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La Settimana Santa: mercoledì. Perché Giuda resta nostro fratello

Nel Mercoledì della Settimana Santa, il Vangelo racconta l’annuncio del tradimento di Gesù. Giotto lo riproduce in un celebre dipinto. Don Primo Mazzolari prova a capire Giuda, il traditore

L’arte è spesso una sorta di vocabolario della fede, capace per così dire di dare “voce” alle pagine del Vangelo, facendole dialogare anche con chi le frequenta poco. Una regola che, magari meno che in passato, vale anche oggi. Per questo, in preparazione alla Pasqua, abbiamo pensato di approfondire alcuni passi del Vangelo facendoci aiutare da celebri dipinti e dalla riflessione di alcuni maestri dello spirito. Iniziamo dalla liturgia del Mercoledì della Settimana Santa che ci propone l’annuncio del tradimento di Giuda (Matteo 26, 14-25). Durante l’ultima Cena, Gesù anticipa la sua Passione: (...) «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Don Primo Mazzolari e il "povero" Giuda

Come rapportarci dunque con la figura di Giuda? Va condannato senza attenuanti oppure dobbiamo provare a capirlo? Nell’omelia del Giovedì Santo 1958, don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo, disse così:

«Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore (...)».

Riccardo Maccioni

© Avvenire, mercoledì 28 marzo 2018

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