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Martini: Gesù e il profumo di resurrezione

Gesù difende e loda la donna, così come ha difeso Maria dalle insinuazioni di Marta che accusava la sorella di perdere tempo ascoltando la Parola e di non servire. L’aiuto reso ai poveri sarà sempre una delle caratteristiche della comunità che ha scelto di seguire Gesù, il Signore crocifisso e risorto, e quindi ha scelto di non arricchire, di vivere la beatitudine della povertà, la beatitudine della semplicità di cuore e, proprio per questo, avrà sempre familiarità con i poveri.

«Mentre Gesù si trovava in Betania, in casa di Simone e il lebbroso, gli si avvicinò una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. I discepoli, vedendo ciò, si sdegnarono e dissero: "Perché questo spreco? Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!". Ma Gesù, accortosene, disse loro: "Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. Versando quest’olio sul mio corpo lo ha fatto in vista della mia sepoltura. In verità vi dico: dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei"».

L’importanza dell’episodio è chiara: fa già parte del racconto ecclesiale della passione e quindi, secondo la predicazione stessa, viene proclamato ogni volta che si proclama il vangelo della morte di Gesù. Significativa la sottolineatura del Signore: ciò che la donna ha compiuto è parte del vangelo. Curiosa la specificazione: «in ricordo di lei». La donna, con il suo gesto, è messa al centro dell’attenzione delle parole di Gesù.

La domanda che più si è ripercossa nella storia della esegesi è sul significato dell’affermazione: «I poveri li avete sempre con voi». Forse Gesù dice che non c’è nulla da fare di fronte alla povertà? Di fatto Gesù, volendo definire l’azione della donna, che è criticata dai discepoli, la chiama «opera bella». Il testo italiano fa leggere: «un’azione buona». Il testo greco dice: «opera bella», degna dell’uomo, in cui l’uomo si esprime al meglio.

Le opere belle non sono le opere esteriori – come appunto preghiera, digiuno, elemosina – bensì quelle descritte nello stesso capitolo 5: le beatitudini. Opera bella è l’essere poveri, lo scegliere di non servire al denaro, l’essere di cuore semplice (i puri di cuore), l’essere operatori di pace. Il gesto di questa donna appartiene dunque non tanto alle opere efficaci bensì alle opere belle che qualificano la persona, così come le beatitudini sono atteggiamenti vissuti dalla persona.

Nella simbologia dell’episodio ci è facile anche leggere quale sia la bellezza personale dell’opera della donna. È bella perché è inaspettata, anzitutto. Viene nel mezzo del banchetto a dare un profumo incredibile a tutta la sala, senza che nessuno lo prevedesse. È un gesto inatteso eppure dovuto a un ospite illustre.
 
Un’opera inaspettata quindi, e originale, creativa. Ha la bellezza dei gesti umani che non sono semplicemente adempimenti di leggi oppure risposte a esigenze di efficienza ma sgorgano dall’intimo della persona che li compie. Se la donna avesse chiesto consiglio le avrebbero detto che era inutile versare quell’olio, che non ce n’era bisogno.
 
È anche un gesto gratuito, e totale, esaustivo. Gesù nel brano parallelo dell’evangelista Marco spiega: «Questa donna ha fatto quello che ha potuto» (cfr. Mc 14,8). Ci richiama così l’obolo della vedova che, pur avendo fatto niente dal punto di vista dell’efficienza, ha però fatto tutto perché ha espresso se stessa.

Infine, quest’opera è bella perché è profetica: «in vista della mia sepoltura». I discepoli non avevano mai capito, benché Gesù l’avesse loro ripetuto, che «il Figlio dell’uomo doveva essere tradito, essere ucciso, e poi risorgere». La donna l’ha compreso e il suo è un gesto cristiano perché contiene una profezia della morte e risurrezione del Signore. Possiamo anzi dire che la donna, con quel gesto, entra nella morte e risurrezione di Gesù, fa un’opera battesimale.

E chi è il cattivo discepolo? Colui che non capisce questi valori, che li critica, che va alla ricerca di gesti clamorosi, dalle risonanze grandiose. Mentre invece il profumo del balsamo si perde nella oscurità della casa di Simone. Cattivi discepoli sono coloro che non comprendono quella bella opera che è in ogni gesto, quella bella opera che il Padre celeste vede e che vedono gli uomini sensibili al fascino del profumo delle beatitudini evangeliche. Sono opere che rendono lode al Padre perché sono irrefrenabili, mentre di tutte le altre opere si può supporre sempre una seconda intenzione, un motivo non pienamente disinteressato. Le buone opere delle beatitudini sono le opere cristiane – kat’exochèn  – senza alcuna aggiunta o smarginatura o sottolineatura.

E i poveri? Che dire dei poveri? I cosiddetti discepoli sono qui fuori strada e in realtà non si preoccupano dei poveri. Se ne preoccupa il «vero discepolo» che è la donna, perché i cosiddetti discepoli oppongono erroneamente il servizio reso ai poveri all’adesione personale a Gesù che sta per morire, quasi si dovesse scegliere tra le due opere. Si tratta di un rischio in cui noi spesso incorriamo: dare ai poveri o onorare Gesù raccogliendo la sua morte e risurrezione?
Non comprendiamo che è l’accettazione di quella morte, come gesto supremo d’amore per noi, che abilita poi il discepolo a mettersi incondizionatamente al servizio dei poveri. Come quei discepoli, anche noi vediamo la soluzione del problema dei poveri nel denaro, in una efficienza, e non nella dedizione per amore, da cui nascerà il servizio ai poveri.

Gesù difende e loda la donna, così come ha difeso Maria dalle insinuazioni di Marta che accusava la sorella di perdere tempo ascoltando la Parola e di non servire. L’aiuto reso ai poveri sarà sempre una delle caratteristiche della comunità che ha scelto di seguire Gesù, il Signore crocifisso e risorto, e quindi ha scelto di non arricchire, di vivere la beatitudine della povertà, la beatitudine della semplicità di cuore e, proprio per questo, avrà sempre familiarità con i poveri. I poveri li avremo allora sempre con noi, non soltanto nel senso che saranno della nostra famiglia, della nostra realtà, ma anche perché noi, con Gesù crocifisso e risorto, avremo scelto questo tipo di vita. Ecco dove il laico cristiano trova la radice anche di ogni suo impegno sociale e civile per i poveri.

Ora è il momento di mostrare l’adesione al Signore che sta per morire, è il momento battesimale. In seguito, tale adesione andrà dimostrata ai poveri per i quali Gesù è morto. E ciò che sarà fatto a loro sarà fatto a lui. È così che il cristiano si prepara a vivere l’identità tra le sue molteplici azioni (sociali, politiche, di servizio, di fede, di catechesi, di orazione, di preghiera). È così che si prepara a unificare la sua realtà, per non agire in maniera turbata o perplessa davanti a scelte che sembrano escludersi l’un l’altra.

La donna del Vangelo ha colto l’unità delle scelte. Quando si proclamerà la Buona Novella della morte di Gesù, si esalterà insieme anche la fede nella risurrezione, mostrata da questa donna, e annunciata dal Signore ogni volta che si parla della sua morte. La donna ha veramente capito il significato della morte di Gesù anzitutto in relazione a lui come persona, non come simbolo o ideologia della salvezza dei poveri o di altre categorie. Ha capito Gesù nella sua identità storica, lo ha riconosciuto, adorato, amato, servito. Tale adesione alla persona di Gesù rende possibile la dedizione di tutta l’esistenza ai poveri, che è pure parte del messaggio, della Buona Notizia da predicare a tutto il mondo.

Carlo Maria Martini
© Avvenire, 10 giugno 2010
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