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Mai facile l'aborto. La Ru486 non è solo una pillola

L’aborto farmacologico non è l’aborto facile. Questa semplice verità la scriviamo e spieghiamo da anni sulle colonne di "Avvenire", perché se è vero che non cambiano la natura e la gravità dell’atto abortivo a seconda del metodo usato – è sempre la soppressione di una vita umana, che lo si faccia per via chirurgica o medica – è altrettanto vero che l’idea dell’aborto poco gravoso, quello per cui basterebbe una pillola, è falsa e quindi ingannevole e pericolosa, e non solo dal punto di vista strettamente sanitario

Dal momento in cui si assume il primo dei due farmaci abortivi - la famosa pillola Ru486 - non si può sapere se, quando e come avverrà l’espulsione dell’embrione: potrebbe accadere dopo qualche ora, il giorno successivo, oppure bisognerà assumere il secondo prodotto dopo 48 ore (le prostaglandine per espellere l’embrione), e aspettare ancora, di solito qualche ora, a volte anche qualche giorno. Servono antidolorifici, ci sono effetti collaterali che possono essere importanti, ed è necessario avere la possibilità di assistenza medica durante l’emorragia che inevitabilmente si avrà, più o meno pesante, e comunque in modo non prevedibile. Quanto alla mortalità, pur rara, è comunque di gran lunga maggiore (dieci volte, secondo la letteratura scientifica) rispetto a quella per aborto chirurgico: lo abbiamo visto, purtroppo, anche in Italia.

Pensare di trasferire questa procedura così incerta dall’ospedale al consultorio, come prospettato da qualche Regione in questi giorni, significa innanzitutto una sottovalutazione pericolosa dal punto di vista medico, dando per assodato che si tratta di un percorso semplice, che si può affrontare anche in strutture non attrezzate clinicamente, o persino a casa: l’aborto domestico, che si consuma fra il tinello e il bagno. Da sole, come fosse l’influenza. Sì, da sole, perché in questo modo il medico serve solo a dare le pillole, gli antidolorifici e il numero di telefono del pronto soccorso più vicino, e poi le donne non possono che andare a casa ad abortire, perché in consultorio non ci si può ricoverare, per definizione.


L’ospedalizzazione dell’aborto non è una punizione per chi sceglie di interrompere una gravidanza, né un «fatto politico», come irresponsabilmente è stato detto in questi giorni: è invece un’indicazione dettata da criteri di appropriatezza medica, come è evidente innanzitutto dalla stessa legge 194 che l’aborto consente e regola.

Per l’aborto farmacologico in particolare il ricovero è stato previsto, qualche anno fa, da tre diversi pareri del Consiglio superiore di sanità – il più importante organo di consulenza scientifica del ministero della Salute -– che mantengono la loro validità, considerando che si stanno utilizzando sempre gli stessi prodotti abortivi, con gli stessi princìpi attivi, e che il corpo delle donne non è cambiato. Per la legge italiana abortire non è un atto medico privato, che riguarda solamente le singole donne che vi fanno ricorso, come fosse un qualsiasi intervento chirurgico, ma un problema sociale di cui tutti ci dobbiamo fare carico.

Per questo si può eseguire solamente in ospedali o poliambulatori del servizio pubblico, e non ci si può rivolgere ai privati, a prezzi di mercato, secondo la legge che lo regola e che non prevede certo i consultori per abortire, come invece qualche amministrazione sta dicendo in questi giorni, cercando di aggirare la 194 con una «sperimentazione» che sembra già decisa e di cui ci si è degnati appena di dare notizia sui giornali. Insomma, se abortire con una pillola può rappresentare nell’immaginario un aborto facile, trasferire il tutto in consultorio conferma l’idea, suggerendo tra l’altro una falsa analogia fra la pillola contraccettiva, spesso prescritta proprio in consultorio, e quella dichiaratamente abortiva, in un continuo di pillole apparentemente simili fra loro.

Ma l’aborto non sarà meno grave né gravoso per chi lo sceglie se mimetizzato in un ambiente più gradevole di un ospedale, e 'concentrato' in una semplice, rassicurante compressa. Anche la bugia dell’aborto facile ha le gambe corte.

Assuntina Morresi

© Avvenire, venerdì 7 aprile 2017

 

Lettere ad Avvenire. Aborto, il coraggio della verità. Dio non condanna all'ergastolo

Caro Avvenire,
dopo aver letto l’articolo di Giovanni Maria Del Re – «L’aborto è omicidio. Docente sospeso a Lovanio» – pubblicato sabato scorso e il commento del professor don Roberto Colombo che l’ha accompagnato, mi sono decisa a scrivere, vincendo la difficoltà e la resistenza che ho nel parlare di un’esperienza tanto dolorosa che ha provocato nel mio cuore e nella mia anima una ferita così profonda e lacerante che ancora oggi, a distanza di molto tempo, sanguina. Scrivo per dire che vorrei ringraziare il professor Stéphane Mercier per aver avuto il coraggio di gridare, forte e chiaro, la verità, senza aver avuto paura delle conseguenze che la sua dichiarazione avrebbe potuto causargli, come, infatti, è successo. «L’aborto è omicidio». È così, infatti. Il peggiore degli omicidi, perché commesso da una madre nei confronti di un figlio, indifeso, da custodire e da proteggere. Quanto di peggio ci possa essere e si possa fare. Concordo con quanto espresso dal portavoce della Conferenza episcopale belga che si debba distinguere tra «persona e atto» e che sia giusto perdonare e comprendere la persona che ha commesso un atto che, invece, è imperdonabile, proprio perché “omicidio”. Il termine è “forte”, certo, ma non “troppo forte” e, soprattutto, è la verità. Una verità che non è «in contraddizione con i valori di apertura agli altri e alla differenza , alla solidarietà, alla libertà e al rispetto». Sacrosanti… Quelli portano a non giudicare la persona, a perdonarla, a cercare di comprenderla e di aiutarla, mai negando, però, l’atto che ha commesso: un omicidio. Già papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Evangelium Vitae del 1995, quando rivolge il suo «pensiero speciale» alla donne che hanno fatto ricorso all’aborto, pur ammettendo e sottoli- neando la sofferenza per una decisione così drammatica, dice che «quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto ». E non le dico questo per ergermi a giudice severo e distaccato di chi ha agito in questo modo, l’unico giudizio severo e implacabile è per me che, quasi 28 anni fa, ho commesso questo omicidio e che non mi sono ancora perdonata per ciò che ho fatto. Non cadiamo nel buonismo, anche con il lodevole intento di essere compassionevoli e pietosi nei confronti di chi ha sbagliato, e abbiamo il coraggio di chiamare le cose e le azioni con il loro nome, perché possa essere chiaro, soprattutto a chi è in procinto di farlo ma è ancora in tempo per fermarsi, che se si abortisce si commette un omicidio, sempre e comunque, nonostante tutte le attenuanti, più o meno forti, che in ogni situazione personale si possono trovare. Grazie, dunque, professor Mercier, per avercelo ricordato. Chi ha abortito, comunque, lo sa, di aver commesso un omicidio. Lettera firmata

Gentile signora, la drammaticità di questa lettera scritta a 28 anni da un aborto dice tutto della sua sofferenza, della sua consapevolezza, del rimpianto del figlio che non ha avuto. È, il suo, un 'venire allo scoperto' raro, perché poche donne parlano pubblicamente di un aborto commesso. Accade che se ne parli invece tra amiche, e allora, almeno per mia esperienza, gli accenti sono simili ai suoi. Si dice della giovane età in cui si era spaventate dalla famiglia, o forse non del tutto consapevoli di ciò che si stava per fare; della tristezza, dopo, una segreta tristezza per cui non si era più esattamente come prima; del silenzio, perché di aborto si parla, e si grida, sempre come di un diritto, ma quasi mai si ammette che l’aborto per la donna è un lutto. A volte, quando una donna diventa madre, con il figlio fra le braccia capisce, con un sussulto: mio Dio, cosa ho fatto! Ma tutto questo aspetto della realtà è dentro un cono d’ombra, una faccenda privata tra donne, a bassa voce. Lei, signora, si tiene addosso da tutta la vita il rimpianto di quel bambino non nato, e nessuno glielo può togliere. Però certamente lei si è confessata ed è stata assolta: dunque, Dio la ha perdonata. Non sia lei stessa più severa con sé di quanto lo è Dio, che non condanna mai all’ergastolo chi si pente. In quel perdono Dio ha abbracciato lei e il suo bambino, che non è nel nulla, ma che un giorno ritroverà.

Le nostre voci di Marina Corradi

© Avvenire, venerdì 7 aprile 2017

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