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Lo Stato non paga e il non profit regge la sanità

​La Regione Puglia deve ringraziare ospedali religiosi come quello di Padre Pio se è riuscita a rispettare il piano di rientro della sanità.

Non le sarebbe bastato aumentare le tasse ai pugliesi, se avesse pagato i propri debiti verso Casa Sollievo della Sofferenza (138 milioni di euro richiesti), se non avesse tagliato le tariffe (30 milioni in meno in tre anni, tasse comprese), o se non avesse incassato 28 milioni all’anno dalle altre Regioni, a titolo di rimborso per le prestazioni erogate in regime di mobilità sanitaria da questo nosocomio.

Certo, la Puglia ci sarebbe riuscita comunque se la sua sanità pubblica applicasse i costi standard, che poi sono la regola a San Giovanni Rotondo come negli altri 19 ospedali del Network Italiano per la Sanità, del quale Casa Sollievo è socio fondatore. Invece, sempre nel triennio citato, gli ospedali pubblici pugliesi hanno visto ripianare i rispettivi disavanzi con 259 milioni di euro.

San Giovanni Rotondo è un chiarissimo esempio delle asimmetrie che viziano il rapporto tra gli ospedali classificati e il sistema sanitario nazionale. Asimmetrie che generano perdite. Perdite che gravano sui patrimoni delle istituzioni religiose. Patrimoni privati, dunque, che finanziano il servizio sanitario pubblico. Rebus sic stantibus, suonano paradossali le notizie diffuse nel mondo sanitario circa un presunto "crac" dell’ospedale di Padre Pio, che è considerata una delle istituzioni più prestigiose ed efficienti del Centro-sud, un istituto di ricerca (Irccs) di livello internazionale per le malattie genetiche, le terapie innovative e la medicina rigenerativa, impegnata nei trapianti di cellule staminali non embrionali sui malati di Sla (il direttore scientifico è Angelo Vescovi) e nella costruzione del nuovo centro di ricerca, che sarà finanziato con fondi europei per 14 milioni di euro.

Ma ciò che rende questo nosocomio ancor più strategico sono i numeri dei ricoveri (57.000), delle prestazioni ambulatoriali (1,2 milioni) e di quelle di dialisi (oltre 80.000). Queste ultime vengono effettuate dal suo staff anche in altri tre centri del Gargano. La Regione li ha affidati "provvisoriamente" a Casa Sollievo: avrebbero dovuto essere presi in carico dalle strutture pubbliche, ma in sette anni non è avvenuto. Naturalmente, la tariffa è rimasta congelata al valore del 2006.

Sono dunque i numeri a sancire il ruolo pubblico dell’ospedale classificato sorto sulla montagna, che ogni anno viene "scalata" con fiducia da 350mila pazienti, tutti assistiti in convenzione con il servizio sanitario nazionale. La tradizione popolare vuole che sia proprio questo il "miracolo" di san Pio da Pietrelcina: l’aver costruito un ospedale sulle alture del Gargano, in una zona impervia e lontana dai grandi centri, dove però i letti non restano mai vuoti e i ricercatori vincono bandi di ricerca per oltre venti milioni di euro. «Smembreremo tutta la montagna e faremo il resto con l’aiuto di Dio» diceva il Santo delle stimmate.
Anche i libri contabili autorizzano la fiducia.

Le perdite registrate in quasi sessant’anni dalla fondazione di Casa Sollievo - proprietaria dell’ospedale - ammontano a 123 milioni di euro, esattamente quanto ha ripianato la Regione a quattro nosocomi pubblici nel solo 2011. Le perdite possono essere facilmente coperte dal patrimonio della fondazione come pure dell’Immobiliare Spa, costituita con le donazioni iniziali dallo stesso padre Pio, per mettere al sicuro la sua "creatura"; tuttavia, negli ultimi quattro anni, si è assistito ad una decisa inversione della curva dei costi e alla riduzione dei disavanzi annuali. Senza la riorganizzazione attuata, che ha portato a una riduzione di personale (tra l’altro, sono stati tagliati 9 primariati) ma anche ad accantonare due milioni a tutela dei tfr, il disavanzo tendenziale annuale avrebbe superato i 50 milioni di euro, invece di fermarsi, com’è avvenuto, a 12 milioni, mentre le perdite scendevano dai 17,8 milioni del 2010 a 12,3 nel 2011.

La ricerca di una maggiore efficienza prosegue tuttora, per quanto il peso medio dei ricoveri ordinari, che misura la complessità dei casi trattati, sia già di 1,135, contro la media nazionale di 1,084 e l’1,007 pugliese, e per quanto in questi anni sia aumentato il tasso medio di attrazione extra-regionale (16%, con punte del 30), ma soprattutto nonostante i ricavi siano di anno in anno più risicati, perché sono legati a filo doppio a quei rimborsi delle prestazioni che la Regione tarda sistematicamente a erogare e che debbono sottostare a tetti di produzione e tariffe quasi sempre imposti e non negoziati.

Più  volte, in questi anni, l’asimmetria sanitaria è diventata materia per giudici amministrativi, ma il Tar della Puglia non ha sciolto i nodi. Al contrario, una recente sentenza, equiparando le cliniche private profit e gli ospedali religiosi classificati - malgrado questi ultimi siano incardinati nella rete ospedaliera regionale - ha sollevato la Regione dall’obbligo di rimborsare le prestazioni di pronto soccorso erogate oltre il tetto previsto, ponendole a carico del paziente e, in caso d’indigenza, dell’ente erogatore.

Non ci sarà un crac, dunque, ma le sofferenze restano. Del resto, è difficile essere redditivi quando l’ente che acquista un servizio è lo stesso che autorizza, accredita, convenziona e controlla quel che si produce e quando questo ente ha la facoltà di decidere il budget e ridurre le tariffe unilateralmente, imponendo così una produttività "forzosa". Che però nessuno si azzarda a imporre agli ospedali pubblici: negli stessi anni in cui il nosocomio religioso veniva messo a stecchetto il Policlinico di Bari riceveva dalla Giunta regionale, sotto forma di maggiori finanziamenti e ripiano del disavanzo triennale, 151,5 milioni di euro, gli Ospedali Riuniti di Foggia 69,8 e l’Irccs Oncologico di Bari 22,2 milioni. Al contrario, l’asimmetria sanitaria ha costretto Casa Sollievo a rinunciare a 7 milioni di interessi: solo così, infatti, è riuscita a incassare i crediti maturati fino al 2006. Per gli altri sta ancora aspettando.

Paolo Viana
 
© Avvenire, 25 febbraio 2013
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