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Lettonia, un laboratorio ecumenico: «Le differenze non diventino divisioni»

Nell'incontro con i cristiani di altre confessioni, papa Francesco ricorda che «se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna di qualunque provenienza, rinchiudendoci nel “mio”, dimenticandoci del “nostro”: la casa comune che ci riguarda tutti»

«Un tempio in cui l’amicizia, con cui Dio ha benedetto i cristiani della Lettonia, appare in modo visibile. L’arcivescovo luterano di Riga, Jānis Vanags, accoglie papa Francesco nella cattedrale dedicata alla Madre di Dio  e ricorda la «competizione tra cristiani che ha conosciuto conflitti e persino la violenza». Ma poi «il pesante mezzo secolo sotto il giogo ateo sovietico dolorosamente ci ha ricordato quello che ha chiesto nostro Signore: “Che tutti siano una sola cosa”».

Alla preghiera ecumenica, in uno Stato a maggioranza luterana e dove i cattolici sfiorano il 20 per cento, sono presenti anche l’arcivescovo cattolico Zbignevs Stankevics e il metropolita ortodosso Aleksandrs Kudrjasovs, oltre a rappresentanze di russi ortodossi, battisti, metodisti, episcopaliani e due branche della chiesa pentecostale, anglicani e metodisti.

«Un ecumenismo vivo», lo definisce papa Francesco ringraziando per la «collaborazione e lamicizia tra le Chiese cristiane» e ricordando che questa «Casa Cattedrale che da più di 800 anni ospita la vita cristiana di questa città» è «testimone fedele di tanti nostri fratelli che vi si sono accostati per adorare, pregare, sostenere la speranza in tempi di sofferenza e trovare coraggio per affrontare periodi colmi di ingiustizia e di dolore. Oggi ci ospita perché lo Spirito Santo continui a tessere artigianalmente legami di comunione tra noi e, così, renda anche noi artigiani di unità tra la nostra gente, così che le nostre differenze non diventino divisioni».

Papa Francesco prende a esempio il grande organo che fu il più hrande d’Europa al tempo della sua inaugurazione per dire che bisogna fuggire la tentazione di diventare turisti. L’organo ha accompagnato la vita di generazioni di fedeli e per i residenti è stata parte della loro vita, tradizione e identità. Per i turisti, invece, è un oggetto da fotografare, un’attrazione da museo. Il pericolo però è quello che anche noi passiamo da «residenti a turisti. Possiamo smettere di sentirci cristiani residenti per diventare dei turisti. Di più, potremmo affermare che tutta la nostra tradizione cristiana può subire la stessa sorte: finire ridotta a un oggetto del passato che, chiuso tra le pareti delle nostre chiese, cessa di intonare una melodia capace di smuovere e ispirare la vita e il cuore di quelli che la ascoltano».

Non dobbiamo smettere di far risuonare la musica del Vangelo nelle nostre viscere, altrimenti, ammonisce papa Francesco, «avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati».

Torna sui temi dell’inclusione e del dialogo sottolineando che «se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna di qualunque provenienza, rinchiudendoci nel “mio”, dimenticandoci del “nostro”: la casa comune che ci riguarda tutti». Ascoltando il Vangelo «troviamo l’unica strada possibile per ogni ecumenismo: nella croce della sofferenza di tanti giovani, anziani e bambini esposti spesso allo sfruttamento, al non senso, alla mancanza di opportunità e alla solitudine».

E sebbene possano essere tempi difficili e i cristiani possano apparire minoranza poco incisiva «questo non può portare a un atteggiamento di chiusura, di difesa e nemmeno di rassegnazione. Non possiamo fare a meno di riconoscere che certamente non sono tempi facili, specialmente per molti nostri fratelli che oggi vivono nella loro carne l’esilio e persino il martirio a causa della fede. Ma la loro testimonianza ci conduce a scoprire che il Signore continua a chiamarci e invitarci a vivere il Vangelo con gioia, gratitudine e radicalità».  Non possiamo farci vincere dalla paura, «il Signore ci darà la forza per fare di ogni tempo, di ogni momento, di ogni situazione un’opportunità di comunione e riconciliazione con il Padre e con i fratelli, specialmente con quelli che oggi sono considerati inferiori o materiale di scarto».

Infine ricorda che «l’unità a cui il Signore ci chiama è un’unità sempre in chiave missionaria, che ci chiede di uscire e raggiungere il cuore della nostra gente e delle culture, della società postmoderna in cui viviamo, “là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città”».

Annachiara Valle

© www.famigliacristiana.it, lunedì 24 settembre 2018