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L'oratorio? Un concorrente sleale

La sentenza del Consiglio di Stato equipara gli enti non profit ad enti commerciali in nome del mercato. L'allarme è generalizzato e molti enti rischiano il tracollo. Ma è giusto?

 

Il parere negativo del Consiglio di Stato sull’esenzione dell’Imu per gli enti non profit si basa su un concetto liberista che fa piazza pulita di secoli e secoli di economia sociale, fin dai tempi delle confraternite medievali. I giudici di Palazzo Spada in pratica recepiscono un principio molto in voga nell’Unione europea: qualsiasi attività economica non può essere favorita da aiuti di Stato in base al principio di libera concorrenza. Nemmeno quelle che reinvestono gli utili e non fanno profitti. Per l’Europa infatti, il non profit non esiste e la commercialità non tiene conto degli scopi lucrativi. Il risultato è che gli enti non profit, dalle associaizioni culturali agli oratori, sono in serie difficoltà e rischiano di esserlo ancora di più. L'allarme ormai è generalizzato.

Il dio mercato è dio mercato e basta, che si tratti di una mensa per i poveri o una casa famiglia, o una clinica per assistenza ai disabili o un istituto per la cura degli anziani. Il dio mercato di fronte a queste “sfumature” resta cieco. Anche di fronte a scuole per l’infanzia dove la parrocchia copre i buchi per non alzare le rette e gli insegnanti accettano di prendere stipendi più bassi rispetto ai loro collegi statali e spesso i genitori nei weekend si mettono a fare i bidelli. Ma la cosa, se non fosse drammatica, dovrebbe suscitare ilarità, poiché non si vede dov’è la concorrenza sleale per il bar di un oratorio che al massimo va in pareggio o reinveste in attività educative per i ragazzi. Forse danneggerebbe il bar del quartiere? E la mensa della Caritas,  farebbe concorrenza la self service o al ristorante all’angolo della strada? La sentenza del Consiglio di Stato, per fortuna non vincolante, se recepita porterebbe a conseguenze paradossali, perché oltre a mettere in ginocchio il terzo Settore, produrrebbe oneri e costi aggiuntivi per lo Stato e la situazione dei deboli peggiorerebbe ulteriormente.

Ma sull’esenzione dell’Imu ormai è perfino impossibile aprire un dibattito. Il problema  è che una campagna infame che si trascina da mesi ha sollevato ad arte un polverone che ha associato il Terzo Settore alla Chiesa, scambiando un diritto al servizio del bene comune e dei più deboli per un privilegio. In realtà l’esenzione dell’Imu è per una rete che fa capo a 400 mila organizzazioni, 750 mila occupati e cinque milioni di volontari, e che solo in minima parte è composta da enti ecclesiastici. Che peraltro hanno sempre pagato là dove c’era da pagare, tanto  è vero che non ci sono mai stati contenziosi con i Comuni. Ma questo Paese si è incattivito, e ormai non riconosce nemmeno più il bene che fanno le parrocchie  i volontari. Gli effetti sociali della crisi economica sarebbero molto più dirompenti senza l’apporto e l’assistenza fornite dagli enti non profit e dagli istituti ecclesiali. A questo punto viene da chiedersi a chi dà fastidio il Terzo Settore e se dietro questa campagna non ci sia la manina di chi vorrebbe appropriarsi a buon prezzo dei beni ecclesiastici destinati alla carità.  

Francesco Anfossi
 
© Famiglia Cristiana, 23 novembre 2012
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