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La voce di un prete ortodosso. Il «rischio» del sacerdozio negli avamposti della storia

Parlando del rischio del sacerdozio, non intendiamo usare una figura retorica. Colui che fa una scelta totale rimane maggiormente esposto e vulnerabile: da fuori – perché la luce che è dietro di lui denuda ogni suo peccato e sbaglio – ma, anche interiormente, poiché per il diavolo non c’è bottino più appetibile di un servitore del suo Nemico.

«Non ho bisogno di mediatori». Quante volte abbiamo sentito questa sentenza che gentilmente condanna a morte la Chiesa nel nome dell’Altissimo "puro" e impercettibile? Un contatto diretto e segreto con l’aldilà si vanta di potersela cavare senza questi funzionari di Dio che amano mettere il naso nelle faccende che non li riguardano. Ma in principio era la Parola, che non ha avuto paura di incarnarsi nelle lettere della lingua umana, questa meravigliosa mediatrice fra il nostro piccolo universo intimo e tutto il creato.

Tra «le profondità di Dio», come dice san Paolo, e noi sulla terra si trova un sistema di strumenti puramente umani (segni, suoni, significati) di cui la Parola si è rivestita. Senza tutto ciò, quale sarebbe il nostro contatto con l’Incomprensibile? Un muggito, uno slancio dell’anima assegnata al mutismo. Dio si dona alla materia scolpita dalle sue creature. E così noi l’accogliamo nel nostro vocabolario, nel nostro pensiero, nel modo di agire e, infine, nel suo stesso corpo ch’è la Chiesa. L’essere Chiesa proviene dalla più radicale conclusione che si possa trarre dall’Incarnazione. La vocazione dei suoi servitori è quella di forgiare i caratteri con i quali la Parola ci parla. Il mistero rimane insondabile, rinunciando alla propria invisibilità e incomprensibilità, per rivestirsi di tutto ciò ch’è umano, tangibile, riconoscibile. Dio prende il coraggio di "scendere", di offrirsi ai peccatori e ai suoi nemici. Ma anche l’uomo assume il rischio di accoglierlo nella propria esistenza terrena, di vivere e agire in Lui. Questo rischio porta il nome di sacerdozio. Nel nostro mondo troppo concreto il sacerdozio risulta essere una professione "stolta" poiché si fonda soltanto sulla «prova delle cose che non si vedono» (Eb 11,1). Sulla certezza che, un tempo, un certo Gesù è vissuto sulla terra, ha parlato del suo Regno, è morto da uomo ed è risuscitato da Dio.

La sua risurrezione ha lasciato un’enorme eredità di luce e ogni suo discepolo, soprattutto chi lo segue fino in fondo, ne rimane testimone, ma anche ospite dell’anticamera del Regno promesso. Non è un’abitazione tranquilla, preparata per delle vacanze celesti. Essa si trova sulla frontiera, fra le cose che «si sperano» e la realtà, sempre troppo umana. Il dono del sacerdozio è quello di vivere nel mistero incarnato, di lavorare nella sua apertura, di "investire" nei sacramenti e di continuare nella fatica dell’amore. Ma dov’è il peccato, abbonda anche la grazia. È vero anche il contrario: dove c’è la grazia, il padre della menzogna s’impegna di più, in un lavoro sporco.

Parlando del rischio del sacerdozio, non intendiamo usare una figura retorica. Colui che fa una scelta totale rimane maggiormente esposto e vulnerabile: da fuori – perché la luce che è dietro di lui denuda ogni suo peccato e sbaglio – ma, anche interiormente, poiché per il diavolo non c’è bottino più appetibile di un servitore del suo Nemico. Ogni sacerdote è come un campo di battaglia, e i colpi che egli non può respingere per la propria debolezza (umana, ma a volte anche diabolica) li riceve Cristo, feriscono Dio. Non mi stupiscono i tanti scandali attorno alla Chiesa di ieri e di oggi. Il rischio era reciproco fin dall’inizio e la battaglia andrà avanti. Ma sappiamo già il nome del Vincitore.

Vladimir Zelinskij
© Avvenire, 10 giugno 2010
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