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La Provvidenza del San Raffaele

Di fronte ai debiti che crescevano per progetti sempre più ambiziosi, la risposta pare che fosse il richiamo all'«aiuto dall'alto». Uno spaccato su cui vale la pena riflettere

È troppo facile. Si, è troppo facile prendersela adesso con don Luigi Verzé. E «darci dentro» con i racconti sulla cupola che doveva essere più alta della Madonnina, con il jet privato, con le piantagioni in America Latina, nelle cronache di quanto sta succedendo intorno all'Ospedale San Raffaele. Oppure cogliere l'occasione per liquidare i conti in sospeso anche dentro la Chiesa o nel mondo della politica. È troppo facile, perché così non si affrontano davvero i problemi di cui il San Raffaele è diventato il tragico simbolo. Problemi che, a mio parere, vanno abbondantemente al di là di un clamoroso buco di bilancio.

Intanto il dramma consumatosi a Milano l'altra mattina mostra un altro volto della questione dell'uomo di fiducia, di cui parlavo appena qualche giorno fa. Perché il vice-presidente del San Raffaele Mario Cal che si suicida perché travolto da una situazione che non è più in grado di risolvere con un gioco di prestigio, è la dimostrazione di come queste logiche di potere non siano affatto un gioco innocente. E dunque diventa ancora più urgente una verifica su quali siano le logiche che guidano i consigli di amministrazione anche in casa cattolica.

Ma c'è un aspetto che mi ha colpito ancora di più leggendo i racconti su come funzionavano le cose al San Raffaele: la commistione tra l'azzardo dell'imprenditore Verzé e il richiamo alla Provvidenza. Di fronte ai debiti che crescevano anche a causa di progetti sempre più ambiziosi, la risposta pare che fosse il richiamo a quell'«aiuto dall'alto» che aveva permesso all'ospedale di diventare quello che era. A me vengono i brividi a pensare a questa idea della Provvidenza modello Superenalotto: un jolly che ti piove dall'alto e in forza del quale puoi permetterti di buttarti in qualsiasi impresa. Mi sembra un'idea fondamentalmente pagana, che piega il divino alle nostre manie di grandezza. Ma anche qui, prima di scagliare la pietra solo contro don Verzé, un bell'esame di coscienza non farebbe male a tutti noi. Mi chiedo - ad esempio - se non ci sia la stessa logica dietro a quella corsa a dotare tanti nostri oratori di strutture sempre più belle, contando sul fatto che poi tanto c'è «la Provvidenza» che ripianerà il debito. E se questo stesso germe non possa infilarsi anche in tentazioni molto più sottili: quanta gente, ad esempio, fa pubblicità a se stessa in nome della solidarietà con chi ha bisogno davvero?

Se c'è una cosa che ci hanno insegnato i grandi santi che in questo volto molto concreto della presenza di Dio tra gli uomini ci credevano sul serio, è che la Provvidenza è legata a filo doppio alla sobrietà. «Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili», diciamo con Maria nella preghiera del Magnificat. Però lo leggiamo male, perché - in fondo in fondo - siamo compiaciuti dall'idea che almeno Dio può permettersi di fare un dispettuccio a chi sta in alto. Ma così non capiamo la verità più profonda di quelle parole: solo se sei sobrio, se sai coltivare la virtù della misura, capisci che nulla è davvero tuo. E accetti che non tutto sia un obiettivo alla tua portata. Senza queste premesse, che senso ha parlare di Provvidenza?

Resta, infine, la domanda: e adesso? Si parla molto dell'intervento vaticano per il salvataggio del San Raffaele e spero davvero che sia la strada per far sì che quanto di buono comunque c'è stato in quell'esperienza non vada disperso. Mi lascia, però, molto perplesso l'idea della mega-fusione tra il San Raffaele, l'Ospedale Bambino Gesù, il Policlinico Gemelli e la Casa Sollievo della Sofferenza che - secondo quanto raccontano colleghi di solito ben informati - sarebbe accarezzata niente meno che dal cardinale Segretario di Stato. Un gigante della sanità cattolica italiana, all'insegna dell'eccellenza nei servizi, si dice. Mi chiedo: ma non è la stessa logica di grandezza che ha portato al disatro il San Raffaele? E che cosa avremmo detto se una cosa del genere l'avesse immaginata il governo italiano con quattro grandi ospedali pubblici collocati al Nord, al Centro e al Sud dell'Italia? Non saremmo qui a denunciare i pericoli del centralismo? Non paventeremmo il rischio del «grande carrozzone in cui chissà poi come li nominano i primari»? Non chiameremmo in causa il principio di sussidiarietà, la valorizzazione dei corpi intermedi, il radicamento nelle realtà locali?

Quando sento idee del genere mi chiedo se non sarebbe il caso di discuterne un po' di più di questo benedetto principio di sussidiarietà. Mi viene il dubbio che a forza di tirarlo di qua e di là della sua forza profetica sia rimasto ben poco.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 20 luglio 2011

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