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Le domande senza più risposta. L'ipocrisia dei legalizzatori

Quante Amy Winehouse esistono? Quanti che non sono famosi né cantano, che non hanno gli onori e gli oneri della notorietà, eppure vivono identici inferni interiori? E hanno, dentro, lo stesso vuoto che tentano di colmare con stupefacenti illusioni da sniffare o fumare o ingoiare?

Te lo chiedi e ti rendi conto che c’è qualcosa che stride in alcune parole di «commozione» e «dolore» per la morte annunciata di quella ragazza dalla voce graffiante come Aretha Franklyn. Nella frase di rito: «È scivolata fino al fondo dell’abisso». Vero, certo. Ma il punto è che quella frase la sta pronunciando, turbato, anche chi conduce una battaglia campale quasi quotidiana per depenalizzare o legalizzare o liberalizzare le droghe, che – se vincesse – darebbe una gran mano alle mille altre Amy ad annientarsi meglio e in fretta, anzi darebbe loro una bella spinta proprio nell’«abisso». Allora delle due l’una: certi turbati e commossi "antiproibizionisti" nemmeno sanno per cosa (e chi) battagliano, oppure la loro ipocrisia è inquietante assai più delle loro idee. In entrambi i casi, sarebbe stato meglio, molto meglio, se avessero taciuto.

La tragedia di quella giovane e magnifica cantante non era la droga e neanche l’alcol o l’anoressia. Era lei stessa. Il suo cuore. La sua anima talmente aggrovigliata d’averla, alla fine, soffocata e uccisa. E nessuno probabilmente ha provato (davvero) a liberargliela o, almeno, nessuno c’è riuscito. Di sicuro, non avrebbero potuto droga e alcol, che sono tra i migliori strumenti per trasformare il vuoto che si ha dentro in un buco nero nel quale scomparire per sempre. Amy non poteva non saperlo. Però quella che sarebbe diventata la sua ultima notte l’aveva cominciata – ci hanno raccontato – proprio con la voglia decisa e sfrenata di sballarsi alla grande. L’aveva già fatto tante e tante altre volte, e tutti lo sapevano. Eppure, lo stesso, le era facilissimo trovare droghe e impossibile qualcuno che invece le accendesse una luce.

La domanda resta così senza risposta: cosa avrebbe preferito Amy? La droga o una luce? Non lo si saprà più. A meno che venga voglia di girare la domanda a qualsiasi ragazzo che le droghe le viva (o le abbia vissute) sulla sua pelle: cioè a qualsiasi altra Winehouse, famosa o meno che sia. Per questo le pubbliche "commozioni" di certi antiproibizionisti somigliano più a un’offesa che al turbamento: la droga del resto (stando a loro e solo loro), come pure la morte, non è un «diritto»? Non è «assoluta, intangibile libertà personale»? Secondo i parametri di certi signori, Amy ha «scelto» liberamente e autonomamente. Si è autodeterminata. Dunque un «peggio per lei» o quanto meno un «peccato, le è andata male» su quelle bocche sarebbe stato meno ipocrita. A proposito: nelle cronache di questi giorni il nome di Amy Winehouse viene spessissimo legato anche ai concetti di «leggenda» e di «per sempre»: sarà vero – illustri precedenti lo testimoniano – però anche quest’accostamento appare in fondo sgradevole. Come a voler certificare che il passaporto per una sorta d’eternità terrena passi dallo sballo (possibilmente definitivo) o – peggio – che quanta più sregolatezza si possieda (possibilmente suicida) tanto più si è prossimi al genio. Annotazione finale: si è lasciato che Amy incenerisse la sua vita appena ventisettenne, però ieri il suo secondo disco (Back to Black) è schizzato in cima alla classifica degli album scaricati dal web, mentre nel Regno Unito si sono già moltiplicate trentasette volte le vendite...

Pino Ciociola

© Avvenire, 26 luglio 2011

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