aprile) tra le «notizie religiose» sui quotidiani italiani, con 38 titoli su 125. Il «traino» viene della prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente di primavera, che i giornali riprendono prevalentemente su questo unico punto.

Solo altri due temi, dei 35 complessivi, raggiungono od oltrepassano la decina di titoli. Uno è quello, in sé antico quanto il mondo, del rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza del male nel creato - la teodicea. Il dibattito avrebbe il suo riferimento d'attualità nella catastrofe abbattutasi sul Giappone, ma viene «montato» a 10 titoli (più i 3 di Avvenire) per una polemica, sorprendententemente sospinta fin sui giornali dal web, verso Roberto De Mattei, storico, vicepresidente del CNR, che sul punto si è intrattenuto durante una sua rubrica a Radio Maria. Al di là del merito delle sue posizioni (di cui egli stesso ha offerto l'«interpretazione autentica» su Corrispondenza romana il 30 marzo, ripreso da Libero del 31 marzo) segnalo il caso in quanto modello di come «non» si dovrebbe discutere in pubblico di questioni religiose: dal lato del prof. De Mattei, per aver immaginato che parlare «come cattolico agli ascoltatori di una radio cattolica» lo esentasse dal dovere di farsi capire da tutti, e dal lato dei suoi critici di cultura «laica» per aver subito spostato l'oggetto, da «cosa pensare di quel che ha detto» a «come può uno che la pensa così occupare il posto che occupa».

L'altro tema sul podio settimanale è Giovanni Paolo II. A conferma della persistenza dell'immagine di quel papa nello specchio dei media, da quando è stata ufficializzata la data della sua beatificazione, il prossimo 1° maggio, non c'è stata settimana in cui non gli sia stata dedicata una buona manciata di titoli. Questa volta sono ben 24, sia perché la data fatidica si avvicina, sia perché eravamo nell'imminenza del sesto anniversario della morte (2 aprile).

Così, anche per la perfetta coincidenza delle date (nel 2005 come nel 2011, il 2 aprile cadeva di sabato), ho pensato di ripercorrere qui, riprendendo l'articolo che all'epoca scrissi su Il Regno, le forme straordinarie attraverso cui in quei giorni fatidici i media accompagnarono l'agonia e la morte di Karol Wojtyla, offrendosi come potentissimo strumento per l'elaborazione del lutto collettivo.

Si può dire che tutto si è incentrato su un'immagine e su quattro storie. L'immagine riassuntiva che i media hanno privilegiato nel restituirci in diretta l'ultimo profilo di Giovanni Paolo II, quella che è rimasta nella memoria delle ultime settimane e degli ultimi giorni, è stata la finestra. Il suo essere aperta o chiusa, l'eventualità o meno che il papa vi si affacciasse (dal Gemelli o dal Palazzo apostolico, poco importa) e riuscisse a pronunciare, affacciandosi, poche o tante parole, chiare o indistinte, hanno infatti dato la cifra simbolica dell'agonia che, dietro alla finestra, si andava consumando.

La finestra con le colombe che non volevano andarsene, domenica 30 gennaio, è stata l'ultima immagine che abbiamo ricevuto di un Giovanni Paolo II «normale», per quanto fiaccato nel fisico dall'avanzare dell'età e della malattia. Nel corso dei due successivi ricoveri ospedalieri e relative convalescenze, la finestra è diventata il termometro con cui l'opinione pubblica ha verificato, periodicamente, l'evolversi della situazione: il recupero dopo la prima influenza, la difficile convalescenza seguita alla tracheotomia, la comunicazione che, perduta la parola, impietrito il volto, rimaneva eloquentemente affidata alla sola mano destra, ora benedicente, ora irata, ora affranta a coprire la fronte. Solo la ripresa televisiva di spalle durante la Via crucis del 25 marzo,Venerdì santo, ha interrotto la sequenza di «finestre»; e l'immagine, straziante, del grido muto del 30 marzo, impaginata in apertura dai TG della sera e da molti dei quotidiani di giovedì 31, e ancora da quelli di venerdì 1 aprile, è rimasta l'ultima che abbiamo del papa vivo.

Non è un caso che nelle ore seguenti gli occhi delle telecamere, e con loro quelli dei giornalisti, e dei fedeli che andavano assiepandosi in piazza San Pietro, abbiano continuato a guardare alle finestre delle stanze del papa, insistentemente, a volte ossessivamente. E quando finalmente arrivava il momento dei comunicati della Sala Stampa, le scarne notizie che essi riportavano - il papa è cosciente, è sereno, è circondato dai familiari, prega - altro non davano se non un qualche appiglio, ingigantito dal rilancio mediatico, all'immaginazione di ciò che accadeva dietro a quelle finestre, e che, finalmente, nessuna telecamera poteva rilanciare, nessun taccuino annotare. Da ultimo, anche la notizia della morte, detta alla piazza San Pietro e a quella globale, scandita dal suono delle campane, è stata ratificata dalla luce che appariva ora accesa, dietro la finestra, nella camera da letto del papa.

Se la finestra è stata l'immagine portante del racconto, quattro sono stati i temi, le storie che successivamente i fatti hanno suggerito di raccontare a chi parlava o scriveva per la vasta audience giornalistica e radiotelevisiva. La prima è stata la storia di un uomo in agonia, ed è stata avvalorata da Giovanni Paolo II stesso. La sua scelta, infatti, di rimanere nel proprio appartamento, di non tornare al Gemelli, ha comunicato ai media e al mondo non tanto l'indeterminatezza di una patologia acuta ma comunque curabile in loco, quanto il profilarsi di una prognosi infausta, di cui il papa doveva essere tanto intimamente consapevole da trarne la scelta esemplare (così spesso negata agli anziani anonimi delle nostre città) di voler «morire nel suo letto».

La seconda storia, raccontata dalla mattina del sabato fino alla notizia della morte e ai momenti successivi, è stata la storia del papa e dei giovani: remake della novella wojtyliana che i media, specie negli ultimi anni, avevano narrato più avidamente e con più sorpresa. Ora si riproponeva guidata da parole di Giovanni Paolo II che, nella notte, l'entourage del papa aveva raccolto, ricostruito e riferito appunto ai giovani, ai cosiddetti papaboys: «Vi ho cercato, adesso siete venuti da me, per questo vi ringrazio».

La terza storia, che ha occupato la nottata del sabato e la giornata della domenica, è stata la storia del papa-papà. Si può credere che sia stato il messaggio, asciutto e intenso, dell'allora presidente Ciampi, trasmesso a reti unificate, a suggerirla e a suggellarla, con quella chiusura: «L'Italia, Roma, la sua diocesi (...) piangono la perdita di un padre, di una persona amata» così coerente con i toni e le emozioni che lo pervadono. Il sentimento di solitudine, di orfanezza, è stato quello più presente nelle prime pagine dei quotidiani del mattino di domenica 3 aprile, espresso assai più dalle foto (molte mostravano un papa paterno, che abbraccia bambini piccoli o piccolissimi) che dai titoli.

L'ultima storia che i media ci hanno raccontato, e che ci ha immesso sin da allora nella futura dimensione della figura di Giovanni Paolo II, è quella del papa magno. È stato il segretario di stato uscente, il card. Sodano, nella messa in San Pietro della domenica mattina, a vidimare, con un inciso, questa nuova cifra del pontificato, facendo proprie espressioni e convinzioni che in vario modo l'opinione pubblica aveva già avanzato. La qualifica di «grande» costituisce una sintesi estrema ma perfettamente aderente sia al consenso pressoché unanime che, nel momento della morte, i media hanno registrato e rilanciato intorno all'operato del papa, sia alla dimensione quantitativa, statistica di quel pontificato: la durata, il numero dei chilometri percorsi, dei paesi visitati, delle persone incontrate, delle udienze, dei cristiani beatificati e canonizzati, dei documenti promulgati...

In sintesi: l'immagine di Giovanni Paolo II che i media ci hanno riflesso al momento della sua morte è stata quella di un uomo che, finché ha potuto, ha cercato un pulpito, fosse anche una finestra, dal quale esercitare il suo ministero; e di un uomo che, soprattutto in punto di morte, ha continuato ad esercitare, particolarmente sui giovani, quel carisma di paternità che lo ha reso grande agli occhi del mondo. Un'immagine fedele, ancorché parziale. Un'immagine di empatia, frutto di una irripetibile immunità, rispetto all'usura che i media esercitano sui loro oggetti, che la prossima beatificazione non mancherà di confermare.

Guido Mocellin

© www.vinonuovo.it, 3 aprile 2011

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