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Ma questa crisi è soprattutto etica e la via d'uscita passa per l'educazione

Non ci si può continuare a consolare solo e soltanto con la meritoria "supplenza" ordinaria della Chiesa, della famiglia e del volontariato, tutte realtà ancora e sempre ricche di contenuti valoriali eticamente significativi eppure poste pesantemente in questione dai processi di secolarizzazione, di scomposizione familiare e dal predominio del "potere nudo".

A osservare gli avvenimenti italiani che si dispiegano quotidianamente, viene sempre più da pensare che la crisi, prima che economica, sia soprattutto etica. Di quell’etica, ovviamente, che non coincide necessariamente con la morale dei precetti, ma che consiste nell’insieme dei valori che orientano l’azione umana. E si tratta di una crisi che si esplica non tanto in una opposizione valoriale (una sorta di anti-etica), che avrebbe probabilmente maggiore spessore e sarebbe più facile da combattere, quanto piuttosto in una indifferenza e in uno scetticismo, difficili da contrastare, e che si sposano terribilmente bene con certo clima individualistico della molecolarità post-moderna.

Per dirla con Ennio Flaiano: «Altri Paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni». Oppure: «La situazione politica in Italia è grave, ma non seria». In effetti la scarsa fiducia nelle istituzioni, il diffuso costume della distruttività mediatica (e non solo mediatica) dei leader, la trasgressione mitizzata e persino eretta a sistema, l’egoismo pervasivo, sono pecche della convivenza civile italiana che si sono andate aggravando, rischiando di soffocare e, comunque, di sovrastare le numerose e vitali forze sane dell’associazionismo, del volontariato e delle famiglie. Nel suo annuale appuntamento del Mese del sociale, il Censis ha dedicato quest’anno uno dei quattro incontri previsti sul futuro dell’Italia a quello che è stato chiamato il «riarmo morale» contro il «ciclo lungo dell’individualismo, dalla molecolarità delle imprese e del lavoro, allo sfarinamento delle diverse forme di rappresentanza collettiva, alla deregulation dei comportamenti, al primato del soggettivismo e degli egoismi di ogni tipo».

La discussione ha affrontato soprattutto il tema delle possibili vie da praticare per la ricostruzione di una etica condivisa, in una situazione nella quale è ormai evidente che non ci si può continuare a consolare solo e soltanto con la meritoria "supplenza" ordinaria della Chiesa, della famiglia e del volontariato, tutte realtà ancora e sempre ricche di contenuti valoriali eticamente significativi eppure – guarda caso – poste pesantemente in questione dai processi di secolarizzazione, di scomposizione familiare e dal predominio del "potere nudo" (personale, finanziario, mediatico). E se è evidente che qualsiasi velleitarismo di tipo isolato non ha grandi possibilità di riuscita, occorre porre una attenzione maggiore ai processi collettivi e circolari di ricostruzione di un’etica civile. Ciò significa scelte e azioni di vario tipo, ma soprattutto massima attenzione per le dinamiche di governo da un lato e per la formazione ed educazione delle giovani generazioni dall’altro.

Per quanto riguarda il governo, non è da oggi che le voci più vitali indicano nel dibattito nazionale l’importanza del principio della poliarchia (come ordinato governo concertativo di tutti), nella politica come nel lavoro e nella società, la rifondazione dei criteri di selezione della classe dirigente, un’etica pubblica della responsabilità individuale e di gruppo. Per quanto attiene alla educazione, non vi è dubbio che nessuna ripresa etica potrà realizzarsi senza che si passi per una rifondazione dei processi di trasmissione dei valori e delle forme, più o meno spontanee, di aggregazione dei giovani attorno a sensibilità di tipo etico.

Un’esigenza che la Chiesa italiana ha colto, ponendo al centro del suo impegno nel decennio che si sta aprendo l’idea di una grande e condivisa «sfida educativa», che può e deve interpellare tutti e che chiama a una grande alleanza. Sia la classe dirigente che le nuove leve giovanili, insomma, dovrebbero essere portati a riconoscere il valore di ricostruzione collettiva, di benessere sociale e individuale, e di sviluppo ulteriore, con vantaggio di tutti, di una etica collettiva basata sulla responsabilità, sulla reciprocità e sul bene comune.

Carla Collicelli
© Avvenire, 31 luglio 2010
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