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Lo chiamavano Portaparola

Dal 2003 un Direttorio Cei suggerisce che in ogni parrocchia ci sia «un animatore della comunicazione e della cultura». Proviamo a leggere il suo decalogo...

È un essere a metà tra il «moderno» addetto stampa e il «vecchio» zelatore della buona stampa: quel volontario che una volta, alle porte della chiesa, offriva i giornali cattolici ai fedeli della domenica. Oggi si chiama invece «Portaparola» e, nonostante le cospicue risorse che la Cei ci investe sopra fin dalla sua creazione nel 2003, come tutti gli ibridi la sua figura fatica a riprodursi da sé. E forse, leggendo questo articolo, se ne potrà capire meglio il motivo.

Nessuno dubita, infatti, che i mass media cattolici abbiano potenzialità e valori degni di maggior successo, e che proprio il passaparola di convinti sostenitori possa generare benefici effetti; ma di qui ad arrivare al faraonico e dirigista progetto di dotare ognuna delle 225 diocesi e delle circa 25.000 parrocchie italiane di un «operatore specializzato per la promozione della stampa cattolica e per l'animazione culturale», dedicandogli un intero capitolo del «Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa», forse ce ne corre.

«Nuovi protagonisti per la missione della Chiesa»; «Nuove figure di animatori nell'ambito della cultura e della comunicazione, che affianchino quelle del catechista, dell'animatore della liturgia e della carità»; «Animatori che nella pastorale ordinaria sappiano conferire spessore culturale alle iniziative della comunità ecclesiale»... Come spesso succede anche nella Chiesa, l'enfasi si spreca: «I compiti di chi è chiamato a operare in questa prospettiva sono di enorme ampiezza», tanto da «non escludere una forma di mandato ecclesiale» per il Portaparola. Del resto «occorre rompere il cerchio di autoreferenzialità che spesso rende il vissuto ecclesiale chiuso e restio al dialogo» e «questa nuova figura potrà accompagnare la comunità ecclesiale anche nella sperimentazione di nuovi percorsi di evangelizzazione».

Tutto grande, tutto bello. Ma in pratica, se poi uno va a cercare (ed è facile farlo attraverso Internet) il «decalogo del Portaparola», vede come sono declinati in concreto ­- e malgrado un'attività davvero frenetica, tanto da far supporre che si tratti di un lavoro a tempo pieno ­- gli altisonanti compiti suddetti. ­ Qualche esempio.

Bisogna «rompere il cerchio di autoreferenzialità» della Chiesa? Infatti il Portaparola «legge Avvenire per essere informato e far crescere ogni giorno la propria capacità di giudizio sull'attualità... diffonde e fa conoscere la stampa cattolica nazionale e diocesana... conosce Sat2000 e le emittenti radio e tv diocesane, ne fa conoscere la programmazione segnalando particolari programmi o dirette... fa circolare o propone in bacheca articoli tratti da Avvenire e dalla stampa cattolica... educa i parrocchiani alla lettura suggerendo libri intelligenti fornendo schede bibliografiche, ad esempio tratte da Avvenire...».

Si tratta di un nuovo importante ministero laicale capace di orientare la pastorale della Chiesa? E appunto il Portaparola «realizza (se richiesto) il bollettino parrocchiale... organizza (se richiesto) le attività culturali della parrocchia... cura (se richiesto) una biblioteca e una videoteca parrocchiali... ci fa carico (se richiesto) del sito Internet... d'accordo con il parroco, cura un punto vendita domenicale con titoli selezionati, diffondendo anche l'insegnamento del Papa e del vescovo...».

Ci si può chiedere a questo punto se il povero Portaparola troverà mai il tempo di leggere qualcosa di più «laico», magari un fumetto o un romanzo, oppure se vive proprio fuori dal mondo. Per fortuna l'ultimo punto del decalogo sembra soccorrere noi e sospingere lui un pochino fuori dal «recinto»: il Portaparola infatti «si mantiene aggiornato sulle manifestazioni culturali della città o del paese, sulle iniziative dei dintorni, sui dibattiti che interessano da vicino la gente, e (se è il caso) le segnala o addirittura, dopo le opportune consultazioni, prende posizione. Segue la stampa locale con capacità di lettura critica e di opportuno intervento». Ah, ma allora i cattolici possono attingere per la loro informazione e cultura anche a qualcosa di non strettamente ecclesiale! Sì, certo; però mi raccomando: solo la «stampa locale» e «dopo le opportune consultazioni». «Addirittura».

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 1 aprile 2011

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