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La provocazione. Contro i profeti della catastrofe

L’evocazione delle cose ultime sembra a tal punto scomparsa dalle parole della Chiesa, che si è potuto affermare non senza ironia che la Chiesa di Roma ha chiuso il suo sportello escatologico. È chiaro che non si tratta qui di rimproverare alla Chiesa, in nome del radicalismo, il suo compromesso col mondo [...] Si tratta, piuttosto, della capacità della Chiesa di leggere quelli che Matteo (Mt.16,3) chiama «i segni dei tempi», ta semeia ton kairon.

Può un cristiano vivere unicamente delle cose ultime? Dietrich Bonhoeffer ha denunciato la falsa alternativa tra radicalismo e compromesso, che consiste in entrambi i casi di separare drasticamente le realtà ultime dalle penultime, cioè da quelle che definiscono la nostra condizione umana e sociale di ogni giorno. Come il tempo messianico non è un altro tempo cronologico, così vivere le cose ultime significa innanzitutto vivere le cose penultime.

L’escatologia non è in questo senso altro che la trasformazione delle cose penultime, queste - contro ogni radicalismo - non possono essere impunemente negate; e tuttavia – per la stessa ragione e contro ogni tentazione di compromesso – le cose penultime non possono essere in nessun caso invocate contro le ultime. Per questo Paolo esprime la relazione messianica con ciò che è ultimo e ciò che non lo è con il  verbo Katargein, che non significa "distruggere" ma rendere "inoperante".

La realtà ultima disattiva, sospende e trasforma le realtà penultime – e, tuttavia, è proprio e innanzitutto in queste che essa testimonia e si mette alla prova. Questo permette di comprendere la situazione del Regno secondo Paolo. Contro la rappresentazione corrente dell’escatologia, occorre ricordare che il tempo del messia non può essere, per lui, un tempo futuro. L’espressione con la quale lui si riferisce a questo tempo è sempre ho nyn kairos, «il tempo di ora». Come scrive in 2 Cor. 6,2: «Idou nyn, ecco ora il momento da cogliere, ecco il giorno della salvezza».

Paroikia e parousia, soggiorno come straniero e presenza del messia, hanno la stessa struttura, che si esprime in greco attraverso la preposizione pará: una presenza che dis-tende il tempo, un già che è anche un non ancora, una dilazione che non è un rimandare a più tardi, ma uno scarto e una sconnessione al presente, che ci permette di afferrare il tempo. L’esperienza di questo tempo, non è qualcosa che la chiesa potrebbe scegliere di fare o di non fare.

Non vi è Chiesa se non in questo tempo e attraverso questo tempo. L’evocazione delle cose ultime sembra a tal punto scomparsa dalle parole della Chiesa, che si è potuto affermare non senza ironia che la Chiesa di Roma ha chiuso il suo sportello escatologico. È chiaro che non si tratta qui di rimproverare alla Chiesa, in nome del radicalismo, il suo compromesso col mondo.

E nemmeno si tratta, secondo il gesto del più grande teologo ortodosso del XIX secolo, Fedor Dostoevskij, di presentare la Chiesa di Roma nella figura del grande inquisitore. Si tratta, piuttosto, della capacità della Chiesa di leggere quelli che Matteo (Mt.16,3) chiama «i segni dei tempi», ta semeia ton kairon. Che cosa sono questi "segni", che l’apostolo oppone al vano desiderio di conoscere gli aspetti del cielo? Se la storia è penultima rispetto al Regno, questo ha però, il suo luogo innanzitutto in essa.

Vivere il tempo del messia esige la capacità di leggere i segni della sua presenza nella storia, di riconoscere nel suo corso la segnatura dell’economia della salvezza. Agli occhi dei Padri –  ma anche di quei filosofi che hanno riflettuto sulla filosofia della storia, che è e rimane (persino in Marx) una disciplina essenzialmente cristiana - la storia si presenta come un campo di tensioni percorsa da due forze opposte: la prima – che Paolo in un celebre quanto enigmatico passo della seconda lettera ai Tessalonicesi, chiama to catechon – trattiene e incessantemente differisce la fine lungo il corso lineare e omogeneo del tempo cronologico; la seconda, mettendo in tensione origine e fine, continuamente interrompe e compie il tempo.

Chiamiamo Legge o Stato la prima, votata all’economia, cioè al governo infinito del mondo; e chiamiamo messia o Chiesa la seconda, la cui economia della salvezza, è, invece, costitutivamente finita. Una comunità umana può costituirsi e sopravvivere solo se queste due polarità sono compresenti e se una tensione e una relazione dialettica permangono fra di esse. È proprio questa tensione che sembra oggi esaurita. Man mano che la percezione dell’economia della salvezza nel tempo storico s’indebolisce e cancella, l’economia estende il suo cieco, irrisorio dominio su tutti gli aspetti della vita sociale.

L’esigenza escatologica, abbandonata dalla Chiesa, ritorna in forma secolarizzata e parodica nei saperi profani, che, riscoprendo il gesto obsoleto del profeta, annunciano in ogni ambito catastrofi irreversibili. Lo stato di crisi e di eccezione permanente che i governi del mondo proclamano in ogni luogo non è che la parodia secolarizzata dell’aggiornamento incessante del Giudizio Universale nella storia della Chiesa. La Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra.

 
Giorgio Agamben
 
© Avvenire, 12 maggio 2010
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