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Negazionismo, vittoria postuma di Hitler?

Nonostante che l’Unione Europea abbia approvato nel 2008 una normativa che impone agli Stati membri di dichiarare "crimine" che nega un crimine, nessun effetto sembra aver prodotto, tanto che il razzismo antisemita continua a trovare adepti

Chi suppone che le tesi negazioniste sulla Shoah siano l’invenzione bizzarra di qualche storico in cerca di fama o l’elucubrazione di alcune frange neonaziste, rischia di prendere un abbaglio e di non sapere valutare complessivamente un fenomeno sociale con imprevedibili ricadute sul piano etico e politico. È Donatella Di Cesare, docente di filosofia all’università La Sapienza e intellettuale di spicco dell’ebraismo romano, a disegnare – nel volume Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (da oggi in libreria per i tipi del Melangolo) – la mappa geofilosofica di questa aberrante ideologia, la cui radice affonda senza dubbio sulle tesi nazionalsocialiste, ma che in questi ultimi decenni – specie dagli anni 80 in poi – ha subìto una drammatica evoluzione, finendo con il contagiare anche larghe fasce dell’estrema sinistra.

Negare o minimizzare Auschwitz, quasi fosse possibile dimostrare che sei milioni di ebrei sono scomparsi dall’Europa per un destino misterioso, non significa soltanto ridimensionare il passato e quegli eventi bellici, del resto già a lungo elaborati dagli storici di professione, grazie all’ampia documentazione degli archivi, che i nazisti non fecero in tempo a distruggere e grazie alla dolorosa testimonianza dei sopravvissuti. Le ricerche storiche però sembrano non bastare a ridicolizzare e neutralizzare le debolissime tesi dei negazionisti, che continuano la loro battaglia ideologica puntando ad altro, a mistificare cioè i fatti storici con lo scopo di demolire il presente, secondo cui nulla o poco è avvenuto e che di conseguenza anche il popolo ebraico, presunta vittima, non ha alcun diritto di ergersi a capro espiatorio.

Anche lo Stato di Israele, sorto all’indomani dell’immane tragedia, non dovrebbe esserci, dunque anch’esso ridotto a nulla, dunque distrutto, eliminato. Complice la velocità delle reti informatiche, eticamente neutrali, e la continua ottusa propaganda antisemita, lungi dallo scomparire quasi fosse una malattia sociale incurabile, le tesi negazioniste si impegnano a cercare conferme da qualche storico compiacente, sino a che la montatura di "un caso" alla Faurisson (secondo il quale il Diario di Anna Frank è un falso) non balza agli occhi dell’opinione pubblica, confondendola e insinuando il dubbio che la "soluzione finale"  sia solo un evento bellico da ridimensionare.

Che la Shoah non sia che una montatura dei sionisti, spinti a convincere gli Organismi internazionali della necessità di risarcire un popolo "perseguitato" con la consegna di una terra sottratta agli arabi? Pur con differenti sfumature è questo il sospetto aberrante che attraversa l’argomentare negazionista, che riempie innumerevoli siti e che si rifiuta di sostenere un confronto intellettualmente rigoroso, preferendo incalzare, tesi dopo tesi, verso l’incontrollabilità della sue affermazioni e infine verso l’indiscussa verità dei suoi obiettivi. Puntando a una forma di "totalitarismo del pensiero", come nota Donatella Di Cesare, il negazionista tende in sostanza a demolire e annullare il luogo della memoria storica, come fonte di identità per ogni popolo e dunque anche per la comunità di Israele, che su di essa ha da sempre poggiato la giustificazione ontologica della sua esistenza. Se l’obiettivo negazionista punta a decretarne la falsità, è su questo valore che vanno impegnate tutte le risorse culturali e civili, così da ridare dignità a un popolo realmente perseguitato e proibire così una vittoria postuma ad Hitler.

Nonostante che l’Unione Europea abbia approvato nel 2008 una normativa che impone agli Stati membri di dichiarare "crimine" che nega un crimine, nessun effetto sembra aver prodotto, tanto che il razzismo antisemita continua a trovare adepti, alimentando la follia bellicosa del dittatore islamico Ahmadinejad e, pur con differenti sfumature, molti settori dell’opinione pubblica araba ed occidentale. Non rimane che promuovere, come suggerisce l’autrice di questo libro denso e sofferto, una vasta e intelligente operazione culturale, capace di neutralizzare gli effetti nefasti di questa ideologia – cifra imponente delle tante forme di violenza razzista – attraverso il recupero convincente del valore della memoria storica. Da patrimonio etico di un popolo può configurarsi, grazie anche all’apporto culturale dell’ebraismo contemporaneo, come deposito di senso, ricco di valori civili e promotore di un ethos condiviso e di una visione della politica sgombra da tentazioni antisemite.


 
Paola Ricci Sindoni
 
© Avvenire, 12 gennaio 2012
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