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L'ulivo, il fico, la vite, il rovo

"Dissero gli alberi al rovo: «Vieni tu a regnare su di noi!». E il rovo: «Se mi ungete re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra!». (Giudici 9, 14 - 15 Luca, 24,29)

Il grande poeta inglese John Milton, nel suo Paradiso perduto (1667), ha scritto un verso paradossale: «Meglio regnare all’inferno, che servire in cielo». Con questo assioma affermava, però, una verità amara: gli uomini preferiscono il potere a ogni costo, convinti, come diceva un nostro noto uomo politico, che «il potere logora chi non ce l’ha».

Ebbene, noi attraverso il nostro frammento biblico faremo insieme una caustica riflessione su questo anelito dell’uomo, causa di tanti mali per la società. Lo faremo attraverso la prima, compiuta parabola che appare nella Bibbia. Come sappiamo, sarà Gesù con le sue almeno 35 parabole a rendere popolare questo genere letterario. Esso, però, era già diffuso nell’antichità ed è rintracciabile anche nell’Antico Testamento.

A narrare la parabola (in ebraico mashal), che abbiamo proposto nel suo apice conclusivo, è un certo Iotam, fratello di Abimelek: quest’ultimo s’era messo in testa di diventare re della città ebraica di Sichem e, per raggiungere il suo scopo, aveva iniziato con un bel bagno di sangue, eliminando tutto il suo clan familiare, una settantina di persone, considerate come pericolosi pretendenti o concorrenti. Una di queste s’era, però, salvata nascondendosi: era appunto il fratello minore Iotam. Egli sale sul monte che diverrà sacro ai Samaritani, il Garizim, e urla il suo apologo, così da mettere in guardia i suoi concittadini di Sichem sull’abisso verso il quale stanno incamminandosi. A valle, infatti, è riunita un’assemblea di capi di Sichem e della regione che stanno per proclamare Abimelek come loro sovrano.

Come accade nelle favole, protagonisti sono o gli animali o i vegetali personificati che diventano maestri degli umani insipienti. Nel nostro caso entrano in scena innanzitutto i tre alberi tipici del paesaggio mediterraneo: l’ulivo, il fico, la vite (si legga il testo integrale di Giudici 9,7-21). La delegazione delle altre piante si reca da questi tre “colleghi” per invitarli ad assumere la carica di re degli alberi. Ma la risposta è negativa: essi sono lieti di essere utili agli altri col loro olio o col frutto dolce o col vino inebriante e non vogliono lasciarsi prendere da manie di dominio, librandosi sopra le altre piante, gloriandosi e vivendo riveriti e serviti.

Di fronte a questo rifiuto la delegazione si rassegna al tentativo di coinvolgere il rovo il quale accetta subito con piacere, dato che non ha nessun impegno se non quello di ramificarsi su altri vegetali vivendo da parassita e producendo solo spine. E subito il rovo rivela la tipica arroganza del potere. Arido com’è, s’immagina già frondoso ed elevato e invita le altre piante a piegarsi sotto la sua ombra. È questo il frammento da noi citato che prosegue con un’altra battuta da sbruffone: se non vi piegherete a me, ebbene «esca dal rovo un fuoco e divori i cedri del Libano». Detto in altri termini, facendo il gradasso, il rovo minaccia persino i possenti e maestosi cedri del Libano.

Iotam applica la morale della parabola alla sua situazione politica. Il lettore potrà liberamente applicarla alla nostra classe politica, ricordando comunque che un po’ di anelito verso il potere prevaricatore è in tutti noi. Il nostro scrittore Luciano De Crescenzo ci ricordava mediante il suo personaggio Bellavista che «il potere non sazia, anzi, è come la droga: richiede sempre dosi maggiori».

Gianfranco Ravasi

© Famiglia Cristiana, 12 maggio 2011

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