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Meno slot meno mafia

Frenare l’azzardo si può e si deve, adesso. Per combattere gli affari delle mafie su azzardo e gioco patologico bisogna ridurre slot e sale scommesse e consolidare il potere di regolamentazione dei Comuni

Lo abbiamo scritto tante volte, raccogliendo il grido d’allarme di persone, famiglie, Fondazioni antiusura, movimenti di cittadini. Ora lo afferma la Commissione bicamerale Antimafia nella Relazione sull’infiltrazione della criminalità organizzata nel gioco legale e illegale. Con affermazioni che fanno propri due dei quattro punti dell’appello al Parlamento delle associazioni più impegnate sul fronte dell’azzardo sostenuto anche da "Avvenire". Affermazioni molto importanti perché riconoscono che il boom continuo dell’azzardo, che lo Stato sinora non ha controllato ma addirittura promosso, ha prodotto e sta producendo due danni gravissimi: un ulteriore e fortissimo arricchimento delle mafie e lo sconquasso personale e familiare di tanti "giocatori", che è più giusto chiamare vittime.

Affermazioni importanti e libere da condizionamenti. Bisogna dare atto al relatore, il senatore Stefano Vaccari e ai consulenti della Commissione di aver svolto un lavoro serio accurato, che i luoghi comuni messi in circolo dai (troppi) difensori di Azzardopoli non hanno frenato in alcun modo. Un paio di esempi del battage pro-slot? La veemente e liquidatoria reazione all’importante proposta – avanzata nei giorni scorsi dal sottosegretario all’Economia, con delega per l’azzardo, Pier Paolo Baretta – di togliere le slot da bar e tabacchi: «Una via fallimentare per il contrasto all’illegalità e la prevenzione della ludopatia». E certamente le opposizioni alle iniziative dei Comuni anti-slot condotte al grido di «rischio proibizionismo» e «no a discriminazioni». Concetti anche nobili, usati in modo del tutto falsante.

La realtà è che Azzardopoli non dà segni di cedimento. Così le slot machine, che a fine 2014 erano 377mila, ora sono 418mila (dati ufficiali dei Monopoli). E quest’anno l’affare si fa facendo ancor più ricco. Nei primi 5 mesi del 2016 le scommesse sportive sono cresciute di più del 23%, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e quelle online addirittura di quasi il 34%. Altro che crisi! E mentre le imprese dell’azzardo si lamentano delle iniziative comunali, presentando ricorsi su ricorsi, con la nuova gara riusciranno a colonizzare i bar anche coi "totem" per le scommesse.

Davvero benvenuta, allora, questa Relazione dell’Antimafia. «Se vuoi fare la lotta alla mafia tu non aumenti l’offerta del gioco, non lo puoi fare», aveva detto alcuni giorni fa la presidente Rosy Bindi, aggiungendo che «l’idea che legalizzando il gioco si limita l’illegale è sbagliata: molte di quelle concessioni infatti finiscono nelle mani della mafia» e sottolineando «la necessità di una legislazione più rigorosa». Parole confermate dalla Relazione secondo la quale «in effetti le "macchinette", in particolare quelle allocate nei bar, sono la modalità di gioco di gran lunga più insidiosa e generatrice di patologie». Più si gioca, più ci si ammala e più si gioca ancora. Un terribile cerchio che si chiude, ben descritto dai documenti della Commissione.

Bisogna perciò salutare con soddisfazione le iniziative dei Comuni prese in accordo col governo. «L’obiettivo ultimo – è l’importante invito dell’Antimafia – non può non essere quello di pervenire a una intesa che abbia come obiettivo di fornire gli indirizzi strategici di controllo, programmazione e sviluppo per un’offerta di gioco complessiva "eticamente e territorialmente sostenibile"». Per questo il ruolo dei Comuni deve essere non solo centrale, ma sostenuto dallo Stato. Perché «le comunità locali, insieme alle autorità di pubblica sicurezza e alle forze di polizia dislocate sul territorio, sono i primi sensori in grado di percepire il degrado sociale e il diffondersi dell’illegalità». Parole chiare. Altro che «proibizionismo» e «discriminazione»! La Commissione chiede invece «il ripristino di una condizione di "equilibrio di legalita"» da un lato «dando seguito alla contrazione dell’offerta prevista dell’ultima Legge di stabilità, ma prevedendo altresì una diversa articolazione, tipologia e configurazione sul territorio dei punti di gioco».

Molto bene. L’Antimafia riconosce e indica percorsi e strumenti. Tocca ora al Governo. Niente può giustificare ritardi o pasticci. Neanche il timore di perdere un po’ di tasse. Quanto vale la lotta alle mafie e per la salute? E quanto ci fa, per davvero, tutti più ricchi?

Antonio Maria Mira

© Avvenire, 23 giugno 2016