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Maria di Nazaret o eroina tv?

Da RaiUno una fiction banale, dove la grandezza della Madre di Gesù è schiacciata in uno schema che alla fine riesce a rendere scontata una donna che ha ispirato generazioni di artisti

Giuro che non ero prevenuto: ieri sera ho acceso la tv per vedere con sincera curiosità su RaiUno la prima parte della tanto annunciata «Maria di Nazaret» di Giacomo Campiotti. Considero la fiction religiosa un genere interessante, soprattutto perché intenzionalmente popolare. E dunque non poi così lontano rispetto a quelle Sacre rappresentazioni che da secoli in Italia si intrecciano ai riti della Settimana Santa. Aggiungiamoci i dati dell'Auditel che ci dicono che ieri sera è stata la trasmissione in assoluto più seguita, con oltre 7 milioni di telespettatori e uno share del 25,25 per cento: nessuna catechesi, nessuna omelia, nessun discorso del Papa oggi sarebbe in grado di raggiungere in Italia altrettante persone.

Non nascondo, però, questa volta di essere rimasto molto perplesso. Capisco lo sguardo libero del regista. Capisco la difficoltà di confrontarsi con un racconto che tutti già conosciamo. Capisco anche l'esigenza di ricorrere a qualche semplificazione un po' grossolana per far scorrere via la storia. Ma alla fine mi chiedo: che cosa resta, in questa rappresentazione televisiva, della Maria di Nazaret dei Vangeli?

Sorvoliamo pure sulla scena dell'Annunciazione con l'angelo modello cyborg e ectoplasmi un po' bizzarri. Sorvoliamo anche su alcuni passaggi involontariamente comici (Giuseppe che nell'affollata Betlemme dice: "Dovevamo fermarci al villaggio prima", quasi fossero gli autogrill dell'autostrada; o l'arrivo in Egitto con il Nilo e le piramidi sullo sfondo, come in uno spot da agenzia di viaggi). Lasciamo anche perdere tutto questo: persino nelle Sacre rappresentazioni talvolta il pacchiano fa capolino.

Il problema vero è un altro. È proprio l'idea centrale di questa fiction, l'intreccio tra la vita di Maria di Nazaret e la Maddalena. Che nell'idea di Campiotti originariamente dovevano essere due amiche inseparabili; e che poi le vicende della vita e l'intervento di Dio hanno condotto su due strade diverse. Donne che - azzardiamo una facile previsione sulla seconda parte di stasera - attraverso Gesù  alla fine si ritroveranno insieme, nel più classico degli happy end.

Ora: anche le licenze poetiche dovrebbero tentare almeno di ammantarsi di verosimiglianza. E allora Campiotti potrebbe spiegarci che ci fa con la sua famiglia a Nazaret una che viene da Magdala (perché - spero almeno questo i consulenti della Lux Vide gliel'abbiano spiegato - Maddalena non è il suo nome: nei Vangeli anche lei è Myriam, Maria, come la chiamerà Gesù risorto al sepolcro). Ma il legame tra le due donne non è solo una licenza poetica. Qui è un espediente che - alla fine - non fa altro che ingabbiare il racconto evangelico in uno schema molto banale. Con Maria di Nazaret - visionaria, eccezionale ma anche molto eterea - da una parte; e sul versante opposto Erodiade - l'antagonista, il Principe del Male con volto di donna, che guida Maddalena sulla via della perdizione. Il tutto in un continuo gioco di rimandi che va avanti anche in maniere del tutto improbabili. E un risultato che somiglia tremendamente a un Beautiful infarcito con parole evangeliche e qualche effetto speciale.

Dov'è il Mistero in un racconto del genere? Dov'è la grandezza di Maria, il suo essere benedetta «tra le donne» anziché espressione di una femminilità fin dall'inizio diversa (e di un'umanità stucchevolmente infarcita di prodigi)? Dov'è l'intensità delle Madonne tramandateci dalla poesia, da Iacopone da Todi fino a Paul Claudel? E soprattutto che cosa una Maria di Nazaret così dovrebbe dire alla nostra vita? Sullo schermo il suo sì scorre via come qualcosa di terribilmente scontato, lontano. È presentata come l'eroina da romanzo. Le manca completamente la carne, il cuore del mistero che si compie a Nazaret («Hic verbum caro factum est», sta scritto ancora oggi nel luogo dell'Annunciazione). E la carne è qualcosa di un po' più complesso di un pancione apparentemente inspiegabile.

Alla fine ciò che rimane in bocca è un devozionismo nemmeno un po' nobilitato dalla poesia. Diranno che sono sofisticato e che 7 milioni di persone hanno almeno «ripassato» un po' di Vangelo. Francamente credo si potesse proporre loro qualcosa di meglio.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 2 aprile 2012

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