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Maria, parola-segno di consolazione e speranza

La celebrazione nel cuore dell'estate della festa dell'Assunzione

Nel cuore dell’estate la liturgia ci fa celebrare la festa della Assunzione di Maria. È un segno dell’accompagnamento della Chiesa, che con la sua liturgia ritma i tempi della nostra vita, anche i tempi di vacanza. Tempi mai vuoti ma particolarmente propizi – perché liberi da incombenze e preoccupazioni lavorative – per elevare lo sguardo e prendersi cura di sé, della propria vita interiore, della propria anima. Elevare lo sguardo ai segni della grazia, che non mancano, ma hanno bisogno di occhi attenti per essere riconosciuti e accolti. Riconoscerli e accoglierli per arginare quel logorio etico-spirituale che gli affanni del quotidiano alimentano e dilatano. Logorio provato come senso di smarrimento, insignificanza, insoddisfazione, estraneità, apatia. Il segno dei segni – il segno primordiale e centrale della grazia – è Cristo, la sua umanità. Poi – ci dice san Paolo –  «quelli che sono di Cristo». E «di Cristo» è prima di tutto sua madre. Di qui l’attenzione privilegiata della Chiesa a Maria, per imparare da lei, la nuova Eva: figura dell’umanità rinnovata. Icona di perfetta umanità, in rapporto a quei limiti esistenziali da cui non c’è auto-liberazione (redenzione a opera dell’uomo) ma soltanto liberazione dall’alto, a opera della grazia. E Maria – come la dice il vangelo – è la «piena di grazia», nella quale «grandi cose ha fatto l’Onnipotente». Così da essere additata dal Concilio Vaticano II come «eccellentissimo modello», cui guardare per sapere chi siamo e chi siamo destinati ad essere.

I due grandi limiti da cui non c’è auto-liberazione e che angosciano ineludibilmente l’animo umano sono la morte e il peccato, dai quali Maria – per singolare privilegio divino – è stata preservata. Per cui la Chiesa la riconosce e la proclama "Immacolata" e "Assunta". Non per nulla le due grandi solennità mariane sono «l’Immacolata concezione» e «l’Assunzione al Cielo». Due festività che, attraverso la devozione e la pietà popolare, hanno acquisito valenza e spessore sociale e culturale nella nostra gente. Così da sentirsi incoraggiata e sospinta a guardare e accostarsi a Maria per affrontare e amare la vita e non soccombere al tormento della colpa e allo sgomento della fine. In una socio-cultura (e socio-economia) del disincanto, che abbandona gli animi alla mestizia della disillusione, abbiamo bisogno di segni trasparenti e attraenti di umanità.

Segni in cui riconoscerci per continuare o tornare a credere nella vita, specialmente quando questa si fa buia e la tentazione opprimente. Non parole-teorie, ancor  meno parole "a perdere". Ma parole-persone: parole-segni di vita che aprono alla fiducia e alla speranza. Maria è questa parola, riflesso primo e singolare della «Parola fatta carne» in lei e attraverso di lei. Parola-segno, che la fede, l’arte e la cultura fin dalle origini hanno elevato all’ammirazione e all’invocazione dei fedeli. E di cui gli uomini e le donne del nostro tempo hanno rinnovato bisogno, per dare senso e valore a una vita sempre più esposta alla vanità e all’effimero.
Cosa possiamo sperare? – è una delle tre grandi domande formulate da Immanuel Kant all’inizio della modernità. Volgi lo sguardo a Maria, all’evento di grazia della sua assunzione al Cielo, ci dice la Chiesa in questa vacatio estiva. Vedrai una umanità riconciliata, in cui la libertà («Eccomi») ha incontrato la grazia («Hai trovato grazia presso Dio»), e il cui esito è l’assunzione alla pienezza di vita (il Cielo). Un’assunzione in totalità unificata di anima e corpo, che contraddice tutti i manicheismi e gli gnosticismi antichi e moderni. L’assunzione di Maria è indice della stima e della premura più grande per il corpo, nella quale per prima si percepisce il pro nobis della risurrezione di Cristo: «risurrezione della carne». Questa novità il vangelo e la tradizione della Chiesa la coniugano al femminile, fatta risplendere – «di generazione in generazione» – dalla bellezza, bontà e verità di vita di Maria. La sua femminilità, liberata dal peccato e dalla morte, è per tutti, donne e uomini, – come la dice il Concilio e la proclama la liturgia – «segno di consolazione e di sicura speranza».

Mauro Cozzoli
 
© Avvenire, 12 agosto 2012
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